Ardeni Le classi sociali in Italia ABSTRACT RECENSIONE

 Ardeni Le classi sociali in Italia 

Ardeni, Pier Giorgio

Le classi sociali in Italia oggi / Pier Giorgio Ardeni. - Bari ; Roma : Laterza, 2024. - VI, 277 p. ; 21 cm. - (Anticorpi ; 88).) - [ISBN] 978-88-581-5463-2.

Le classi sociali in Italia oggi

Laterza, Anticorpi 88, 2024

Pier Giorgio Ardeni

Descrizione

Cinquant’anni fa Paolo Sylos Labini pubblicò il “Saggio sulle classi sociali”, un libro fondamentale che rivoluzionò l’idea stessa della struttura sociale italiana, mettendo in luce come negli anni del boom economico si fosse formato un vasto ceto medio, non più proletario e non ancora borghese. In questo mezzo secolo nessuno è più tornato a indagare così in profondità la società e per molto tempo ci si è accontentati di dire che «le classi non ci sono più». Pier Giorgio Ardeni è ‘tornato sul luogo del delitto’, riprendendo il lavoro di analisi laddove lo aveva lasciato Sylos Labini. Il risultato della sua ricerca descrive i cambiamenti intervenuti e come l’Italia intera è ancora attraversata da differenze sociali che permangono forti e nette, che limitano la mobilità sociale, l’accesso all’istruzione, le possibilità e le opportunità. Certo, il peso relativo delle classi è variato e con esso il loro peso ‘politico’ ma, ancora oggi, a differenze nel contesto di origine, nel titolo di studio e nella professione corrispondono disuguaglianze nella distribuzione del reddito. Ed è proprio da questi aspetti che bisogna ripartire per ripensare la crisi della democrazia e della rappresentanza.


Le classi sociali esistono ancora? Perché questo libro


 «The class war is over», affermò Tony Blair nel 1999, perché «we are all middle class now», sì, siamo un’enorme classe media che include milioni di persone che si erano sempre viste come parte delle classi lavoratrici. Blair, naturalmente, si riferiva alla generalizzazione di stili di vita che fino ad allora erano stati riservati a fasce più ristrette di persone. Ma l’idea che fossimo divenuti – almeno nei Paesi a capitalismo “maturo” – una «società senza classi», ovvero formata da un’unica, grande classe media, era già entrata nel discorso politico se non nell’immaginario comune. Certo, la sola idea che la società potesse essere suddivisa in classi era considerata obsoleta – Margaret Thatcher riteneva il concetto di classe “comunista”, arrivando a rigettare l’idea alla radice: «non esiste la società, ci sono solo gli individui» – ma era forse dovuta alla prospettiva, a come si guarda all’organizzazione sociale, alla sua articolazione in gruppi ed eventuali “strati”, alla stabilità e dinamicità delle relazioni sociali, all’importanza di lavori e professioni nel determinare il reddito, lo status e la collocazione sociale degli individui.

 Da parecchio tempo, in ogni caso, il concetto di classe ha finito per essere abbandonato, tanto nel discorso politico quanto nella percezione comune, sostituito da termini più neutri come quelli di gruppi e fasce sociali , legati al reddito o alle professioni. Eppure, se anche le classi non sono più chiaramente delimitate e definite come un tempo, cionondimeno le divisioni sociali esistono e danno luogo a disuguaglianze e queste sono dovute al gruppo sociale di origine, ovvero alla professione, al ceto o al reddito, che a loro volta saranno in grado di determinare il nostro livello di istruzione e competenza e, anche, i canali giusti per “fare strada”. In altre parole, se comunque esiste una responsabilità individuale per ciò che facciamo, non per questo il ruolo che ricopriamo e la nostra posizione in società non sono il risultato di fattori che in grande parte esulano dal nostro controllo. Perché questo è uno degli assunti di cui l’era neoliberista in cui ci siamo impantanati ci ha sempre voluto convincere: che tutto ciò che riusciamo ad ottenere nella vita sia il risultato delle nostre scelte, delle nostre aspirazioni e del nostro sforzo. Nasciamo tutti uguali, viviamo in un sistema che offre le stesse opportunità a tutti, impegniamoci senza lamentarci, senza dare la colpa al sistema! Tutto dipende dalla nostra performance, non conta di chi siamo figli o da dove veniamo ma solo il talento e l’impegno, ovvero il merito .

 Un tempo vi era corrispondenza tra la classe sociale e le condizioni di vita, legate al reddito: lussuose per la borghesia abbiente, dignitose per le classi medie, povere per le classi lavoratrici. Il reddito e il tenore di vita che ne conseguiva erano sostanzialmente legati alla classe sociale di origine. Le possibilità di passare da una classe all’altra erano ridotte e il conflitto sociale nasceva primariamente dalla domanda delle classi lavoratrici di migliori condizioni di vita e redditi più alti. Nel tempo, i redditi sono aumentati, anche se non per tutti allo stesso modo, la stratificazione sociale si è fatta più articolata, la mobilità sociale è migliorata. Le classi medie si sono allargate, il conflitto sociale è diminuito. Le classi medio - alte, però, hanno a quel punto preteso meno vincoli, per ottenere di più, perché le classi medie e popolari si stavano avvicinando. E i redditi alti hanno ripreso ad aumentare, le disuguaglianze si sono moltiplicate, non essendo più solo legate alla classe e al reddito, lungo altre dimensioni, fino al punto da far ritenere che la classe di origine non conti più. Quanto sono, oggi, le disuguaglianze osservate – misurate dal reddito, dai consumi, dallo stile di vita – legate alla classe sociale ? Di quali classi possiamo parlare oggi? Come le definiamo? Quanto e come sono gruppi sociali, ceti, fasce di reddito e classi legati e interrelati? Quale corrispondenza possiamo trovare oggi tra l’appartenenza a una classe o gruppo e le preferenze politiche, ovvero sono i rappresentanti politici espressione di classi o ceti? Queste sono le domande a cui vorremmo rispondere, il perché di questo libro.

 Paolo Sylos Labini, in un saggio uscito cinquant’anni fa, già provò a rispondere a queste domande, provocando un’accesa discussione, con un libro che fece epoca (Sylos Labini, 1974). In un sistema sociale organizzato in classi la stratificazione sociale nasce da divisioni tra gruppi che non sono tali di diritto – come le caste o le ascendenze feudali – ma di fatto. Se tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge (l’eguaglianza formale), non lo sono di fatto in ragione di differenze sociali che sono strutturate. Nel suo saggio e in altri suoi lavori tra gli anni Settanta e Ottanta, Sylos Labini riassunse un secolo di studi sociologici e politici riprendendo la classificazione fatta propria anche dal marxismo secondo cui la suddivisione in classi traeva origine dalla proprietà dei mezzi di produzione e di generazione del reddito, dal lavoro, ovvero dalla “professione” – e quindi, secondariamente, dal grado di istruzione e di qualificazione, fondamentale nel determinare l’accesso alla professione – e dal controllo politico e amministrativo del processo di accumulazione del capitale. Nella classificazione di Sylos Labini (1974, 1986), le classi sociali erano rappresentate da: la borghesia , formata dai proprietari di grandi aziende e capitali fondiari e immobiliari, dagli imprenditori e alti dirigenti nonché dai liberi professionisti; la piccola borghesia autonoma , composta da coltivatori diretti, lavoratori in proprio, artigiani e commercianti; la piccola borghesia impiegatizia , costituita da impiegati pubblici e privati, tra cui insegnanti e addetti alla sanità; alcune categorie particolari della piccola borghesia, come i militari e i religiosi; la classe operaia : formata da braccianti e salariati fissi in agricoltura, dagli operai dell’industria e dell’edilizia e da quelli del terziario. A questa classe poteva essere associato anche il cosiddetto sottoproletariato , composto da coloro che restano per lunghi periodi di tempo fuori dalla sfera di produzione in quanto disoccupati. Le classi, quindi, venivano definite nell’ambito della sfera della produzione (lavoro), più che da quella del reddito che, tuttavia, restava un elemento importante per la distinzione delle classi non solo per il suo livello ma per il modo in cui viene ottenuto (anche se, in ultima analisi, conglobato nella definizione delle classi, dato che tutto il reddito non generato dal lavoro è reddito da capitale ).

 Quella classificazione, codificata da Sylos Labini sulla scia di un’ampia mole di studi sociologici, è sostanzialmente rimasta la stessa, rivista e riadattata poi da studiosi come John Goldthorpe e altri, per restare poi, quasi immutata, fino ai giorni nostri. Il fatto, però, è che tanto i sociologi quanto gli economisti che guardano a ciò che accade nella società hanno finito per ritenere superato l’oggetto stesso di quella classificazione, ovvero la struttura sociale , e l’attenzione si è spostata altrove. Sylos Labini era partito dall’interesse per il ruolo dei ceti medi nello sviluppo capitalistico e democratico, nel loro emergere come “terza” classe nel conflitto tra profitti e salari. Nel tempo, però, altre disuguaglianze sono emerse, in un quadro che ha visto l’espansione delle classi medie e l’avanzare del processo di “terziarizzazione”, e l’attenzione ha finito per focalizzarsi sulla distribuzione del reddito, sulle disparità di genere o “generazionali”, partendo dal presupposto che le divisioni di classe fossero state superate e che altri fossero i meccanismi in opera nelle disparità osservate. Ciononostante – ed è questo ciò che più ci ha spinto nel riprendere in mano oggi il contributo di Sylos Labini – le società capitalistiche avanzate restano segnate da divari e disuguaglianze che paiono radicati, le cui origini non si spiegano se non, ancora, con l’appartenenza di classe, ovvero a gruppi sociali con caratteristiche specifiche, ancorché mutate, che le disparità oggetto di studio non fanno che mascherare. Le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, ad esempio, di cui si è venuto discutendo negli ultimi anni, non sono soltanto dovute a differenze nel merito, nelle capacità individuali e finanche nelle opportunità di acquisire un’istruzione adeguata, né semplicemente a fallimenti dei mercati o alla scarsa concorrenzialità. Al fondo, ci sono due altri elementi all’opera che sono, ancora una volta, il “conflitto” tra capitale e lavoro – o, se si preferisce, tra redditi da capitale e redditi da lavoro – e l’ereditarietà, che consente la ripartizione del patrimonio per vie familiari, perpetuando le disparità di ricchezza. A chi già non ha è lasciata la via del “merito” in un sistema ove, però, le “enclosures” generate dall’appartenenza a club e circoli si sono fatte sempre più decisive. Il processo di democratizzazione aveva fatto sperare che il sistema capitalistico concorrenziale sarebbe stato in grado di favorire l’ampliamento della sfera delle opportunità al di là delle disparità “originarie”. Ma ciò era avvenuto perché le classi inferiori avevano spinto per ottenere più diritti e maggiori possibilità. Le élite – le classi superiori – avevano ceduto lasciando intendere che il sistema avrebbe concesso un’opportunità a tutti, bastava volerlo, senza però alterare né i meccanismi dell’accumulazione né quelli della distribuzione, anzi spingendo perché fosse data libertà al capitale di “operare per lo sviluppo”. Così, il capitalismo maturo della globalizzazione è stato capace di traghettarci in un mondo dove, alla fine, sono le antiche divisioni di classe, non solo di ceto, a fare la differenza. Il cerchio si è chiuso e oggi, giocoforza, dobbiamo tornare a parlare di classi perché è lì che hanno origine molte delle disparità che sono sotto gli occhi di tutti.

 Questo non è un libro di storia delle classi sociali, ma una riflessione sulla struttura sociale italiana oggi e su come si è evoluta dal dopoguerra, sulla discussione attorno ad essa e anche su come i termini di quel dibattito sono cambiati nel corso del tempo. La riflessione, qui, sarà tanto teorica – senza essere accademica, richiamando i passi fondamentali di un dibattito che da Marx e Weber si è esteso fino ai giorni nostri – quanto applicata, riprendendo numeri e statistiche per dare una misura di quanto osservato. Proporre una sintesi quantitativa dei fenomeni sociali non è mai semplice, non tanto perché i numeri vanno cercati e ricostruiti, dalle fonti originarie adattati a ciò che si intende descrivere, quanto perché per potersi far comprendere da tutti, oltre gli specialismi, si deve far “parlare” i numeri per un’idea concreta di quanto sostenuto con l’elaborazione teorica. Il libro richiamerà molte statistiche, dati e cifre che andranno seguite con attenzione perché l’argomento appaia nella sua nettezza. Come già fece Sylos Labini, crediamo che ciò possa essere fatto senza nulla togliere alla leggibilità dei fatti. Sociologi ed economisti amano essere immaginifici, dando nomi ed etichette attraenti a fenomeni complessi, perdendo a volte in lucidità e chiarezza. Noi riteniamo che una tabella, tanto quanto un’immagine, possa “valere mille parole”, come si dice, purché quei numeri abbiano un significato.

 Il libro è così organizzato. Nel primo capitolo ripercorreremo, molto sommariamente, i capisaldi della discussione sulle classi sociali, partendo da Marx e Weber – che rimangono i pilastri fondamentali dell’analisi della struttura sociale nelle società capitalistiche – per poi soffermarci sui principali studi più recenti. Struttura sociale e sistema capitalistico sono due concetti intimamente legati. Risulterà così chiaro che una delle ragioni fondamentali per cui la rappresentazione della struttura sociale è andata evolvendosi è che, naturalmente, la stessa economia e lo stesso capitalismo sono mutati e, con essi, è mutata l’articolazione del corpo sociale. Nel secondo capitolo guarderemo così a come la discussione sulle classi sociali è andata evolvendo in Italia negli anni Sessanta e Settanta, nei contributi di protagonisti come Paolo Sylos Labini, Luciano Gallino, Alessandro Pizzorno, Massimo Paci e Arnaldo Bagnasco. In quel periodo, si afferma l’idea che vi siano almeno quattro caratteristiche che definiscono le classi: il reddito , secondo le sue fonti; la professione e il tipo di lavoro; le condizioni di vita e i riferimenti socio - culturali, ovvero lo “stile di vita”; i rapporti di potere . Empiricamente, saranno i primi due a trovare applicazione, più per la disponibilità di dati statistici che altro, mentre gli altri due rimarranno oggetto di riflessioni teoriche a sostegno dei risultati empirici. Il lavoro di Sylos Labini, a quel tempo, fu il più compiuto tentativo di fornire una stima quantitativa delle classi sociali in Italia, spostando il dibattito sociologico dal campo teorico a quello della ricerca empirica, più esposta ai vincoli della disponibilità di dati statistici e ai problemi di classificazione delle categorie teoriche sovrastanti. E nel terzo capitolo riprenderemo il quadro quantitativo che emerge da quegli studi, la “fotografia” delle classi sociali fornitaci da Sylos Labini e gli altri tra il 1951 e il 1971, che ci servirà poi come termine di confronto per i dati più recenti.

 Con gli anni Ottanta il quadro analitico di riferimento muta, al mutare del quadro sociale. Nel quarto capitolo guarderemo all’evoluzione di quel dibattito, da allora fin quasi ai giorni nostri, per guardare poi, nel quinto capitolo, a come cambia il quadro quantitativo. Il focus del dibattito scientifico si sposta dalle classi alla stratificazione sociale – un concetto più generale ma anche più neutro – e su due aspetti a questa strettamente legati: quello della mobilità sociale e quello delle disuguaglianze . Come vedremo, è un dibattito il cui risvolto ideologico, in realtà, maschera il tentativo di “andare oltre” le classi sociali per rendere le condizioni di origine ineffettuali, come non sono, e per agire solo “a valle”, sui meccanismi di funzionamento del mercato. Nuove classificazioni vengono proposte – come quella di Goldthorpe, nota come EGP, adottata anche nello schema europeo ESEC ( European Socio - Economic Classification ) e che verrà presa a riferimento negli studi successivi – e nuove stime vengono fornite, come quelle di Antonio Schizzerotto e collaboratori. La “cetomedizzazione”, che aveva fatto da contraltare alla “terziarizzazione”, entra in crisi, nel mondo della nuova economia della globalizzazione, mostrando una divaricazione crescente nei livelli di reddito e una polverizzazione delle professioni medie, divise tra quelle “alte” e quelle “basse”, che contribuisce alla polarizzazione delle disparità nei redditi. La mobilità sociale ascendente rallenta, fino quasi a fermarsi, e alla frammentazione delle posizioni sociali torna a contrapporsi l’idea della cristallizzazione delle divisioni di classe, secondo nuove linee di frattura. Come mostrano gli studi, con gli anni Duemila e l’incedere della “nuova economia” l’evoluzione della struttura sociale sembra rallentare, fin quasi a bloccarsi.

 Tuttavia, le classi sociali, sparite dal dibattito, vi rientrano lungo nuove linee di confine, e di questo tratta il sesto capitolo. Le classi non sono più quelle di un tempo ma esistono, e slogan come «classe operaia non esiste più» e «la fine della classe media», sui quali si sviluppano analisi e disamine, non fanno che confermarne il ruolo ancora centrale. Così, arriviamo all’oggi. Qual è la situazione odierna? Cosa ci dicono i dati? Nel settimo capitolo si offre una sintesi quantitativa riguardo alle classi sociali in Italia, ricostruendo la struttura di classe oggi come risulta dai dati disponibili (al 2023). L’interesse di questo esercizio sta anche nel vedere com’è cambiata la struttura di classe in Italia utilizzando lo schema di riferimento di Sylos Labini, integrato con le modifiche del caso. Ciò che emerge è che la classe operaia pesa ancora per un quarto (ma è divisa tra una componente “garantita” e una “precaria”), che la classe media è certamente maggioritaria, ove quella medio - bassa è più rilevante (e anch’essa divisa tra garantiti e precari), mentre quella medio - alta, insieme alla classe alta, pesa circa un quarto. La classe operaia esiste ancora, quindi, e «non siamo tutti classe media». La struttura di classe descritta, però, appare sostanzialmente ingessata, ormai inalterata dagli anni Novanta. Un Paese fermo, pertanto, la cui economia non cresce più e la cui struttura sociale è cristallizzata. In termini di reddito, invece, la middle class appare essersi ridotta (e sono le fasce alte a guadagnarci di più). La mobilità tra le classi di reddito mostra anch’essa un certo ingessamento, con una prevalenza della mobilità discendente su quella ascendente. Tuttavia, la middle class appare essersi estesa a (quasi) tutte le classi sociali dal punto di vista degli stili di vita e dei consumi, delineando una frattura in aumento tra redditi alti e redditi bassi.

 La distribuzione del reddito mostra che non c’è (più) una corrispondenza univoca tra posizione lavorativa (classe sociale) e reddito, a causa di due fattori determinanti: il capitale accumulato (anche nella forma di beni immobili) e il livello di istruzione. Quest’ultimo, però, è divenuto nel tempo un motore di mobilità sociale molto meno potente di quello che era stato in passato, superato dall’appartenenza di classe. Tanto che oggi, se per salire di classe non basta più il passaporto educativo – il titolo di studio – allora ci si può rinunciare. Il livello di istruzione dipende dal reddito e dalle aspettative (e aspirazioni) e varia con la famiglia di origine e l’orientamento culturale familiare (ovvero dalla classe sociale). Più basso è il reddito, meno si spende (si investe) in istruzione e capitale umano. «Far studiare i figli costa, ma se poi questi non fanno neppure carriera, perché non hanno il padre con una certa posizione, allora non ne vale la pena». Vi sono poi le altre dimensioni delle disuguaglianze, quali il genere, l’inattività e la provenienza, che vengono esplorate nel settimo capitolo, per comprendere quanto queste si intersechino con la dimensione di classe. I dati, come si vedrà, sono interessanti perché rivelano l’importanza della classe stessa. Il libro si conclude, nell’ottavo capitolo, con alcune considerazioni circa la rappresentanza politica delle classi, la loro rappresentazione nel discorso pubblico e l’evoluzione recente del quadro politico italiano in relazione alla struttura sociale descritta. Dato che le classi esistono ancora – e con esse i divari che le separano – chi rappresenta, oggi, le classi popolari? Si può fare qualcosa, almeno, per rimettere in moto l’ascensore sociale?

 Ciò che questo libro intende mostrare è che nel corso del tempo non è solo variato il peso relativo delle classi ma anche il loro peso “politico”, nei canali della rappresentanza, con effetti redistributivi non indifferenti. Certo, venendo meno l’identità sociale associabile all’appartenenza ad uno specifico gruppo, nella frammentazione crescente del corpo sociale e nella differenziazione delle posizioni, la stessa valenza della classe è svanita. Ma non per questo le classi, oggi ridefinite nei “contenuti” e non più simili a quelle di un tempo, non esistono più. Ci sono, ma sono altra cosa, per quanto questi tanti e nuovi contenuti, di cui in molti discutono girandoci intorno, senza mai tornare al nocciolo del problema, ne confondano il tratto.

 Scrivere un libro sulle classi sociali oggi può apparire démodé o rétro , per non dire “vetero - qualcosa”, perché sono altre le prospettive trendy nell’analisi sociale. Tra i critici vanno più di moda le analisi impressionistiche tipo «fine della classe media» o «società signorile di massa» o i filosofi - terapisti della crisi come Slavoj Žižek o Alain Badiou, che usano concetti aggreganti come valori, cultura, comunità. Il concetto di classe non è centrale persino in due delle pubblicazioni che negli ultimi anni sono state tra le più rilevanti nell’osservare le distorsioni dell’attuale sistema capitalistico e le sue disuguaglianze, Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty (2014) e Debito di David Graeber (2012). Eppure, esso è ancora ben presente nel vissuto, oltreché nella realtà delle relazioni sociali. E soggiace a molta della recente insoddisfazione verso un sistema che appare contraddittorio, tanto nello sfruttamento ecologico quanto nell’ineguale distribuzione della ricchezza, con il conseguente senso di frustrazione che genera il sentimento crescente che il capitalismo globale sia fondamentalmente iniquo, basato com’è sugli effetti socialmente dirompenti della tecnologia e della distruzione ambientale. E così tutti – da destra come da sinistra – puntano il dito contro disuguaglianze, differenze e gerarchie, all’insegna di nuovi concetti di inclusione/esclusione. Sia Piketty che Graeber, tuttavia, si possono leggere con gli occhi della “classe”: a cosa sono dovute quelle disuguaglianze se non, in definitiva, alle classi?
Il libro si occupa di questo, illustrando come siamo passati da profezie come “la classe operaia non c’è più” alla “fine del ceto medio”. Perché la classe resta comunque un’ ideologia . La retorica sulle classi che non esistono più ha finito per celare il fatto che la classe dominante – borghese, alta o superiore che dir si voglia – ha di fatto vinto la lotta di classe, come già ricordava Gallino (2012): «La più grande vittoria della classe dominante, di certo, è aver fatto credere agli altri di non esistere più». E oggi ci sono ancora, come un tempo, dominanti e dominati. Come ha sostenuto Marco D’Eramo in suo lavoro recente, Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi (2020), negli ultimi cinquant’anni si è assistito a una sorta di «rivoluzione al contrario, della quale quasi nessuno si è accorto»: quella lanciata dai dominanti contro i dominati. Una guerra che, almeno al momento, le élite stanno stravincendo. Perse nel mare magnum della middle class , le classi popolari si sono fatte dominare e la classe dominante ha trovato il modo di scavare un solco, riproponendo una nuova, durissima, separazione di classe. La working class esiste, eccome, ma non è più classe. L’ ideologia della middle class ha vinto, sostituendo tutte le altre possibili contrapposizioni di classe, negandole, ma non per questo eliminandole.


Indice

Le classi sociali esistono ancora? Perché questo libro

I.

Le classi sociali da Marx e Weber ai nostri tempi: un breve excursus

Entra Karl Marx

Entra Max Weber

Il capitalismo del secondo dopoguerra: la struttura di classe si fa più articolata

Il pensiero sociologico si adegua ai tempi

Mobilità sociale, stratificazione sociale e i confini tra le classi: gli approcci emergenti

II.

Il dibattito sulle classi sociali in Italia negli anni Sessanta e Settanta

Entra Paolo Sylos Labini

Critiche e riletture: gli altri studi e il contributo di Massimo Paci

III.

Le classi sociali tra gli anni Cinquanta e Settanta nella fotografia di Sylos Labini e degli altri: l’analisi quantitativa

Il quadro al 1951

Il quadro al 1971

IV.

Il dibattito si evolve: classi sociali, stratificazione, mobilità

Il capitalismo sta cambiando, le classi sociali escono dal radar

Il focus si sposta sulla stratificazione sociale, oltre le classi

Le classi professionali di Goldthorpe

Gli altri paradigmi. Disuguaglianze e mobilità sociale o il “ritorno” delle classi sociali

V.

Le classi sociali dagli anni Ottanta: la fotografia si fa più sfocata

L’evidenza sulle classi sociali di Sylos Labini al 1983

La fotografia di Cobalti, Schizzerotto e gli altri

La mobilità sociale

Stratificazione e mobilità sociale nel nuovo secolo

VI.

Cinquant’anni dopo Sylos Labini: le classi sociali contano ancora?

Le classi sociali esistono: vecchie e nuove linee di confine

E allora, dove sono finite le classi sociali?

La classe operaia non esiste più?

La fine delle classi medie?

Le classi come ideologia

VII.

Una sintesi quantitativa: le classi sociali in Italia, oggi

Le classi sociali dal 1951 al 2023

La distribuzione del reddito negli ultimi 35 anni

Istruzione, distribuzione del reddito e classi sociali

Le altre dimensioni delle disuguaglianze e la loro relazione con le classi sociali

La questione del genere

L’inattività e la questione dei NEET

La questione dei divari territoriali

Conclusioni: e la politica?

Le classi sociali esistono: vecchie e nuove linee di confine

Le classi sociali protagoniste, poi dimenticate dalla politica

La politica entra nel tunnel

Ripartire dalle classi sociali

Appendice statistica

Riferimenti bibliografici


RECENSIONI

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 Sono uscite dal radar? di Arnaldo Bagnasco Pier Giorgio Ardeni: Le classi sociali in Italia oggi, pp. 288, € 20, Laterza, Roma-Bari 2024 Questo di Pier Giorgio Ardeni è anzitutto un doveroso ricordo della pubblicazione, cinquant’anni fa, del Saggio sulle classi sociali di Paolo Sylos Labini, “il primo tentativo di collegare e corroborare una teoria della struttura di classe con i dati statistici disponibili”; di ciò che ha significato spingere una discussione allora prevalentemente teorica in direzione della ricerca empirica, orientata da assunti teorici ma capace di sollecitarne critiche e modifiche. Era stato un punto di partenza per domande e problemi su un tema cruciale, che negli anni successivi si sono poi complicati, per questo anche offuscati, e che vanno riproposti con la stessa decisione e intelligenza di allora. Dove sono finite le classi sociali, che Sylos Labini nelle sue tabelle ci aveva per così dire fatto toccare con mano? I cambiamenti di economia e società sono stati tali che si è arrivati anche a dubitare di poter usarne il concetto. Ardeni non crede che siamo a questo punto: riparte da Sylos Labini per un libro che “non è [una]storia delle classi sociali, ma una riflessione sulla struttura sociale italiana oggi e su come si è evoluta dal dopoguerra, 1/3 sulla discussione intorno a essa e anche su come i termini di quel dibattito sono cambiati nel corso del tempo”. Questa riflessione a vari livelli, aderente ai dati delle ricerche, è il motivo d’interesse del libro. Si parte da Marx e Weber, che hanno parlato di classi in modi diversi ma pensando entrambi alla struttura delle società del capitalismo, dove le classi esprimono un conflitto di fondo, per interessi collettivi contrapposti. L’attenzione si sposta poi alla discussione in Italia negli anni sessanta e settanta; emergono quattro caratteristiche per la definizione delle classi, che rimarranno, variamente intrecciate, nelle ricerche successive: “il reddito, secondo le sue fonti; la professione e il tipo di lavoro; le condizioni di vita e i riferimenti socio-culturali, ovvero lo “stile di vita”, i rapporti di potere”. Negli anni ottanta la società industriale è alle spalle. Il capitalismo cambia, la struttura sociale diventa più complicata: in epoca neoliberista “le classi sociali escono dal radar”. Si pensa che sia necessario guardare a più strati ascrivibili a disuguaglianze di diversi tipi (di genere, generazionali, culturali, di luogo di vita) ma i ricercatori, considerando temi come la mobilità sociale e appunto le disuguaglianze, ne trovano la connessione persistente con le relazioni economiche e di lavoro, e parlano così di classi, in tensione fra loro. Con la terziarizzazione dell’economia le figure professionali si moltiplicano, crescono i lavoratori dei servizi, “la classe operaia si stratifica, scomponendosi in posizioni che finiscono per risultare anche molto lontane tra loro”. Globalizzazione, finanziarizzazione, innovazioni tecnologiche muteranno ancora la stratificazione. Per capire bene l’evoluzione, è utile dedicare attenzione alla classe media, a com’è cambiata nel tempo e immaginata in politica (Sylos Labini l’aveva “scoperta” in Italia). In epoca neoliberista la crescita delle posizioni al centro della scala aveva alimentato l’ideologia del “siamo tutti classe media”, arrivando così a negare di fatto le classi e insieme le ragioni di un conflitto di classe: i ricchi si arricchiscano, i vantaggi goccioleranno in basso. Le crisi di anni più recenti hanno però portato in evidenza tendenze di polarizzazione sociale, bassi salari, precarietà, insicurezza, paura di cadere, che hanno toccato a gradi diversi tutte le classi, polarizzandole anche al loro interno in frazioni garantite e non, favorite e non, chiuse in sé stesse, in un’economia che non funziona bene perché non si modernizza quanto necessario. Appare allora l’immagine della “fine della classe media” come chiave di lettura ideologica, non corrispondente ai dati, che ne mostrano piuttosto difficoltà e varietà interne ma insieme la persistenza, anche se di difficile definizione concettuale (accontentiamoci qui dell’uso di classi medie al plurale). La polarizzazione non cancella le classi, ma rivela una struttura sociale frammentata e ingessata. Un richiamo realistico alle condizioni economiche e del lavoro nel nostro capitalismo permetterebbe di tornare in senso forte alle classi, e anche a pensarne un insieme dominante e uno dipendente in conflitto. In particolare: la classe operaia, 2/3 dell’industria e del terziario, non è certo scomparsa; considerandola insieme a classi sfavorite del mezzo della scala e a chi è spinto al marg,ine dell’esclusione e della povertà, si può considerare unitariamente un consistente insieme sociale. La politica però dimentica le classi, appare oggi incapace di pensare alla struttura sociale del nostro capitalismo, e di agire di conseguenza. Le attuali condizioni favoriscono una destra populista, nazionalista, securitaria, a fronte della quale la sinistra “non sa opporre una politica al di fuori del solco neoliberista”. Forse non è del tutto vero, ma sono comunque diventate chiare due cose: una reazione assertiva, e non solo difensiva in nome delle classi dipendenti, non può limitarsi ai temi della redistribuzione e dei diritti da garantire; si apre, infatti, il problema di elaborare una politica di sviluppo e modernizzazione dell’economia capace di funzionare, in mancanza della quale non s’intaccano le cause della società ingessata, delle disuguaglianze, senza più ascensore sociale. Qui sta la difficoltà maggiore di fronte alla quale ci porta il realismo di Ardeni. Che lo sa bene, perché è un economista dello sviluppo, con grande esperienza, e ne ha già scritto. Questo studio è per lui l’occasione di ritornare sul tema, mettendo qui a frutto la sua ampia riflessione sulla struttura sociale del nostro capitalismo: il suo libro ha indagato le basi sociali della regolazione politica dell’economia

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DEEPSEEK

Ecco una recensione, una presentazione e una sintesi analitica del libro Le classi sociali in Italia oggi di Pier Giorgio Ardeni, rispettando il limite di 5000 caratteri.


Presentazione

Le classi sociali in Italia oggi di Pier Giorgio Ardeni (Laterza, 2024) è un’opera che riprende e aggiorna il pionieristico Saggio sulle classi sociali di Paolo Sylos Labini (1974), interrogandosi sull’evoluzione della stratificazione sociale italiana negli ultimi cinquant’anni. Ardeni, economista e studioso di sviluppo, sfata il luogo comune secondo cui le classi sociali sarebbero scomparse, dimostrando come, nonostante i mutamenti economici e culturali, le disuguaglianze strutturali permangano e influenzino mobilità sociale, accesso all’istruzione e opportunità economiche.

Attraverso un approccio multidisciplinare – che combina sociologia, economia e scienza politica – il libro analizza dati quantitativi e rielabora categorie classiche (borghesia, piccola borghesia, classe operaia) alla luce delle trasformazioni del capitalismo globale, della precarizzazione del lavoro e della polarizzazione dei redditi. L’obiettivo è mostrare come, nonostante la retorica neoliberista dell’"ascensore sociale" e della "società middle-class", l’Italia resti un paese caratterizzato da un’immobilità sociale crescente, dove l’origine familiare continua a determinare destino economico e status.


Sintesi Analitica

Struttura e Contenuti
Il libro si articola in otto capitoli, preceduti da un’introduzione che chiarisce l’obiettivo: riportare al centro del dibattito pubblico la questione delle classi, spesso oscurata da narrazioni sulla "fine delle ideologie" o sulla predominanza della middle class.

  1. Capitoli 1-3: Quadro Teorico e Storico

    • Ardeni ripercorre le teorie di Marx e Weber, sottolineando come le classi siano definite da rapporti di produzione (Marx) e da status, potere e reddito (Weber).

    • Ripropone la classificazione di Sylos Labini (borghesia, piccola borghesia autonoma e impiegatizia, classe operaia), mostrandone l’applicabilità agli anni ’50-’70, quando la mobilità sociale era sostenuta dalla crescita economica.

  2. Capitoli 4-5: Gli Anni ’80 e la "Scomparsa" delle Classi

    • Con l’avvento del neoliberismo, il dibattito si sposta su "stratificazione sociale" e disuguaglianze settoriali (genere, generazioni, territorio).

    • Emergono nuove categorie (es. schema EGP di Goldthorpe), ma le classi persistono, seppur frammentate: la classe operaia si divide tra garantiti e precari, mentre la middle class si polarizza in "alta" e "bassa".

  3. Capitoli 6-7: La Fotografia Attuale

    • Oggi, la struttura sociale italiana è "ingessata": la classe operaia (25% della popolazione) coesiste con una middle class in declino e un’élite sempre più ricca.

    • L’istruzione, un tempo motore di mobilità, perde efficacia: il reddito familiare determina accesso a opportunità e reti sociali.

    • Disuguaglianze di genere, divari territoriali (Nord-Sud) e fenomeni come i NEET aggravano le disparità.

  4. Capitolo 8: Classi e Politica

    • Ardeni critica la rappresentanza politica: le classi popolari sono orfane di partiti che ne difendano gli interessi, mentre le élite perpetuano un sistema iniquo.

    • La sinistra, in particolare, ha abbandonato la lotta di classe per abbracciare logiche neoliberiste, lasciando spazio a populismi di destra.

Tesi Principali

  • Le classi sociali non sono scomparse, ma si sono ridefinite: la "classe dominante" ha vinto la guerra di classe, mascherando le disuguaglianze sotto l’ideologia della middle class.

  • L’Italia è un paese bloccato, con mobilità sociale ridotta e disuguaglianze ereditarie.

  • La politica è incapace di affrontare il problema, mancando una visione strutturale dello sviluppo.


Recensione Critica

Ardeni offre un’analisi rigorosa e necessaria, riportando dati spesso trascurati dal discorso pubblico. Il merito principale è quello di svelare l’illusione della "fine delle classi", mostrando come le disparità economiche e sociali siano oggi più marcate che negli anni ’70, nonostante il benessere diffuso. La ricostruzione storica è convincente, soprattutto quando evidenzia come il neoliberismo abbia frammentato le classi lavoratrici, rendendo meno visibile ma più dura la conflittualità sociale.

Tuttavia, alcuni aspetti risultano discutibili:

  1. Ottimismo sulle Soluzioni Politiche: Ardeni denuncia giustamente l’inerzia della politica, ma non approfondisce alternative concrete oltre a un generico "ritorno alla lotta di classe".

  2. Sottovalutazione delle Nuove Disuguaglianze: Il focus sulle classi tradizionali rischia di trascurare dinamiche come la gig economy o le disuguaglianze digitali.

  3. Stile Accademico: Sebbene il libro eviti tecnicismi, alcuni passaggi (specie quelli statistici) richiedono attenzione, limitando l’accessibilità a un pubblico non specialista.

In conclusione, Le classi sociali in Italia oggi è un libro fondamentale per comprendere le radici strutturali del malessere italiano, dalla crisi della rappresentanza al populismo. Pur non essendo rivoluzionario nell’impostazione, ha il pregio di riportare la sociologia economica al centro del dibattito, sfidando narrazioni dominanti sull’"uguaglianza delle opportunità". Consigliato a chi voglia capire perché, nonostante i proclami sulla "morte delle classi", l’ascensore sociale in Italia sia ancora fuori servizio.


Caratteri totali: ~4.900 (inclusi spazi).

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Recensione critica di Le classi sociali in Italia oggi di Pier Giorgio Ardeni

Pier Giorgio Ardeni, con Le classi sociali in Italia oggi, compie un’operazione tanto necessaria quanto rischiosa: riportare al centro del dibattito pubblico una categoria – quella di “classe sociale” – da tempo accantonata, se non del tutto rimossa, dal discorso politico e accademico. Il libro, pubblicato da Laterza nella collana Anticorpi, si propone come un aggiornamento del celebre Saggio sulle classi sociali (1974) di Paolo Sylos Labini, di cui riprende l’impianto metodologico ma adattandolo a un contesto socioeconomico radicalmente mutato. L’obiettivo è chiaro: dimostrare che, nonostante la retorica dominante sulla “società middle-class” e sulla “fine delle ideologie”, le disuguaglianze strutturali permangono e continuano a plasmare le opportunità individuali.

Ardeni, economista con una solida formazione sociologica, combina dati quantitativi e analisi teorica per smontare alcuni luoghi comuni. Il più pericoloso di questi è l’idea che il capitalismo contemporaneo, soprattutto nelle sue versioni più “avanzate”, abbia ormai dissolto le divisioni di classe, sostituendole con una mobilità fluida e meritocratica. Al contrario, l’autore mostra come l’Italia sia un paese sempre più “ingessato”, dove l’origine sociale determina in modo quasi deterministico il destino individuale. La mobilità ascendente, un tempo favorita dall’espansione del ceto medio e da un’istruzione pubblica accessibile, si è progressivamente arrestata, lasciando spazio a un sistema in cui il reddito, il capitale culturale e le reti familiari giocano un ruolo decisivo.

Uno dei meriti principali del libro è la capacità di rileggere criticamente le categorie classiche (borghesia, piccola borghesia, classe operaia) alla luce delle trasformazioni degli ultimi decenni. Ardeni non si limita a riproporre lo schema di Sylos Labini, ma lo aggiorna, mostrando come la classe operaia non sia affatto scomparsa, ma si sia frammentata in una componente “garantita” (lavoratori stabili, spesso anziani) e una “precaria” (giovani, immigrati, lavoratori dei servizi a basso salario). Allo stesso modo, la middle class, lungi dall’essere un blocco omogeneo, è sempre più divisa tra una fascia alta (professionisti, dirigenti) e una bassa (impiegati, insegnanti), con quest’ultima in costante rischio di impoverimento.

L’analisi delle disuguaglianze è particolarmente efficace quando incrocia diverse dimensioni: non solo il reddito, ma anche l’istruzione, il genere, il territorio. Ardeni dimostra, dati alla mano, come il titolo di studio abbia perso gran parte del suo potere emancipatorio: se in passato un diploma o una laurea potevano garantire un salto di status, oggi il mercato del lavoro premia sempre più chi proviene da famiglie benestanti, indipendentemente dal merito individuale. Allo stesso modo, le disuguaglianze territoriali (tra Nord e Sud, ma anche tra grandi città e aree periferiche) si sovrappongono a quelle di classe, creando fratture sempre più difficili da colmare.

Tuttavia, il libro non è esente da limiti. Il principale riguarda la proposta politica, o meglio, la sua assenza. Ardeni denuncia con lucidità le contraddizioni del sistema, ma si arresta davanti alla domanda cruciale: come uscirne? Le ultime pagine, dedicate alla crisi della rappresentanza, sono forse le più deludenti. L’autore critica giustamente la sinistra per aver abbandonato la lotta di classe, ma non indica alternative concrete, limitandosi a un generico invito a “ripartire dalle classi sociali”. In un’epoca di populismi e sfiducia nelle istituzioni, questa mancanza di visione rischia di lasciare il lettore con un senso di impotenza.

Un altro punto debole è la sottovalutazione di alcune dinamiche recenti, come l’impatto della digitalizzazione e della gig economy sulle classi lavoratrici. Ardeni si concentra giustamente sul precariato, ma trascura il fatto che nuove forme di sfruttamento (lavoratori delle piattaforme, economia dei lavoretti) stanno ridefinendo i confini stessi del conflitto di classe. Sarebbe stato utile un confronto con autori come Guy Standing e la sua teoria del precariato, che avrebbe arricchito l’analisi.

Infine, lo stile, pur chiaro e accessibile, pecca a volte di una certa aridità accademica. I capitoli centrali, ricchi di tabelle e dati statistici, sono fondamentali per sostenere la tesi, ma rischiano di appesantire la lettura per un pubblico non specialista.

Nonostante queste critiche, Le classi sociali in Italia oggi rimane un libro importante, che sfida narrazioni dominanti e offre strumenti per interpretare la crisi italiana. Ardeni ha il merito di ricordarci che, se le classi non sono più quelle di una volta, ciò non significa che siano scomparse: semplicemente, hanno cambiato forma, e continuano a determinare, più che mai, chi ha accesso al potere e chi no. In un’epoca di polarizzazione crescente, questa consapevolezza è il primo passo per immaginare un futuro diverso.

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