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Neoliberismo ARTICOLO ABSTRACT E LIBRO

 


Lo scorpione del neoliberismo. Col suo morso ha vinto fallendo

Il saggio di Monbiot e Hutchinson è diventato un avvincente documentario: la cura dei mali ha causato tutte le crisi di oggi. Dall’esperimento di Pinochet in Cile al prototipo Silvio Berlusconi: “i clown assassini” che hanno imposto la dottrina invisibile

Pare che rane e scorpioni non vadano troppo d’accordo, specialmente quando si tratta di attraversare fiumi. Una fiaba assai nota ci racconta, infatti, che uno scorpione, dopo aver convinto una rana ad aiutarlo a guadare il fiume, la trafigge all’improvviso con il velenoso pungiglione e che quando l’ingenuo anfibio, ormai morente nell’acqua, gli chiede il motivo, lo scorpione – destinato alla stessa sorte poiché incapace di nuotare – risponde che è nella sua natura e che non ci può fare niente.

Quella che è solo una favola attribuita ad Esopo da prendere in prestito come metafora, diventa una tragedia quando al posto della rana e dello scorpione ci mettiamo noi e il capitalismo neoliberista.

Proprio così: noi, cittadini di una società universale, nei panni della fiduciosa ranocchia e la dottrina economico-politica nata con la crisi delle socialdemocrazie in quelli dello scorpione (ma, si badi bene, di uno scorpione infinitamente più pericoloso di qualsiasi Aracnide esistente).

Per perseguire i propri obiettivi, che coincidono per conformazione con gli interessi di una piccola élite globale che controlla il capitale finanziario-speculativo, questo scorpione più mortifero di tutti ci ha convinti a credere alle sue illogiche ma seducenti promesse: solo un mercato senza regole crea benessere; i meritevoli di successo emergono solo dalla competizione; se lavorate di più un giorno avrete i servizi pubblici di cui avete bisogno e se guadagnate di più raggiungerete la sicurezza economica (ma se fallite, la colpa è vostra); siate egoisti, non solidali: ci penserà una mano invisibile a sistemare al giusto posto gli solipsismi di ciascuno per produrre l’agognata ricchezza.

L’inganno originario

Il neoliberismo ci ha persuasi a credere che il riferimento alla libertà su cui si fonda il nome significasse libertà per tutti, non solo per i ricchi e potenti e che il dissenso fosse qualcosa di cattivo, da reprimere e punire. È con questi inganni sulle spalle che siamo entrati nel “fiume”, pronti, come la rana, a condurre il neoliberismo sulla riva opposta, dove si stendono praterie vergini da saccheggiare e abbandonare.

Tuttavia, il suo pungiglione non ci ha colti di sorpresa: ci sono voluti più di quattro decenni perché imparassimo a riconoscere gli effetti di quel veleno.

E neppure il capitalismo sotto steroidi ha fatto la fine dello scorpione: è diventato, anzi, così potente e pervasivo da non essere più identificato come un’ideologia ma «come una sorta di legge naturale, come la selezione darwiniana, la termodinamica o persino la gravità: un fatto immutabile, una realtà non negoziabile».

A raccontarci che cos’è, com’è cambiata e come possiamo provare a “rovesciare” la dottrina che ha predato ogni aspetto della nostra vita e le risorse del pianeta terra –- tant’è che gli ultraricchi Elon Musk e Jeff Bezos si contendono ora il profitto spaziale – sono il giornalista del Guardian George Monbiot e il regista del pluripremiato Requiem for the American Dream, Peter Hutchison, in un saggio di 265 pagine divenuto anche un avvincente documentario da poco disponibile sulla piattaforma Kanopy: The invisible doctrine. The secret history of Neoliberalism (“La dottrina invisibile. La storia segreta del Neoliberismo”).

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I demagoghi moderni

Era stato presentato come la cura di tutti i mali e invece il neoliberismo «ha causato o contribuito alla maggior parte delle crisi che ora ci troviamo ad affrontare: l'aumento delle disuguaglianze; la povertà infantile dilagante; il degrado della sanità, dell'istruzione e di altri servizi pubblici; lo sgretolamento delle infrastrutture; l’arretramento democratico; il crollo finanziario del 2008; l'ascesa di demagoghi moderni come Viktor Orbán, Donald Trump, Boris Johnson, Jair Bolsonaro, Javier Milei; le nostre crisi ecologiche e i disastri ambientali», lo sfruttamento animale ma anche la nostra crescente solitudine, i disturbi mentali, la sfiducia e la mancanza di speranza. «Rispondiamo a queste situazioni come se si verificassero in modo isolato», osservano nel libro pubblicato nel 2024 da Penguin Random House, «senza riconoscere che derivano o sono esasperate dalla stessa ideologia coerente, un'ideologia che ha, o almeno aveva, un nome».

Già. Quel nome era stato fatto per la prima volta in una conferenza a Parigi, nel 1938, per indicare un pensiero economico alternativo al liberalismo classico e al sistema collettivista; dopo qualche anno aveva però smesso di circolare e così, mentre la religione neoliberista, con i suoi dogmi e il suo credo, si sviluppava, il nome diventava un’espressione quasi esoterica.

Il Cile del golpe e Silvio

L’occasione per uscire allo scoperto era arrivata con le crisi mondiali degli anni Settanta: «Il colpo di stato in Cile è stato l'esperimento a cui hanno attinto Margaret Thatcher e Ronald Reagan», scrivono, anche se il suo vero trionfo è stato la capitolazione di coloro che avrebbero dovuto contrastarlo, cioè i partiti democratici. In altre parole, «siamo tutti neoliberisti ora».

Gli oligarchi, non solo russi; i signori della guerra; la Brexit; il ritorno di autoritarismi, neofascismi, populismi o plutocrazie varie anche in Paesi che si considerano pluralisti (come il nostro) e l’egemonia egoriferita di coloro che nel libro vengono chiamati «clown assassini», sono alcuni dei suoi “frutti avvelenati”. A tal proposito Monbiot e Hutchinson riconoscono a Silvio Berlusconi il ruolo di «pioniere e archetipo del nuovo modello politico», di quei «clown assassini», appunto, che comandano la nostra epoca confusa con un mix di esibizionismo, buffoneria, disprezzo per la giustizia e per l’etica politica. Si tratta di personaggi che hanno conquistato il potere soffiando sull’indignazione e promettendo – in nome del popolo – di distruggere il vecchio e corrotto ordine (salvo poi far prosperare proprio corruzione e clientelismo).

Italia

Con fare rassicurante Berlusconi ha aperto le porte al male

Nell’ultima parte del libro, la pars construens, gli autori suggeriscono perciò da dove partire. «La nuova narrazione deve fare leva» su tutto ciò che lo “scorpione neoliberista” ha cercato di seppellire: «Sull’altruismo, l’empatia, la cooperazione, la giustizia e l’equità, il recupero di un senso di appartenenza alla comunità, il primato del potere democratico su quello finanziario; su una democrazia rappresentativa che non esclude ma, anzi, consolida quella partecipativa; sulla costruzione di un’economia che rispetta le persone e il pianeta».

E concludono così: «Se vogliamo raggiungere questi punti di svolta sociali»– o, per tornare alla nostra metafora, se vogliamo raggiungere sani e salvi l’altra riva del fiume – «il nostro primo compito è abbattere il velo di invisibilità che protegge dalla vista pubblica sia il neoliberismo che la vera natura del capitalismo. Bisogna esporre le loro violazioni, i loro inganni. Bisogna rivelare ciò che è stato nascosto. Bisogna pronunciare i loro nomi».

Ce la faremo?

© Riproduzione riservata

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TESTO PULITO

Lo scorpione del neoliberismo. Col suo morso ha vinto fallendo
Monica Zornetta
DOMANI 11 maggio 2025 • 15:33

Il saggio di Monbiot e Hutchinson è diventato un avvincente documentario: la cura dei mali ha causato tutte le crisi di oggi. Dall’esperimento di Pinochet in Cile al prototipo Silvio Berlusconi: “i clown assassini” che hanno imposto la dottrina invisibile

Pare che rane e scorpioni non vadano troppo d’accordo, specialmente quando si tratta di attraversare fiumi. Una fiaba assai nota ci racconta, infatti, che uno scorpione, dopo aver convinto una rana ad aiutarlo a guadare il fiume, la trafigge all’improvviso con il velenoso pungiglione e che quando l’ingenuo anfibio, ormai morente nell’acqua, gli chiede il motivo, lo scorpione – destinato alla stessa sorte poiché incapace di nuotare – risponde che è nella sua natura e che non ci può fare niente.

Quella che è solo una favola attribuita ad Esopo da prendere in prestito come metafora, diventa una tragedia quando al posto della rana e dello scorpione ci mettiamo noi e il capitalismo neoliberista.

Proprio così: noi, cittadini di una società universale, nei panni della fiduciosa ranocchia e la dottrina economico-politica nata con la crisi delle socialdemocrazie in quelli dello scorpione (ma, si badi bene, di uno scorpione infinitamente più pericoloso di qualsiasi Aracnide esistente).

Per perseguire i propri obiettivi, che coincidono per conformazione con gli interessi di una piccola élite globale che controlla il capitale finanziario-speculativo, questo scorpione più mortifero di tutti ci ha convinti a credere alle sue illogiche ma seducenti promesse: solo un mercato senza regole crea benessere; i meritevoli di successo emergono solo dalla competizione; se lavorate di più un giorno avrete i servizi pubblici di cui avete bisogno e se guadagnate di più raggiungerete la sicurezza economica (ma se fallite, la colpa è vostra); siate egoisti, non solidali: ci penserà una mano invisibile a sistemare al giusto posto gli solipsismi di ciascuno per produrre l’agognata ricchezza.
L’inganno originario

Il neoliberismo ci ha persuasi a credere che il riferimento alla libertà su cui si fonda il nome significasse libertà per tutti, non solo per i ricchi e potenti e che il dissenso fosse qualcosa di cattivo, da reprimere e punire. È con questi inganni sulle spalle che siamo entrati nel “fiume”, pronti, come la rana, a condurre il neoliberismo sulla riva opposta, dove si stendono praterie vergini da saccheggiare e abbandonare.

Tuttavia, il suo pungiglione non ci ha colti di sorpresa: ci sono voluti più di quattro decenni perché imparassimo a riconoscere gli effetti di quel veleno.

E neppure il capitalismo sotto steroidi ha fatto la fine dello scorpione: è diventato, anzi, così potente e pervasivo da non essere più identificato come un’ideologia ma «come una sorta di legge naturale, come la selezione darwiniana, la termodinamica o persino la gravità: un fatto immutabile, una realtà non negoziabile».

A raccontarci che cos’è, com’è cambiata e come possiamo provare a “rovesciare” la dottrina che ha predato ogni aspetto della nostra vita e le risorse del pianeta terra –- tant’è che gli ultraricchi Elon Musk e Jeff Bezos si contendono ora il profitto spaziale – sono il giornalista del Guardian George Monbiot e il regista del pluripremiato Requiem for the American Dream, Peter Hutchison, in un saggio di 265 pagine divenuto anche un avvincente documentario da poco disponibile sulla piattaforma Kanopy: The invisible doctrine. The secret history of Neoliberalism (“La dottrina invisibile. La storia segreta del Neoliberismo”).

Era stato presentato come la cura di tutti i mali e invece il neoliberismo «ha causato o contribuito alla maggior parte delle crisi che ora ci troviamo ad affrontare: l'aumento delle disuguaglianze; la povertà infantile dilagante; il degrado della sanità, dell'istruzione e di altri servizi pubblici; lo sgretolamento delle infrastrutture; l’arretramento democratico; il crollo finanziario del 2008; l'ascesa di demagoghi moderni come Viktor Orbán, Donald Trump, Boris Johnson, Jair Bolsonaro, Javier Milei; le nostre crisi ecologiche e i disastri ambientali», lo sfruttamento animale ma anche la nostra crescente solitudine, i disturbi mentali, la sfiducia e la mancanza di speranza. «Rispondiamo a queste situazioni come se si verificassero in modo isolato», osservano nel libro pubblicato nel 2024 da Penguin Random House, «senza riconoscere che derivano o sono esasperate dalla stessa ideologia coerente, un'ideologia che ha, o almeno aveva, un nome».

Già. Quel nome era stato fatto per la prima volta in una conferenza a Parigi, nel 1938, per indicare un pensiero economico alternativo al liberalismo classico e al sistema collettivista; dopo qualche anno aveva però smesso di circolare e così, mentre la religione neoliberista, con i suoi dogmi e il suo credo, si sviluppava, il nome diventava un’espressione quasi esoterica.
Il Cile del golpe e Silvio

L’occasione per uscire allo scoperto era arrivata con le crisi mondiali degli anni Settanta: «Il colpo di stato in Cile è stato l'esperimento a cui hanno attinto Margaret Thatcher e Ronald Reagan», scrivono, anche se il suo vero trionfo è stato la capitolazione di coloro che avrebbero dovuto contrastarlo, cioè i partiti democratici. In altre parole, «siamo tutti neoliberisti ora».

Gli oligarchi, non solo russi; i signori della guerra; la Brexit; il ritorno di autoritarismi, neofascismi, populismi o plutocrazie varie anche in Paesi che si considerano pluralisti (come il nostro) e l’egemonia egoriferita di coloro che nel libro vengono chiamati «clown assassini», sono alcuni dei suoi “frutti avvelenati”. A tal proposito Monbiot e Hutchinson riconoscono a Silvio Berlusconi il ruolo di «pioniere e archetipo del nuovo modello politico», di quei «clown assassini», appunto, che comandano la nostra epoca confusa con un mix di esibizionismo, buffoneria, disprezzo per la giustizia e per l’etica politica. Si tratta di personaggi che hanno conquistato il potere soffiando sull’indignazione e promettendo – in nome del popolo – di distruggere il vecchio e corrotto ordine (salvo poi far prosperare proprio corruzione e clientelismo).
Italia

Se è vero che «il neoliberismo ha fallito», come scrivono in The invisible doctrine, è anche vero che in termini di diffusione e interiorizzazione della sua visione del mondo, ha vinto. E continuerà a farlo almeno fino a quando non riusciremo a costruire una storia nuova da seguire, una storia di restaurazione con la quale sostituire la sua “favola”.

Nell’ultima parte del libro, la pars construens, gli autori suggeriscono perciò da dove partire. «La nuova narrazione deve fare leva» su tutto ciò che lo “scorpione neoliberista” ha cercato di seppellire: «Sull’altruismo, l’empatia, la cooperazione, la giustizia e l’equità, il recupero di un senso di appartenenza alla comunità, il primato del potere democratico su quello finanziario; su una democrazia rappresentativa che non esclude ma, anzi, consolida quella partecipativa; sulla costruzione di un’economia che rispetta le persone e il pianeta».

E concludono così: «Se vogliamo raggiungere questi punti di svolta sociali»– o, per tornare alla nostra metafora, se vogliamo raggiungere sani e salvi l’altra riva del fiume – «il nostro primo compito è abbattere il velo di invisibilità che protegge dalla vista pubblica sia il neoliberismo che la vera natura del capitalismo. Bisogna esporre le loro violazioni, i loro inganni. Bisogna rivelare ciò che è stato nascosto. Bisogna pronunciare i loro nomi».

Ce la faremo?

© Riproduzione riservata

Monica Zornetta

Giornalista, saggista, ricercatrice indipendente. Collabora con quotidiani e settimanali nazionali e internazionali. Tra i suoi libri: "A casa nostra. Cinquant'anni di mafia e criminalità in Veneto"; “La resa. Ascesa, declino e pentimento di Felice Maniero”; “Ludwig. Storie di fuoco, sangue, follia”; “Alla fine del mondo. La vera storia dei Benetton in Patagonia”.

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CHATGPT ABSTRACT

ABSTRACT
Nel saggio-documentario The Invisible Doctrine, George Monbiot e Peter Hutchinson smascherano il neoliberismo come ideologia dominante e distruttiva, mascherata da legge naturale. Dalla sua genesi negli anni ’30 all’esperimento cileno del golpe di Pinochet, fino all’egemonia globale contemporanea, il neoliberismo ha generato disuguaglianze, crisi sociali, ambientali e politiche, promuovendo una cultura del profitto e dell’egoismo. Monica Zornetta, su Domani, ne traccia una critica potente: anche se il neoliberismo ha fallito nei fatti, ha vinto culturalmente. Per invertire la rotta, dicono gli autori, serve una nuova narrazione fondata su giustizia sociale, democrazia partecipativa e rispetto per il pianeta. Ma tutto comincia da un gesto politico essenziale: chiamarlo per nome.

CHATGPT SEGNALAZIONE

SEGNALAZIONE ARTICOLO – Domani, 11 maggio 2025
Titolo: Lo scorpione del neoliberismo. Col suo morso ha vinto fallendo
Autrice: Monica Zornetta

In questo articolo, Monica Zornetta recensisce The Invisible Doctrine. The Secret History of Neoliberalism, saggio di George Monbiot e Peter Hutchinson, ora anche documentario disponibile su Kanopy. L’opera propone una lucida e impietosa analisi storica e politica del neoliberismo, dalla sua nascita teorica nel 1938, al laboratorio cileno del golpe di Pinochet, fino al suo trionfo globale come “dottrina invisibile” che ha conquistato anche chi avrebbe dovuto contrastarla.

Attraverso la metafora della favola dello scorpione e della rana, Monbiot e Hutchinson descrivono il neoliberismo come una forza predatoria che ha generato disuguaglianze, crisi ambientali, privatizzazione dei beni pubblici e una cultura dell’egoismo. Il saggio denuncia anche il ruolo dei “clown assassini” – tra cui Silvio Berlusconi come archetipo – nell’imposizione di un nuovo modello politico che ha sostituito la democrazia con lo spettacolo e la plutocrazia.

Nonostante i suoi effetti disastrosi, il neoliberismo ha vinto in quanto visione egemone del mondo. Solo una nuova narrazione fondata su solidarietà, giustizia, potere democratico e rispetto per il pianeta potrà, secondo gli autori, infrangere l’illusione e costruire un’alternativa. Il primo passo? Nominarlo.

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The Invisible Doctrine: The Secret History of Neoliberalism
Allen Lane, PT, 2024
George Monbiot, Peter Hutchinson

ISBN 9780593735152
Ebook ISBN 9780593735169

FILE PDF E EPUB

Monbiot,George&Hutchinson,Peter-The Invisible Doctrine_The Secret History of Neoliberalism-Allen Lane,2024


LIBRO INDICE

INDICE

  1. L’ideologia anonima

  2. Il mercato “libero”

  3. La favola del capitalismo

  4. L’ascesa dell’internazionale neoliberista

  5. L’era neoliberista

  6. Cosa c’è di liberale nel neoliberismo?

  7. “Rendita” e altre ambiguità

  8. La redistribuzione della ricchezza

  9. La crisi della democrazia

  10. La solitudine del neoliberismo

  11. Dottrina invisibile — Finanziatori invisibili

  12. Anomia nel Regno Unito

  13. Mentire spudoratamente

  14. Quando i neoliberisti ottengono tutto ciò che vogliono: un caso di studio

  15. L’attacco dei clown assassini

  16. Le finzioni del complotto

  17. Cittadini di nessun luogo

  18. Un difetto nel modello

  19. Nessuna via d’uscita

  20. Il mito delle micro-soluzioni

  21. Mobilitazione: un caso di studio

  22. Una nuova narrazione

  23. La politica dell’appartenenza

  24. Sufficienza privata, lusso pubblico

  25. Il punto di non ritorno

Ringraziamenti
Note
Indice analitico



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