I tagli alla spesa piegano il Pil Usa ABSTRACT

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I tagli alla spesa piegano il Pil Usa

di Claudio Conti - Dimitri B. Papadimitriou, Giuliano Toshiro Yajima, Gennaro Zezza

Dare soluzioni sbagliate a problemi non compresi porta al disastro. Sembra questa la sentenza adatta alla trumpnomics, quel vortice di decreti presidenziali che ha imposto dazi sulle merci importate da tutto il mondo e giganteschi tagli alla spesa pubblica degli Stati Uniti.

Non che la spesa Usa sia molto orientata al “sociale”, anzi… Ma comunque era ed è una massa di spesa rilevante che, come spiegava un liberale conservatore come Keynes, comunque entra nel Pil con effetti “moltiplicati” (3 dollari di Pil per ogni dollaro di spesa, in media).

L’esatto opposto di quanto prescritto dall’astinenza neoliberista, secondo cui la massima efficienza del mercato si ha quando la spesa pubblica viene tagliata e il debito pubblico ridotto (anche se la riduzione, di fatto, non c’è mai stata per nessun paese, anzi…).

Sta di fatto che i dati relativi ai primi medi di amministrazione Trump sembrano proprio confermare che il problema della crisi Usa ha ricevuto lì una diagnosi sbagliata e quindi una “cura” che aggrava il problema invece di risolverlo.

Il Levy Institute – non certo un tempio del “progressismo” – si è messo a ragionare sui dati trimestrali, peraltro parecchio perturbati dalle iniziative trumpiane, ed ha scoperto quel che anche da lontano si poteva intuire (se si ha qualche cognizione di critica dell’economia politica).

Le importazioni non sono la causa della bassa crescita Usa (scesa dello 0,28%), anche se c’è stato un aumento straordinario (+41,3%) dovuto paradossalmente proprio all’annuncio di dazi mostruosi contro tutti. In pratica, le aziende che utilizzavano beni o componenti cinesi (e non solo) si sono affrettate a fare scorta ai vecchi prezzi prima che raddoppiassero a causa dei dazi. Ma, appunto, si tratta di un effetto temporaneo che scomparirà “a regime” (semmai ci sarà una fase “normale” sotto la gestione di The Donald).

Il peso negativo sul Pil, invece, ce l’hanno i tagli alla spesa pubblica. Ma guarda un po’…

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La Prossima Recessione: Le Importazioni sono il Vero Colpevole?

Le stime preliminari sulla crescita del PIL reale nel primo trimestre del 2025 mostrano un tasso di contrazione annualizzato dello 0,28%, accompagnato da un aumento straordinario delle importazioni del 41,3%.

La maggior parte dei commentatori si è affrettata a indicare che la contrazione fosse dovuta all’aumento delle importazioni, come nel recente titolo di Reuters che dichiarava: “La contrazione del PIL è guidata dal record del deficit commerciale a causa del boom delle importazioni“.

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È vero che le importazioni sono aumentate vertiginosamente, soprattutto approfittando dell’esenzione de minimis per i beni cinesi, terminata alla mezzanotte di venerdì 2 maggio 2025. L’esenzione de minimis consente a merci del valore di 800 dollari o meno di entrare negli Stati Uniti quasi senza dazi, senza ispezioni e con pochissima burocrazia.

Queste piccole spedizioni, coperte dall’esenzione de minimis, hanno rappresentato oltre 1,36 miliardi di spedizioni nell’anno fiscale 2024 — più del doppio rispetto a quattro anni prima, secondo l’agenzia doganale statunitense. Secondo The Guardian, questo tipo straordinario di importazioni rappresenta “oltre il 90% di tutto il carico che entra negli USA. Circa il 60% di questi pacchi proviene dalla Cina“.

È ben noto che le componenti della domanda del PIL includono consumi, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni meno importazioni. Quel contributo negativo delle importazioni potrebbe portare chi non conosce bene la contabilità nazionale a presupporre un legame negativo diretto e uno a uno tra importazioni e PIL.

Una visione più informata smentisce questa conclusione, poiché il valore delle merci importate si riflette anche nei consumi, negli investimenti e nella spesa pubblica, quindi un aumento delle importazioni ha un effetto negativo sulla produzione interna solo quando il settore domestico passa da beni prodotti internamente a beni esteri, cosa che non sta accadendo attualmente negli Stati Uniti.

Certamente, il picco delle importazioni è legato all’incertezza legata all’introduzione dei dazi di Trump, che, come indicato sopra, hanno spinto le aziende ad accumulare prodotti esteri prima che i dazi entrassero in vigore. Ciò è corroborato dal legame tra la variazione delle importazioni di beni e la variazione delle scorte dimostrato nella Figura 1. Tuttavia, la ragione del (lieve) calo del PIL reale nel primo trimestre del 2025 dovrebbe essere ricercata altrove.

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I commenti sulla crescita del PIL si concentrano solitamente sui tassi di crescita annualizzati, che spesso esagerano i movimenti a breve termine. Se osserviamo, ad esempio, la variazione annuale del PIL reale nel primo trimestre del 2025, notiamo una crescita positiva del 2% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente.

Esaminando il tasso di crescita trimestrale di ciascuna componente della domanda, l’unica che mostra un segno negativo (Figura 2) è la spesa pubblica, diminuita dello 0,4% (1,45% su base annualizzata).

Il responsabile del rallentamento del PIL è quindi principalmente lo shock derivante dal calo delle spese del governo federale e, dati i tagli proposti dall’amministrazione alle spese discrezionali non di difesa di oltre 163 miliardi di dollari a partire dal prossimo anno fiscale, la contrazione del PIL sarà in definitiva molto più forte.


* da Levy Economic Institute – https://www.levyinstitute.org/publications/the-incoming-recession-are-imports-the-real-culprit/
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ChatGPT

Ecco una presentazione e una sintesi analitica dell’articolo “I tagli alla spesa piegano il Pil Usa” di Claudio Conti e del rapporto del Levy Economic Institute a firma di Dimitri B. Papadimitriou, Giuliano Toshiro Yajima, Gennaro Zezza.


📌 Presentazione dell’articolo

L’articolo, pubblicato su il manifesto, si basa su un rapporto del Levy Economics Institute e propone una lettura critica dell’impatto delle politiche economiche dell’amministrazione Trump sulla crescita economica degli Stati Uniti nel primo trimestre del 2025. Il focus principale è sulla relazione tra tagli alla spesa pubblica e contrazione del PIL, con una critica alle interpretazioni dominanti che attribuiscono la colpa all’aumento delle importazioni. I dati mostrano invece che il vero freno alla crescita è la politica di austerità imposta dal governo, più che gli scambi internazionali.


🧠 Sintesi analitica

1. Diagnosi sbagliata e terapia dannosa

L’articolo parte da una riflessione teorica: secondo l’approccio neoliberista, tagliare la spesa pubblica e ridurre il debito dovrebbero stimolare l’efficienza del mercato. Tuttavia, questa “cura” è, secondo gli autori, basata su un’errata comprensione della crisi americana. Il risultato? Una contrazione del PIL e un’inefficace risposta alle difficoltà strutturali dell’economia statunitense.

2. Il ruolo della spesa pubblica secondo Keynes

Anche per economisti moderati come Keynes, ogni dollaro di spesa pubblica genera più crescita economica (moltiplicatore keynesiano). La riduzione della spesa federale — peraltro già poco orientata al sociale — ha dunque effetti depressivi sull’economia reale. Il PIL statunitense si contrae dello 0,28% su base annualizzata.

3. Le importazioni: un falso bersaglio

L’aumento straordinario delle importazioni (+41,3%) viene indicato da alcuni come causa del rallentamento economico, ma secondo il Levy Institute si tratta di un’illusione contabile. Il picco è legato all’annuncio dei dazi: le aziende hanno anticipato gli acquisti per evitare rincari, sfruttando l’esenzione de minimis. Questo effetto è transitorio e non incide strutturalmente sulla produzione interna, né spiega la contrazione del PIL.

4. Contabilità nazionale e PIL: una lettura corretta

Il PIL include componenti come consumi, investimenti, spesa pubblica, esportazioni nette. Le importazioni non riducono direttamente il PIL: lo fanno solo se sostituiscono produzione interna. Al contrario, l’unico contributo negativo alle componenti della domanda aggregata proviene dalla spesa pubblica, che è diminuita dello 0,4% trimestrale (1,45% annualizzato).

5. Prospettive preoccupanti

Con i tagli previsti di 163 miliardi di dollari alle spese discrezionali non militari nel prossimo bilancio federale, si prevede un impatto ancora più grave sul PIL nei mesi successivi. L’austerità, in questo contesto, si configura come una scelta pro-ciclica che aggrava la stagnazione invece di contrastarla.


📎 Conclusione

L’articolo e lo studio del Levy Institute convergono su un punto chiave: non sono le importazioni, ma i tagli alla spesa pubblica la causa principale della flessione del PIL USA. La narrazione dominante, che punta il dito contro il commercio estero, distoglie l’attenzione dalle responsabilità della politica fiscale interna. Un ritorno a politiche espansive, in linea con un approccio keynesiano alla domanda aggregata, appare come l’unica strategia capace di evitare una recessione più profonda.


Fammi sapere se vuoi integrare questa sintesi in un saggio o articolo più ampio, magari legandolo alle politiche economiche post-pandemiche o alla transizione geopolitica USA.


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