Che cosa vuole la Cina?
David C. Kang, Jackie S. H. Wong e Zenobia T. Chan: Che cosa vuole la Cina?
Che cosa vuole la Cina?
di David C. Kang, Jackie S. H. Wong e Zenobia T. Chan
L’analisi controcorrente della rivista americana «International Security», che ha riaperto il dibattito sugli obiettivi di Pechino
Krisis presenta l’abstract del saggio comparso ad agosto su International Security, rivista statunitense pubblicata da MIT Press e considerata la più autorevole nel campo delle Relazioni internazionali. I tre autori, che insegnano in università americane, hanno analizzato 12.000 articoli e centinaia di discorsi del presidente Xi Jinping per capire le effettive intenzioni di Pechino. I dati emersi mostrano una Cina a difesa dello status quo, concentrata sulla stabilità interna e su obiettivi regionali chiari e limitati. Pur non lesinando critiche a Pechino, gli studiosi concludono dicendo che la minaccia militare cinese è sovrastimata: «La Cina non vuole invadere e conquistare altri Paesi».
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L’opinione corrente sostiene che la Cina è una potenza egemonica emergente, desiderosa di rimpiazzare gli Stati Uniti, dominare le istituzioni internazionali e ricreare l’ordine internazionale liberale a propria immagine. Basandoci su dati tratti da 12.000 articoli e da centinaia di discorsi di Xi Jinping, per discernere le intenzioni della Cina abbiamo analizzato tre termini o espressioni della retorica cinese: «lotta» (斗争), «l’ascesa dell’Oriente, il declino dell’Occidente» (东升西降) e «nessuna intenzione di sostituire gli Stati Uniti» (无意取代美国).
I risultati della nostra indagine indicano che la Cina è una potenza a difesa dello status quo, preoccupata della stabilità del regime e più rivolta verso l’interno che verso l’esterno. Gli obiettivi della Cina sono inequivocabili, durevoli e limitati: si preoccupa dei propri confini, della sovranità e delle relazioni economiche estere. Le principali preoccupazioni della Cina sono quasi tutte regionali e collegate a parti della Cina che il resto della regione riconosce come cinesi – Hong Kong, Taiwan, Tibet e Xinjiang.
La nostra tesi ha tre implicazioni principali. Primo, la Cina non costituisce il tipo di minaccia militare che l’opinione corrente le attribuisce. Di conseguenza, un atteggiamento militare ostile degli Stati Uniti nel Pacifico è imprudente e potrebbe creare tensioni inutili. Secondo, i due Paesi potrebbero cooperare in vari ambiti spesso trascurati. Terzo, la visione convenzionale della Cina sminuisce le sfere economiche e diplomatiche che un approccio esclusivamente bellico non è in grado di affrontare.
C’è molto della Cina che inquieta l’Occidente. Il prodotto interno lordo della Cina è passato da 1,2 trilioni di dollari nel 2000 a 17 trilioni nel 2023 [1]. Dopo aver modernizzato l’Esercito popolare di liberazione nell’ultima generazione, la Cina sta anche aumentando rapidamente le sue scorte di testate nucleari. Pechino spende quasi 300 miliardi di dollari l’anno in difesa[2]. L’attuale leader, Xi Jinping, ha consolidato il potere e sembra destinato a governare a tempo indeterminato l’autoritario Paese comunista. Le imprese cinesi spesso si dedicano ad attività discutibili, come limitare l’accesso ai dati, applicare in modo inadeguato i diritti di proprietà intellettuale e praticare furti informatici[3].
Il governo cinese viola i diritti umani e limita numerose libertà personali dei suoi cittadini. In violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), ogni Paese della regione – compresa la Cina – sta sottraendo terre al mare e militarizzando isolotti nei contesi Mar Cinese Orientale e Mar Cinese Meridionale. In breve, la Cina pone numerosi problemi potenziali agli Stati Uniti e, in effetti, al mondo intero.
Nei circoli accademici e politici statunitensi, l’opinione corrente è che la Cina voglia dominare il mondo ed espandere il proprio territorio. Per esempio, Elbridge Colby, vice Sottosegretario alla Difesa durante il primo mandato di Donald Trump e Sottosegretario alla Difesa nel secondo mandato, scrive: «Se la Cina potesse sottomettere Taiwan, potrebbe poi volgere il suo sguardo a obiettivi più lontani … un prossimo obiettivo naturale per Pechino sarebbero le Filippine… Il Vietnam, sebbene non sia un alleato degli Stati Uniti, potrebbe anch’esso costituire un buon obiettivo»[4].
Rush Doshi, vicedirettore senior per Cina e Taiwan nell’amministrazione Biden e architetto chiave della politica cinese della Casa Bianca dell’amministrazione Biden, scrive che la Cina sta giocando una lunga partita per «sostituire gli Stati Uniti come leader mondiale»[5]. Aaron Friedberg, già vice assistente per la Sicurezza nazionale e direttore della Pianificazione politica per il vicepresidente Dick Cheney nell’amministrazione di George W. Bush, avverte delle «crescenti rivendicazioni territoriali della Cina» e del suo tentativo aggressivo di «sostituire gli Stati Uniti come nazione leader economica e tecnologica del mondo e scalzarla come potenza preponderante nell’Asia orientale»[6].
Stephen Walt scrive che il problema è «l’egemonia regionale in Asia: la Cina vorrebbe ottenerla… e usare quella posizione per apportare significative revisioni allo status quo internazionale»[7]. Hal Brands e Michael Beckley affermano che «benché Pechino vorrebbe senz’altro abbattere il Vietnam, un obiettivo ancora più ghiotto sarebbero le Filippine, che rispondono a tutti i criteri per essere un nemico perfetto … il Partito Comunista Cinese sta intraprendendo un progetto epico per riscrivere le regole dell’ordine globale in Asia e ben oltre … vuole essere la superpotenza»[8].
L’allora Segretario di Stato Antony Blinken disse nel 2022 che «la Cina è l’unico Paese che ha sia l’intento di rimodellare l’ordine internazionale sia, sempre più, il potere economico, diplomatico, militare e tecnologico per farlo»[9]. L’ex rappresentante commerciale statunitense di Trump, Robert Lighthizer, sostiene che «La Cina, per me, è una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti… La Cina si considera il numero uno al mondo e vuole che sia così»[10].
Queste valutazioni delle intenzioni cinesi portano studiosi e analisti politici statunitensi mainstream, sia di destra sia di sinistra, a formulare prescrizioni strategiche che richiederanno generazioni per concretizzarsi e che sono quasi interamente incentrate sul conflitto militare, sulla deterrenza e sul distacco economico dalla Cina. Coloro che credono in questa minaccia cinese chiedono di aumentare le spese militari statunitensi e di mostrare «determinazione» verso Pechino. L’opinione corrente raccomanda anche un’espansione regionale delle alleanze con qualunque Paese, democratico o autoritario, che possa unirsi agli Stati Uniti per contenere la Cina[11].
Come scrive Colby, «questo è un libro sulla guerra»[12]. Brands e Beckley sostengono che gli Stati Uniti dovrebbero rafforzare i loro sforzi per dissuadere la Cina dall’invadere Taiwan: «Serve una strategia per scoraggiare o forse vincere un conflitto negli anni 2020 … Il Pentagono può aumentare drasticamente i costi di un’invasione cinese trasformando le acque internazionali dello Stretto di Taiwan in una trappola mortale per le forze d’attacco»[13]. Doshi sostiene che gli Stati Uniti dovrebbero armare Paesi come «Taiwan, Giappone, Vietnam, Filippine, Indonesia, Malesia e India» con capacità necessarie a contenere la Cina[14].
Questo ci porta a una domanda chiave: che cosa vuole la Cina?Per rispondere a questa domanda, l’articolo esamina obiettivi e timori della Cina contemporanea, nelle parole e nei fatti. A differenza dell’opinione corrente, le prove qui raccolte portano a una conclusione generale e a tre osservazioni specifiche. Nel complesso, la Cina è una potenza di status quo, preoccupata della stabilità del regime e rimane più focalizzata sull’interno che sull’esterno. Più nello specifico: gli obiettivi della Cina sono inequivocabili; gli obiettivi della Cina sono duraturi; e gli obiettivi della Cina sono limitati.
Primo, gli obiettivi della Cina sono inequivocabili: la Cina si preoccupa dei propri confini, della sua sovranità e delle sue relazioni economiche con l’estero. La Cina è attenta ai suoi confini irrisolti, rispettivamente nel Mar Cinese Orientale, nel Mar Cinese Meridionale e con l’India. Quasi tutte le sue preoccupazioni sono regionali. Secondo, la Cina tiene moltissimo ai propri diritti sovrani su varie parti che il resto della regione ha già riconosciuto come cinesi – Hong Kong, Taiwan, Tibet e Xinjiang. Terzo, la Cina ha una strategia economica sempre più chiara per le sue relazioni sia con l’Asia orientale sia con il resto del mondo, volta a espandere gli scambi e i rapporti economici, non a ridurli.
È anche chiaro ciò che la Cina non vuole: nei discorsi cinesi si trovano pochi riferimenti a obiettivi espansivi o ad ambizioni di leadership e di egemonia globale. Inoltre, la Cina non esporta ideologia. È significativo che l’enfasi del Pcc sul «socialismo con caratteristiche cinesi» non sia un modello generalizzato per il mondo[15]. Al contrario, gli Stati Uniti affermano di rappresentare valori e norme globali. La Cina, inoltre, non vuole invadere e conquistare altri Paesi; non ci sono prove che rappresenti una minaccia esistenziale per i Paesi confinanti o della regione, a meno che non rivendichi già la sovranità su di essi.
Esploriamo quindi come la Cina vede la propria posizione e il proprio ruolo nella regione e a livello globale. Riconoscendo che le dichiarazioni pubbliche variano nel loro livello di autorevolezza, abbiamo esaminato tre fonti principali: il People’s Daily, che rappresenta non solo lo Stato ma anche il Comitato Centrale del Pcc; i discorsi di Xi Jinping e di altri alti funzionari; e Qiushi, una rivista che diffonde le ultime linee politiche del partito. Abbiamo utilizzato l’analisi testuale assistita dal computer per valutare sistematicamente gli obiettivi dichiarati della Cina nel tempo.
Questo metodo ci ha permesso di seguire con maggiore precisione le preoccupazioni di Pechino e di identificare come sono cambiate. Noi mostriamo anche che i massimi leader cinesi ribadiscono costantemente che la Cina non cerca l’egemonia regionale né mira a competere con gli Stati Uniti per la supremazia globale. Al contrario, la Cina vede le relazioni internazionali come multilaterali e cooperative.
Secondo, gli obiettivi della Cina sono ereditati e duraturi, non nuovi. Esiste un’identità cinese «trans-dinastica»: quasi tutte le questioni principali che la Repubblica Popolare Cinese (Rpc) considera oggi importanti risalgono almeno al XIX secolo, ai tempi della dinastia Qing. Non si tratta di nuovi obiettivi emersi dopo la vittoria comunista del 1949 e nessuno degli interessi centrali della Cina è stato creato da Xi. Si tratta di preoccupazioni cinesi durature, anche se l’autorità politica che governa la Cina è cambiata radicalmente e più volte negli ultimi 200 anni o più.
Terzo, ciò che la Cina vuole è limitato, anche se la sua potenza è cresciuta rapidamente nell’ultima generazione. Le rivendicazioni e gli obiettivi di Pechino sono in via di risoluzione o restano statici. Questa realtà contrasta con molte delle aspettative dei decisori politici statunitensi e con l’opinione corrente della letteratura accademica sulle relazioni internazionali, secondo cui gli interessi degli Stati crescono con la crescita del loro potere. Al contrario, le prove mostrano che la leadership cinese è più preoccupata delle sfide interne che delle minacce esterne o dell’espansione.
Troviamo quindi che la Cina non rappresenta il genere di minaccia militare che l’opinione corrente le attribuisce. Di conseguenza, non vi è alcun bisogno di un atteggiamento militare ostile nel Pacifico e, anzi, gli Stati Uniti potrebbero inutilmente creare tensioni. È altrettanto importante sottolineare che esistono margini per una cooperazione tra i due Paesi in diversi ambiti che oggi sono trascurati. Infine, la visione convenzionale della Cina sottovaluta le dimensioni economiche e diplomatiche che un approccio bellico non è in grado di affrontare. L’opinione corrente sulla grande strategia statunitense è problematica e la visione della Cina che prevale a Washington è pericolosamente errata.
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