Capitalismo digitale e robotizzazione

 


Capitalismo digitale e robotizzazione

di Vladimiro Merlin

https://www.sinistrainrete.info/societa/30600-vladimiro-merlin-capitalismo-digitale-e-robotizzazione.html

512px robot wireframe1.jpgUn ulteriore approfondimento sul tema dell’evoluzione del capitalismo tecnologico, delle contraddizioni determinate dalla sovrapproduzione e sulla prospettiva della liberazione dell’umanità dalla necessità del lavoro.

A seguito dell’articolo di Fosco Giannini su questi temi, di cui condivido le conclusioni che trae, vorrei aggiungere alcuni altri elementi di riflessione e approfondimento.

Per quanto riguarda la robotizzazione, questa tendenza è certamente destinata a estendersi sempre di più, come è stato per ogni sviluppo tecnologico, sotto la spinta inarrestabile della concorrenza, nonostante, come ha scritto Giannini, essa indubbiamente produrrà una forte caduta del saggio di profitto per i capitalisti in quanto il profitto essi lo possono trarre solo dal lavoro umano, le macchine, per quanto evolute, non possono creare profitto, per cui, dato che la robotizzazione ridurrà in modo consistente il lavoro umano necessario alla produzione del medesimo quantitativo di merci e, d’altra parte, aumenterà in modo ancora più consistente il capitale che sarà necessario investire nei processi produttivi, ne deriva che il saggio di profitto dei capitalisti risulterà fortemente ridimensionato.

Vi è, però, un’altra contraddizione fondamentale del rapporto di produzione capitalistico che da questo cambiamento subirà una forte esasperazione.

Si tratta della sovrapproduzione di merci.

Gli sviluppi tecnologici che si sono verificati dall’ultimo dopoguerra a oggi hanno creato una situazione che esaspera in modo esponenziale le contraddizioni del sistema capitalistico, in particolare quella relativa alla sovrapproduzione.

A seguito degli sviluppi tecnologici che si sono realizzati, la produzione di merci è diventata, praticamente in ogni ambito produttivo, una produzione sempre più di massa, il numero di lavoratori che erano necessari negli anni ’70 per produrre, per esempio, un certo numero di auto era molto inferiore a quello degli anni ’50; oggi, il numero di lavoratori necessari per produrre quello stesso numero di auto è enormemente inferiore a quello degli anni ’70, con la robotizzazione il loro numero si ridurrà ancora di più, in grande misura, e questo varrà, praticamente, per tutti i settori produttivi (ma anche per molti settori dei servizi, per esempio, la logistica; oggi, in Cina, sono già attivi dei mezzi di trasporto merci, elettrici, capaci di guida autonoma che, caricate le merci, le portano a destinazione senza intervento umano, ma anche per caricare le merci su questi mezzi, a breve, potranno essere utilizzati dei robot).

Giannini, nel suo articolo, ipotizza che questo condurrà a una società in cui una quota consistente della popolazione, non potendo trovare più lavoro, vivrà di sussidi, e questo è possibile, anche se sarà da verificare quanto potrà essere socialmente sostenibile, ma i sussidi, se va bene, permettono di accedere allo stretto necessario per vivere, non certo di consumare la grandissima quantità di merci (materiali e non) che verranno prodotte.

Quindi, una delle contraddizioni principali del sistema capitalistico, quella che genera una sovrapproduzione di merci, in rapporto alla capacità di vendita nel mercato e, in conseguenza di essa, le crisi economiche, risulterà enormemente accentuata.

Questa contraddizione fondamentale del sistema capitalistico è stata parzialmente attenuata per una fase, che è stata quella successiva all’ultima guerra mondiale.

Nei primi decenni, fino alla metà degli anni ’60, per le enormi necessità di ricostruzione, in particolare in Europa, delle distruzioni della guerra; sappiamo che le guerre sono, per il sistema capitalistico, una grande opportunità per riavviare il meccanismo economico che continuamente tende a incepparsi, generando le periodiche crisi economiche.

Successivamente, tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’80, vi fu un periodo di grande crescita sociale ed economica, negli Stati a capitalismo avanzato i lavoratori ebbero accesso a una quota sempre maggiore della ricchezza prodotta in ogni Paese, ciò permise loro di far studiare i figli, aprendo una breve parentesi di vera mobilità sociale, di accedere a un valido e gratuito sistema sanitario, a case dignitose ecc.

Qualcuno teorizzò si trattasse di capitalismo del “benessere di massa”, qualcun altro parlò di “modello sociale europeo”, ma non era il risultato del sistema, era la conseguenza di una fase in cui i rapporti di forza tra le classi, a livello internazionale e nelle singole nazioni a capitalismo sviluppato, costringeva a una distribuzione del reddito più favorevole alle classi lavoratrici.

Ben pochi, oggi, si ricordano quel fenomeno che ebbe luogo negli anni ’70 e parte degli anni ’80 che fu chiamato consumismo.

Questo fenomeno esiste ancora oggi, ma è limitato ai ceti sociali medio alti e alti, ai ricchi per capirci, ma negli anni ’70 e ’80 si trattò di un fenomeno di massa, i giornali scrivevano delle impiegate che si compravano i capi firmati o delle persone che cambiavano l’auto ogni 5 anni, o degli operai che si facevano un mese di vacanze ecc., ma non appena, a partire dalla metà degli anni ’80, i rapporti di forza cominciarono a mutare, in favore della classe dominante, il cosiddetto consumismo si andò sempre più riducendo, fino ad arrivare alla situazione odierna dove, per citare il caso italiano, il 10% dei lavoratori a tempo indeterminato è vicino alla soglia di povertà e oltre il 10% della popolazione italiana, in generale, è al di sotto di tale soglia, mentre il 23,1% è a rischio di povertà o esclusione sociale.

Ma ampi strati di lavoro dipendente, anche se sono al di sopra della povertà, faticano ad arrivare alla fine del mese, il livello dei consumi è crollato per ampia parte della popolazione.

Infatti, sono decenni che le nazioni a capitalismo più sviluppato passano da una crisi economica all’altra, intervallate da periodi di “crescita” che è più una stagnazione, con percentuali spesso sotto l’1%.

Quella fase di grande crescita dei consumi di massa, finché è durata, ha permesso di assorbire con minori contraddizioni (infatti, le crisi economiche, comunque, ci sono state) l’enorme crescita delle capacità produttive, e quindi delle merci prodotte ma, come abbiamo visto, da alcuni decenni questa fase è andata chiudendosi sempre di più, trasformandosi nel suo opposto: una continua caduta dei consumi di massa.

Un altro fattore ha contribuito a determinare quella breve parentesi di “capitalismo del benessere di massa” e si tratta dello sfruttamento attuato dai Paesi capitalisti più avanzati nei confronti della grande maggioranza della popolazione mondiale, che stava nei Paesi sottosviluppati, molti dei quali fino alla metà degli anni ’70 erano ancora colonie dei Paesi imperialisti che, in continuità con il colonialismo, ne sfruttavano le ricchezze e si appropriavano di enormi quantità di pluslavoro estratto da quei popoli, di cui si lasciava una fetta ai vari “governanti” locali complici dell’imperialismo.

Paesi, alcuni di questi, che anche dopo la conquista dell’indipendenza hanno continuato, e alcuni ancora continuano, a permanere in uno stato semicoloniale.

Per fare solo un esempio si può citare il Niger che, pur essendo formalmente indipendente, ha continuato per decenni e decenni a fornire il prezioso combustibile radioattivo per le numerose centrali nucleari francesi, senza riuscire a trarre da tutta questa ricchezza prodotta un minimo di progresso sociale ed economico per il Paese, fino alla rivolta che solo recentemente ha cacciato i francesi e ha aperto prospettive nuove allo sviluppo di quel Paese nel solco del movimento dei Brics.

Anche questo fattore che ha garantito ai Paesi imperialisti un’appropriazione di grandi ricchezze si è andato sempre di più riducendo, sia per lo sviluppo di quei Paesi che, conquistando l’indipendenza, hanno perseguito una politica che spesso ha assunto indirizzi di stampo socialista e sia, in anni più recenti, con la crescita del movimento dei Brics, che permette di realizzare uno sviluppo dei Paesi più arretrati senza cadere nella tagliola del debito che, assieme ai colpi di Stato e alle “cannoniere”, è stato uno degli strumenti con cui i Paesi imperialisti si sono assicurati lo sfruttamento sine die dei Paesi meno sviluppati.

Venendo progressivamente meno i due aspetti che ho citato, si pone oggi, per i Paesi capitalisti più avanzati, il problema di come risolvere la contraddizione della sovrapproduzione; la risposta che danno gli economisti è di incrementare le esportazioni, ma l’aumento delle esportazioni di alcuni Paesi si trasforma in cali delle produzioni di altri che, in tal modo, diventano anche meno in grado di assorbire importazioni.

In questo contesto, Paesi imperialisti più o meno alleati, in altre fasi storiche, nello sfruttamento del resto del mondo, tendono a diventare avversari tra di loro nel tentativo di scaricare le contraddizioni sugli altri, come fecero gli Usa con l’Europa, il Giappone, ecc. con la crisi dei “derivati” del 2008, e come sta cercando di fare Trump, in forma diversa, con i dazi oggi.

In conclusione, la robotizzazione è destinata a esacerbare in modo esponenziale la contraddizione relativa alla sovrapproduzione di merci, ripeto sia materiali che immateriali, perché anche le merci immateriali necessitano di essere vendute e, quindi, necessitano di compratori.

Ma la robotizzazione avvicina, anche, un orizzonte che già Marx nel XIX secolo aveva preconizzato, e cioè la liberazione dell’umanità dalla necessità del lavoro, in una società fondata su rapporti di produzione non più capitalisti, la quantità di lavoro necessaria per produrre le merci di cui la società ha bisogno, potrebbe essere, già ora, di 4/5 ore al giorno, 20/25 a settimana, e lo sviluppo della robotizzazione e dell’intelligenza artificiale, che già si intravede, potrebbe ridurre ulteriormente la quota di lavoro necessario.

Questo ci fa capire che la robotizzazione e tutti gli sviluppi tecnologici e scientifici non sono, di per sé, un nemico o una disgrazia, il problema sono i rapporti di produzione capitalistici che li usano solo per aumentare lo sfruttamento del lavoro e incrementare i profitti.

Quando Marx scriveva che a un certo punto i rapporti di produzione capitalistici sarebbero diventati un freno allo sviluppo delle forze produttive non intendeva, come alcuni semplicisticamente hanno inteso, che si sarebbe bloccato lo sviluppo tecnologico e scientifico, ma che quelle scoperte non avrebbero potuto essere sfruttate appieno perché i rapporti di produzione non lo avrebbero consentito.

L’ostacolo principale al pieno sviluppo della robotizzazione che, potenzialmente, potrebbe abbattere enormemente la quantità di lavoro necessario per produrre le merci di cui avrebbe bisogno tutta la popolazione, sono proprio i rapporti di produzione capitalistici che, invece, la utilizzeranno principalmente per cercare di incrementare i profitti e lo sfruttamento del lavoro.

Sul capitalismo digitale e le merci immateriali che produce occorre, a mio parere, esaminare le contraddizioni specifiche che sono proprie di questo settore.

In primo luogo, non si può considerare parte di questo capitalismo Amazon che usa il web, ma che in sostanza è una impresa di logistica/commercio; infatti, è la seconda azienda mondiale per numero di dipendenti, ne ha 1,5 milioni, senza contare i corrieri che portano le merci che sono di aziende esterne, mentre le aziende digitali come Microsoft, Apple, Meta/Facebook, Google hanno fra i 69.000 e i 228.000 dipendenti.

Inoltre, va considerato che queste aziende non producono solo merci immateriali, ma producono e vendono computer, telefoni e altro e, senza dubbio, la quota di dipendenti che lavorano nel ramo di produzione materiale di queste aziende è molto maggiore di quelli del settore immateriale.

Viceversa, la grande maggioranza dei ricavi di queste aziende è proprio nel settore strettamente digitale.

Come può avvenire questo? Principalmente per due fattori.

Il primo è che, in ognuno dei loro settori principali, ognuna di queste aziende è, sostanzialmente un monopolio e questo permette loro di fissare i prezzi in modo arbitrario, dato che i compratori sono, di fatto, costretti ad acquistare il loro software o i loro servizi.

Ma questo fattore non è detto che possa continuare a perpetuarsi ancora per molto, nonostante le grandi aziende del digitale vigilino attentamente sui possibili concorrenti, acquistandoli non appena mostrano di poter essere competitivi e, quindi, eliminando sul nascere ogni potenziale concorrente.

È questo il vero motivo per cui gli Usa pretendono che i proprietari cinesi di Tik Tok lo vendano a una azienda americana, pena la sua esclusione dagli Stati Uniti.

Ma proprio la vicenda di Tik Tok, oltre quella sull’intelligenza artificiale, dimostrano che il monopolio e il predominio Usa su questi settori non è più incontrastato.

È anche per questo motivo che le grandi aziende del settore digitale Usa hanno avuto stretti rapporti con i presidenti di quel Paese, prima con Biden che hanno sostenuto e finanziato, tutte, compreso Musk che è politicamente di estrema destra, e ora sostengono e finanziano Trump, anche quelli che prima erano schierati con i Democratici.

Questi giganti digitali hanno l’assoluta necessità che il governo degli Stati Uniti sostenga e difenda la loro posizione di monopolio, come dimostra la vicenda di Tik Tok, con Biden e Trump che, su questa questione, hanno assunto una identica posizione (caso forse unico).

Il secondo fattore riguarda le caratteristiche delle merci e di molti servizi digitali.

Esse possono essere acquistate o utilizzate in ogni parte del mondo immediatamente, e ciò permette a ognuna di queste aziende di avere miliardi di clienti (Facebook ne avrebbe 3 miliardi, Google ne avrebbe tra i 4 e i 5) e cifre anche modeste di acquisto di servizi o di vendite pubblicitarie ecc., su tali ordini di grandezza generano ricavi di centinaia di miliardi di dollari all’anno.

Ma Facebook ha solo 69.000 dipendenti, mentre Google ne ha 182.000, però Google produce anche computer, smartphone e dispositivi per la domotica, e se togliamo una quota di dipendenti che operano in questo settore materiale della produzione, in quello digitale possiamo ipotizzarne più o meno la metà, cioè un numero vicino a quello di Facebook.

Quindi, meno di 100.000 lavoratori producono software e servizi per 3/4 miliardi di clienti.

Nel 2023, Facebook ha dichiarato un fatturato di 134,9 Mld $, e 39,1 Mld di utile, mentre Google ha dichiarato 307,4 Mld $ di ricavi e 73,8 Mld di utile (qui va tolta la quota di produzione materiale, ma anche fosse un terzo, sovrastimandola, la cifra di ricavi e utili digitale sarebbe enorme).

Qui emerge una grande contraddizione, perché è vero che queste aziende incassano cifre enormi, ma creano poco lavoro, una grande parte degli utili va ai proprietari e/o agli azionisti.

Per questo, quando si confrontano la bilancia delle importazioni e delle esportazioni tra gli Usa e, per esempio, l’Europa, le cifre di queste aziende digitali non possono essere conteggiate come le altre, perché le altre merci creano grandi quantità di lavoro nei Paesi produttori e, quindi, sviluppano larghi settori dell’economia, e creano potenziali compratori interni nella nazione che le produce.

È questo il motivo per cui, nonostante le grandi aziende Usa dominino sia il mercato dei prodotti digitali che quello finanziario (che anch’esso produce centinaia di miliardi di $ di utili), nonostante ciò, l’economia americana è in costante declino da decenni, e questo preoccupa Trump che non è solo il grande bullo e buzzurro che appare e, infatti, egli cerca, attraverso i dazi e altri strumenti (tra cui la prepotenza e la minaccia dell’uso della forza), di riportare negli Usa molte produzioni di merci materiali di ogni genere, dagli alimentari alle auto, dall’acciaio all’alluminio, ecc.

Poi, la questione dei dazi serve anche a Trump per affrontare l’enorme questione del debito degli Stati Uniti, 36.000 Mld di $ e del suo rifinanziamento, che ha portato, proprio pochi giorni fa, al declassamento da parte di Moody’s degli Usa, per la prima volta al di sotto della tripla A, con contraccolpi pesanti che ancora non si sono completamente evidenziati, ma questo non è tema del presente articolo.

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ChatGPT

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Presentazione

L’articolo "Capitalismo digitale e robotizzazione" di Vladimiro Merlin, pubblicato su Marx21, si inserisce nel filone di riflessione critica sullo sviluppo del capitalismo contemporaneo, affrontando il nodo delle trasformazioni tecnologiche (robotizzazione e digitalizzazione) e delle loro profonde implicazioni economico-sociali. Merlin riprende le tesi di Fosco Giannini sull’inevitabile crisi del capitalismo di fronte alla caduta del saggio di profitto e alla crescente disoccupazione tecnologica, integrandole con ulteriori riflessioni sulle dinamiche storiche della sovrapproduzione e sui limiti strutturali del capitalismo avanzato. Il testo si articola come un’analisi politico-economica che collega l’evoluzione tecnologica alla crisi sistemica del capitalismo, individuando nelle diseguaglianze crescenti, nella fine del consumismo di massa e nella competizione tra potenze imperialiste i segnali di un cambiamento epocale.


Sintesi analitica

1. La robotizzazione come contraddizione sistemica del capitalismo

Merlin esamina la robotizzazione non solo come processo tecnico, ma come dinamica contraddittoria del capitalismo. Se da un lato aumenta l’efficienza produttiva riducendo drasticamente il lavoro umano, dall’altro mina le fondamenta del profitto capitalistico, fondato proprio sullo sfruttamento della forza-lavoro. Poiché le macchine non producono valore in sé, la crescita del capitale costante rispetto al capitale variabile determina la caduta tendenziale del saggio di profitto.

2. Sovrapproduzione e crisi di domanda

Un’altra contraddizione cruciale è la sovrapproduzione. L’automazione e la produzione di massa, soprattutto dopo il secondo dopoguerra, hanno moltiplicato le merci disponibili ma ridotto il potere d’acquisto della maggioranza, aggravando il divario tra produzione potenziale e consumo reale. La tendenza attuale, che spinge verso l’esclusione di una quota crescente della popolazione dal lavoro retribuito (sostituita da robot e IA), rischia di sfociare in una crisi cronica di domanda effettiva.

3. Il tramonto del “capitalismo del benessere”

L’autore ripercorre la fase del capitalismo del “benessere di massa” (circa 1945-1980), sostenuta dalla ricostruzione post-bellica e da rapporti di forza più favorevoli al lavoro. Durante questo periodo, i consumi si ampliarono e si diffuse una relativa mobilità sociale. Ma dagli anni ’80, con l’offensiva neoliberista, questi avanzamenti sono stati smantellati, riportando le masse lavoratrici a condizioni di precarietà e impoverimento.

4. Fine del consumismo di massa

Il cosiddetto “consumismo” non è stato un risultato spontaneo del capitalismo, bensì l’effetto di una specifica fase storica e di lotte sociali. Oggi, i bassi salari e l’impoverimento crescente restringono la capacità di consumo della maggioranza. In Italia, Merlin cita dati allarmanti su povertà ed esclusione sociale, a riprova della crisi del modello.

5. Imperialismo e sfruttamento globale

L’articolo sottolinea che il capitalismo avanzato ha potuto sostenere il benessere interno anche grazie al sistematico sfruttamento dei Paesi coloniali e post-coloniali. Tuttavia, con l’emergere di nuove potenze (es. i BRICS) e la perdita del controllo unilaterale da parte dell’Occidente, anche questo meccanismo si sta logorando. L’esempio del Niger, sottrattosi al dominio francese, è citato come emblema di una transizione geopolitica in corso.

6. La competizione globale tra potenze capitalistiche

In assenza di sbocchi espansivi, la risposta delle potenze capitaliste avanzate è la guerra commerciale e lo scontro per le esportazioni. La crisi da sovrapproduzione viene così “scaricata” su altri Paesi, alimentando rivalità tra ex alleati e accentuando le fratture interne all’ordine imperialista.


Conclusione critica

Merlin propone una lettura marxista ortodossa delle tendenze in atto: la robotizzazione non è liberazione dal lavoro ma esacerbazione delle contraddizioni del capitalismo; la crisi del consumo di massa non è ciclica ma strutturale; e la competizione tra potenze, in assenza di nuovi mercati da colonizzare, apre scenari di conflitto. Tuttavia, l’autore lascia intravedere una prospettiva alternativa nella capacità dei popoli di liberarsi dalla subordinazione imperialista, come mostrano le dinamiche nei Paesi emergenti e nelle esperienze di resistenza anti-coloniale.


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