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Dollaro debole e centralità degli Usa: l’equazione impossibile di Trump (DOMANI)

 

Dollaro debole e centralità degli Usa: l’equazione impossibile di Trump


La Casa Bianca vuole allo stesso tempo la moneta debole per ridurre i disavanzi e il “privilegio esorbitante” di emettere la valuta internazionale di riserva. Non riuscirà ad avere le due cose, e la fine del dominio del biglietto verde fa presagire un lungo periodo di instabilità finanziaria ed economica

Il sistema finanziario globale si fonda fin dal secondo dopoguerra del secolo scorso sulla centralità degli Stati Uniti e del dollaro come valuta di riserva internazionale. I paesi europei e poi quelli emergenti si sono per decenni appoggiati sugli Stati Uniti per riassorbire i loro squilibri interni (ad esempio gli eccessi di produzione di Germania e Giappone e poi della Cina), ma in cambio lasciavano agli Usa il quasi monopolio sui servizi finanziari e accettavano l’uso del dollaro come valuta per le transazioni finanziarie e commerciali.

Questo «privilegio esorbitante», come ebbe a definirlo negli anni settanta Giscard d’Estaing, ha a lungo consentito agli Stati Uniti di condurre le proprie politiche senza vincoli: i disavanzi venivano finanziati emettendo debito denominato in dollari, prendendo quindi in prestito dall’estero senza fronteggiare i vincoli cui fa fronte qualunque altro paese che deve procurarsi i dollari per poter pagare i propri debiti.

Assorbire gli squilibri

Allo stesso tempo, il resto del mondo, oltre che contare sugli Usa per assorbire i propri squilibri poteva accumulare attivi in dollari (in particolare i titoli del debito pubblico) sapendo che avrebbe potuto rivenderli in qualunque momento. Di conseguenza, il governo degli Stati Uniti poteva emettere debito a tassi di interesse più bassi, poiché gli investitori accettavano rendimenti inferiori in cambio della sicurezza e della liquidità.

Questo sistema era mutualmente vantaggioso, ma portava ad un paradosso, evidenziato da Robert Triffin negli anni sessanta: la crescente domanda di dollari come valuta di riserva poteva essere soddisfatta solo da persistenti disavanzi delle partite correnti americane. Ma questi a loro volta avrebbero progressivamente fatto diminuire la fiducia nel valore della valuta statunitense. In pratica, il dollaro avrebbe dovuto allo stesso tempo essere abbondante per soddisfare i bisogni di liquidità globali, e scarso per mantenere valore e continuare ad essere appetibile.

È un problema che non è mai stato veramente risolto e il fragile equilibrio che ha resistito fino a oggi è spiegato dalla mancanza di alternative al dollaro (l’eurozona divisa e stagnante non è attrattiva, e la Cina non è ancora pronta a liberalizzare i propri mercati dei capitali): i mercati mondiali hanno continuato ad accettare dollari e a mantenerne stabile il valore nonostante l’aumento costante del debito americano che avrebbe invece dovuto suggerire prudenza. Il privilegio esorbitante, appunto.

È in questo quadro che si inserisce la svolta nelle relazioni internazionali impartita da Trump che, come spiegato a più riprese dal anche dal Diario Europeo, vede i disavanzi commerciali come un sussidio al resto del mondo, da eliminare per evitare di essere “derubati” e riuscire a riportare l’attività manifatturiera negli Stati Uniti.

La capra e i cavoli 

In questo, Trump si avvale dell’analisi di Stephen Miran, presidente del suo Council of Economic advisers, che nell’autunno 2024 ha scritto una sorta di manifesto sulla necessità di ristrutturare il sistema monetario internazionale nel quale tracciava i contorni di un possibile accordo internazionale sul dollaro (l’"Accordo di Mar-a-Lago"). L’obiettivo dell’accordo dovrebbe essere quello di indebolire il dollaro per consentire di ridurre i disavanzi commerciali, mantenendo allo stesso tempo il suo status di valuta di riserva

Per fare questo, secondo Miran, gli Stati Uniti devono chiedere ai paesi partner di accettare un dollaro più debole in cambio dell’accesso al mercato americano, ma anche della protezione militare, la stabilità geopolitica e via di seguito. Gli altri paesi dovrebbero poi condividere il costo di mantenere la stabilità finanziaria globale, attraverso una tassa sulle riserve in dollari che detengono, e impegnarsi a rendere il sistema più stabile accettando titoli perpetui del debito pubblico americano a tassi ridotti. Ovviamente Miran non si preoccupa di dividere con gli altri paesi anche i benefici che vengono dal privilegio esorbitante. I dazi di Trump quindi, quelli imposti ma anche quelli minacciati, soprattutto ai paesi amici, si inscrivono in un tentativo degli Stati Uniti di salvare la capra della potenza del dollaro e i cavoli del riassorbimento dei disavanzi commerciali. Lo stesso Miran sosteneva già in novembre che i dazi dovevano essere usati come strumento di pressione per spingere gli altri paesi all’accordo. La guerra commerciale di Trump, insomma, non ha né capo né coda ma è tutt’altro che improvvisata.

Le cose, non sorprendentemente viste le traballanti fondamenta della loro strategia, non stanno andando come desiderano il Presidente e i suoi consigliori. Al momento, la più probabile soluzione al paradosso di Triffin non sarà un riassorbimento dei disavanzi commerciali, né una svalutazione controllata o un accordo in cui gli altri paesi avrebbero tutto da perdere e nulla da guadagnare, ma la perdita di status di valuta di riserva del dollaro. Questo per due ragioni: la prima, e fondamentale, è che l’ascesa della Cina e delle altre economie emergenti, e la frammentazione geopolitica che la accompagna, tendono naturalmente a ridimensionare gli Stati Uniti come potenza egemone e quindi il ruolo del dollaro come valuta di riserva globale.

La seconda, contingente, è l’instabilità politica ed economica introdotta da Trump, che spinge a dubitare della capacità degli Stati Uniti di continuare a trainare la crescita mondiale e ad agire come elemento di stabilizzazione. In qualche modo, insomma, i chiari di luna di Trump stanno accelerando un fenomeno di perdita di rilevanza del dollaro che era già in corso e che rischia a questo punto di non avvenire gradualmente, ma attraverso una crisi finanziaria esplosiva.

La fuga dal dollaro

Fin dall’insediamento del Tycoon americano, e soprattutto a partire dal “Liberation Day” del 2 aprile, gli investitori stranieri hanno iniziato ad uscire dalle loro posizioni in dollari, con tensioni sui rendimenti dei titoli del debito americani; al momento non si tratta di una fuga e il debito statunitense sembra ancora ampiamente sostenibile. Rimane però il fatto che i mercati iniziano a farsi delle domande e che un futuro scossone potrebbe innescare un movimento ben più consistente e provocare una crisi finanziaria globale. Giova ricordare che l’ultima crisi del dollaro, nel 1971, ha portato a un decennio di instabilità finanziaria, inflazione, e crescita stagnante.

A questo punto, si aprono tre scenari. O Trump fa una brusca virata, e si impegna a ritrovare la centralità del dollaro (è quello che aveva provato a fare Biden cercando di sfruttare la transizione ecologica per rilanciare l’egemonia economica americana). o gli altri paesi (Cina e Unione europea in testa) cercano rapidamente di plasmare un nuovo ordine mondiale non più incentrato sugli Stati Uniti e sul dollaro. Oppure, e al momento sembra purtroppo lo scenario più probabile, ci aspetta un lungo periodo di caos economico e instabilità finanziaria.

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