La bolla dell’AI sull’orlo dell’esplosione.

 

La bolla dell’AI sull’orlo dell’esplosione. Gli USA si ritirano dall’Asia per risolvere i guai a casa?

OttoParlante - La newsletter del Marru (8/09/25)

di Giuliano Marrucci

a1 Immagine 2025 09 08 075023.jpgLa costruzione di un Nuovo Ordine Globale non è un pranzo di gala. Ed ecco, così, che dopo aver passato un’intera settimana a celebrare le magnifiche sorti e progressive della leadership cinese – che tra SCO, parate, Power of Siberia 2 e chi più ne ha più ne metta, ha raggiunto una serie straordinaria di traguardi storici – è bene iniziare la settimana con una lunga disamina di tutti i dubbi e di tutti i nodi insoluti che rimangono da sciogliere; e mettetevi pure comodi, perché l’elenco è decisamente lunghino e, vista la mole, probabilmente anche un po’ caotico.

Il punto di partenza migliore è il dibattito che è nato su X tra alcuni degli osservatori (e sostenitori) più attenti e lucidi dell’ascesa del Nuovo Ordine Multipolare: a dare il via è stato il solito Arnaud Bertrand (se non lo fate già, seguitelo su X: in assoluto uno dei profili più informativi e interessanti dell’intera piattaforma) che, partendo da un articolo su Politico, ha lanciato la più stimolante delle provocazioni: “Gli USA”, afferma, “si stanno effettivamente ritirando dall’Asia”. La riflessione nasce dalle indiscrezioni sull’ultima bozza della nuova Strategia di Difesa Nazionale del Pentagono: Il piano del Pentagono dà priorità alla patria rispetto alla minaccia cinese, titola con enfasi Politico; e questo “segna un netto distacco dalla prima amministrazione Trump, che puntava a scoraggiare Pechino”. 

Secondo l’articolo, appunto, “Una bozza della più recente Strategia di difesa nazionale” porrebbe “le missioni nazionali e regionali al di sopra della lotta contro avversari come Pechino e Mosca”; “Un cambiamento radicale rispetto alle recenti amministrazioni”, sottolinea Politico, “incluso il primo mandato del presidente Trump, durante il quale lo stesso documento definì Pechino il più grande avversario degli Stati Uniti”. L’aspetto divertente è che, oggi come durante il Trump 1.0, il responsabile del documento è sempre lo stesso: Elbridge Colby. Per chi segue Ottolina, una vecchia conoscenza: ne avevamo parlato qui ormai 3 anni fa, in occasione della pubblicazione del suo libro Strategy of denial, che avevamo definito il Mein Kampf degli USA. Secondo Arnaud la motivazione è chiara: “Ora che è al potere ha accesso a informazioni di intelligence reali, e deve aver capito quando sarebbe stato vano ogni sforzo.

Al di là del documento” prosegue poi ancora Politico, “il cambiamento è già in atto”; “Il Pentagono”, infatti, “ha attivato migliaia di soldati della Guardia Nazionale a supporto delle forze dell’ordine a Los Angeles e Washington, e ha inviato diverse navi da guerra e caccia F-35 nei Caraibi per intercettare il flusso di droga verso gli Stati Uniti”. L’idea sarebbe, sostanzialmente, quella di “esortare gli alleati ad assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza”, ma invece che sfruttare questa chiamata alle armi per concentrare tutte le forze sul fronte del Pacifico, piuttosto, per “concentrare gli sforzi più vicino a casa”: “Il fatto è che”, commenta Arnaud, “si possono negare le realtà strutturali solo per un certo periodo, ed è assurdo aspettarsi di poter proiettare il proprio potere indefinitamente a 11.000 chilometri da casa, nel cortile di nazioni che ci superano sempre di più in tutti i parametri che contano. Agli occhi della storia, Trump non sarà senza dubbio ricordato per aver reso l’America di nuovo grande, ma potrebbe esserlo per aver reso l’America di nuovo realistica, costringendola ad accettare il suo posto come una potenza tra tante”. 

Una prospettiva che non convince il buon Thomas Fazi: “Il problema principale di questa analisi”, scrive rispondendo su X, “è il presupposto che una singola amministrazione statunitense sia realmente in grado di attuare una grande strategia coerente, in particolare una che metta in discussione l’immensa attrazione gravitazionale della radicata inerzia imperiale americana”; “Proprio come Trump si è dimostrato incapace di disimpegnarsi dall’Ucraina, a prescindere dalle sue inclinazioni personali, trovo difficile credere che possa progettare una svolta strutturalmente significativa lontano dall’Asia”. Il punto fondamentale, continua Fazi, risiede proprio “nella natura stessa del regime politico-economico americano. A differenza di Cina o Russia, dove le catene di comando politiche sono relativamente centralizzate e coerenti, gli Stati Uniti sono un regime frammentato e internamente contraddittorio, legato a una serie di interessi radicati e contrastanti – finanziari, militari-industriali, aziendali-tecnologici, burocratici, ecc. Questa molteplicità di soggetti con diritto di veto, unita all’assenza di un consenso nazionale vincolante, rende la formulazione e l’attuazione di una strategia a lungo termine estremamente difficile”; “Onestamente non vedo come un sistema del genere possa essere in grado di smantellare deliberatamente il più grande impero militare della storia, e di farlo in un modo che consenta una transizione pacifica degli Stati Uniti verso un ruolo non imperiale nell’ordine internazionale. In altre parole”, conclude Fazi, “sfuggire alla trappola di Tucidide si rivelerà, temo, quasi impossibile”. Quello dell’inevitabilità o meno della trappola di Tucidide è, ovviamente, il tema per eccellenza e chi segue Ottolina l’ha visto dibattere innumerevoli volte, e ha anche visto cambiare nel tempo l’orientamento: 3 anni fa, con l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, davamo per scontata l’inevitabilità dell’allargamento del conflitto; poi, col tempo, gli USA hanno preso talmente tante batoste che siamo diventati più ottimisti, fino a supporre che forse la Cina, per la prima volta, la trappola di Tucidide era riuscita ad evitarla, come abbiamo provato ad argomentare in questo video qua.

Sul Pivot to homeland, la ritirata degli USA di Trump dalla proiezione globale al giardino di casa, torna anche sul suo profilo Substack il buon Simplicius che, già dal titolo, si chiede se si tratti davvero di “un colpo mortale ai neoconservatori” oppure, “semplicemente”, di “imperialismo riconfezionato”. Particolarmente indicativo sarebbe questo post pubblicato da Trump su Truth sabato scorso:

a2 Immagine 2025 09 08 084848.jpg 

“Sembra che gli USA abbiano perso India e Russia a favore di legami più profondi e oscuri con la Cina. Possano avere un futuro lungo e prospero insieme!”, della serie moriremo, ma non di noia. Razionalizzare le uscite di Forrest Trump può rivelarsi sempre piuttosto avventuristico; un’ipotesi piuttosto realistica, però, può sempre essere quella che piace ai cantori della guerra di civiltà dell’Occidente contro il resto del mondo de noantri – leggi Sallusti, Scodinzolini, Molinari, Rampini e compagnia cantante: vista l’inerzia degli alleati USA, Trump prova in tutti i modi (anche i meno garbati) a darci una bella sveglia. Non volete cambiare passo per contrastare l’Asse del Male? Pazienza; gli USA non hanno niente da temere: siamo protetti da un Oceano e abbiamo tutto quello che ci serve. Ci basta rimettere un po’ ordine in casa, giardino compreso, ed ecco che ci si spalancano di fronte altri secoli di benessere; voi, invece, i nemici ce li avete dietro casa e sono pronti a ingoiarvi in un solo boccone. Fate voi.

L’ostentazione del Pivot to homeland è ogni giorno più forte: la settimana scorsa, l’amministrazione Trump prima è tornata a incendiare il fronte venezuelano e, poi, ha fatto un salto di qualità su quello interno con lo Stato federale che, dopo la California, dichiarava guerra anche a Chicago

“Amo l’odore della deportazione al mattino”, parafrasa Apocalypse Now sul suo profilo Truth; “Chicago sta scoprendo perché lo abbiamo ribattezzato Dipartimento di GUERRA”. A meno che non sia impazzito, o che – come professano i sovranisti per Trump – dietro alla facciata da tycoon turbo-capitalista non nasconda un’anima socialista, sembra piuttosto evidente si tratti di un bluff.

Perché l’ipotesi che gli USA possano rinunciare alla loro proiezione globale senza una rivoluzione sociale e un cambio dei rapporti di classe all’interno del Paese sia una gigantesca puttanata, abbiamo provato ad argomentarlo decine di volte; e, per continuare a garantirsi questa proiezione, l’unica possibilità che hanno è collaborare ancora di più con gli alleati, non meno: L’America da sola non può competere con la Cina, titolava ieri il New York Times, ma con i nostri alleati non c’è gara

La riflessione è affidata nientepopodimeno che a l’ex vicesegretario di Stato di Biden Kurt Campbell e al vicedirettore per gli affari con la Cina del Consiglio per la Sicurezza Nazionale Rush Doshi: “Per la prima volta nella loro storia moderna”, ricordano, “gli Stati Uniti si trovano ad affrontare un rivale, la Cina, che è in vantaggio nella maggior parte degli aspetti critici del potere, e la sola capacità nazionale americana potrebbe non essere sufficiente per raccogliere la sfida”; “La Cina ha il doppio della capacità produttiva, producendo molte più automobili , navi, acciaio e pannelli solari rispetto agli Stati Uniti e oltre il 70% delle batterie, dei veicoli elettrici e dei minerali essenziali del mondo. In ambito scientifico e tecnologico, la Cina produce più brevetti attivi e pubblicazioni più citate degli Stati Uniti. E militarmente, possiede la flotta navale più grande del mondo, con una capacità di costruzione navale stimata oltre 230 volte superiore a quella americana, e si sta rapidamente affermando come leader nelle armi ipersoniche, nei droni e nelle comunicazioni quantistiche”. “Stiamo entrando in un’era in cui la vera misura del primato americano sarà la capacità di Washington di costruire quella che chiamiamo scala alleata: il potere di competere a livello globale in tandem con altri Paesi nei settori economico, tecnologico e militare”; “Da soli, gli Stati Uniti saranno più piccoli rispetto alla Cina secondo molti parametri importanti. Ma insieme a economie come Europa, Giappone, Corea del Sud, Australia, India, Canada, Messico, Taiwan e altre, non c’è concorrenza. Questa coalizione rappresenterebbe più del doppio del PIL cinese al netto del potere d’acquisto, più del doppio della sua spesa militare, sarebbe il principale partner commerciale della maggior parte dei Paesi del mondo e rappresenterebbe metà della produzione manifatturiera globale contro un terzo della Cina”. “L’obiettivo non è contenere la Cina – un obiettivo impossibile -, ma bilanciarla. Solo attraverso le partnership possiamo proteggere le nostre basi industriali comuni, il vantaggio tecnologico e la capacità di scoraggiare la Cina”: “Ciò significa non trattare più gli alleati degli Stati Uniti come soggetti dipendenti sotto la nostra protezione, ma come partner nella costruzione congiunta del potere, mettendo in comune mercati, tecnologia, capacità militare e capacità industriale”; ma “il presidente Trump sembra muoversi nella direzione opposta”.

E’ esattamente il senso di quanto affermato da Mattarella sabato a Cernobbio, tra una ricostruzione fantasy del ruolo pacifico e benefico dell’Europa e l’altra, alla platea dei Prenditori riuniti per il Forum Ambrosetti: “Contro i regimi autocratici”, ha dichiarato, “c’è bisogno dell’Europa” 

A questo giro, però, Mattarella non si è limitato a provare a convincere il giardino ordinato a stare unito contro le minacce della giungla a suon di buoni sentimenti natalizi; ha messo sul tavolo la carta che l’Europa potrebbe – e dovrebbe – giocare per portare Forrest Trump a più miti consigli: servono “regole che riconducano al bene comune lo straripante peso delle corporazioni globali”, che definisce addirittura “nuove Compagnie delle Indie, che si arrogano l’assunzione di poteri che si pretende che Stati e organizzazioni internazionali non abbiano a esercitare”.

Venerdì l’Ue aveva annunciato una multa da poco meno di 3 miliardi di euro nei confronti di Google per aver violato le norme antitrust, favorendo i propri servizi pubblicitari digitali; ha inoltre ordinato al colosso tecnologico statunitense di porre fine alle sue “pratiche di auto-preferenza” e di porre fine ai “conflitti di interesse” lungo la filiera della tecnologia pubblicitaria. La risposta di Trump non si è fatta attendere: “Vogliono prendere soldi che altrimenti andrebbero in investimenti e lavoro negli USA. I contribuenti statunitensi non lo tollereranno” e “la mia amministrazione NON permetterà che queste azioni discriminatorie continuino”. “Dovete restituirgli quel denaro!”. 

Giovedì scorso alla Casa Bianca è andato in scena una specie di remake della cerimonia di insediamento di Trump a gennaio, quando a partecipare all’incoronazione, in primissima fila, si riunì tutto il gotha della nuova aristocrazia tecno-feudale: invitati a cena da Donald e Melania Trump, i principali CEO delle “nuove Compagnie delle Indie”, come le ha definite Mattarella, hanno fatto professione di fede incrollabile nel governo del tycoon. La ragione è semplice: intorno all’AI c’è una bolla speculativa che, in confronto, quella delle dotcom di fine anni ‘90 era una giacchettata. Come ricorda l’Economist, “Dall’uscita di Chat GPT nel 2022, il valore del mercato azionario americano è aumentato di 21 trilioni di dollari”, più di quanto non capitalizzino tutte le borse europee messe assieme, e neanche di poco, e “Solo 10 aziende, tra cui Amazon, Broadcom, Meta e Nvidia, rappresentano il 55% di questa crescita”. E non solo: “Nella prima metà dell’anno”, insiste l’Economist, “il boom degli investimenti IT ha rappresentato l’intera crescita del PIL americano; dall’inizio dell’anno, un terzo dei capitali di rischio occidentali è andato alle aziende di intelligenza artificiale”. Tutto questo fermento è perché in molti sostengono che “trasformerà l’economia” tanto quanto la Rivoluzione Industriale; altri, addirittura che “i luminari dell’intelligenza artificiale non sono solo alla ricerca delle decine o centinaia di migliaia di miliardi di valore“ che la tecnologia potrebbe aggiungere alle loro aziende, ma sono “in una corsa per creare un Dio digitale”. Ma, nonostante tutte le aspettative più fantasmagoriche, “UBS rileva che la generazione di fatturato fino ad oggi è stata deludente”, come con le dotcom, pari pari. All’epoca, internet avrebbe dovuto rivoluzionare tutto: i capitali accorsero in quantità spropositata, ma non esistevano modelli di business sostenibili. Le aspettative messianiche e i conti concreti andavano in direzione opposta, e la bolla esplose! “Un recente studio condotto da ricercatori del Massachusetts Institute of Technology”, sottolinea l’Economist, “conclude che il 95% delle organizzazioni sta ottenendo zero rendimenti dagli investimenti nell’intelligenza artificiale generativa”; “Se Dio non dovesse arrivare”, conclude l’Economist, “la caduta sarà brutale”. In queste condizioni, le brutte notizie non sono permesse: se c’è da andare in ginocchio alla Casa Bianca per strappare un ulteriore deregulation, si farà; l’importante è che Donnie bastoni gli alleati che si azzardano ad aggiungere altre criticità in questa situazione instabile, a partire dall’Unione europea. Donnie ha poche alternative a prestarsi al gioco: uno scoppio della bolla AI, con ogni probabilità, rappresenterebbe la mazzata finale.

La Golden Age promessa da The Donald fa fatica a procedere: come ricorda l’economista Sheremeta Roman su X ((1) Roman Sheremeta 🇺🇸🇺🇦 su X: “The U.S. economy is in real trouble — just look at the latest jobs report. With 300+ million people, the U.S. historically added about 150,000 jobs a month, roughly in line with population growth. 1/n https://t.co/XfbwJLJPS0” / X), infatti, “Con oltre 300 milioni di abitanti, gli Stati Uniti storicamente hanno creato circa 150.000 posti di lavoro al mese, più o meno in linea con la crescita demografica”; “A maggio si sono registrati solo 19.000 nuovi posti di lavoro, il dato più basso da decenni al di fuori della pandemia. Giugno: -13.000, catastrofico. Luglio: 79.000, di nuovo ai minimi storici”. “La risposta? Licenziare il capo dell’Ufficio di Statistica del Lavoro e nominare un sostituto fedele. Non è servito a nulla. Il nuovo capo ha riportato solo +22.000 ad agosto, e ha rivisto al ribasso ulteriormente giugno e luglio. Le perdite maggiori? Il settore manifatturiero, proprio dove i dazi avrebbero dovuto riportare posti di lavoro“. “La scusa? Stiamo costruendo un numero record di fabbriche. Eppure anche l’edilizia è in calo”.

Mi sto rendendo conto che ero partito per bilanciare l’entusiasmo dei giorni scorsi con qualche brutta notizia dal fronte del Nuovo Mondo Multipolare; non ho fatto che approfondire aspetti che sottolineano la crisi USA: bias psicologico? Oppure dove guardi guardi, alla fine, il risultato è sempre quello? Per una sana dose di pessimismo riequilibratore, vi lascio un paio di link che sollevano un po’ di dubbi sulle reali intenzioni “multipolari” dell’India: qui c’è un bell’articolo dell’ex diplomatico indiano Bhadrakumar e qui la notizia del vertice BRICS dove Modi ha deciso di non andare. E se vi è piaciuta questa mega-rassegna, condividete l’articolo a più non posso e aderite alla nostra campagna di sottoscrizione su GoFundMe e su PayPal.

Buona settimana a tutt

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Deepseek

Occhiello

Un'indagine approfondita sui segnali contrastanti che arrivano dagli USA: un possibile ritiro strategico dall'Asia per concentrarsi sui problemi interni e una bolla speculativa dell'AI che minaccia di esplodere, mettendo a rischio la già traballante egemonia americana.

Focus

L'articolo analizza due macro-temi intrecciati:

  1. Il "Pivot to Homeland" americano: La possibile, radicale svolta strategica dell'amministrazione Trump 2.0, che sembra privilegiare la sicurezza interna e la difesa del "giardino di casa" (con interventi a Chicago e nei Caraibi) rispetto alla proiezione di potenza globale, specialmente in Asia per contenere la Cina.

  2. La bolla speculativa dell'Intelligenza Artificiale: La gigantesca bolla finanziaria che si sta formando attorno al settore AI, paragonata a quella delle dot-com, la cui eventuale esplosione potrebbe avere effetti catastrofici sull'economia USA, costringendo Trump a scelte di politica estera aggressive per proteggere le corporations americane.

Abstract

L'articolo di Giuliano Marrucci prende spunto da un dibattito tra analisti (Arnaud Bertrand, Thomas Fazi) sulle indiscrezioni riguardanti la nuova Strategia di Difesa Nazionale USA, che segnerebbe un netto distacco dalla priorità della competizione con la Cina a favore della sicurezza interna ("Pivot to Homeland"). Questa ipotesi di ritiro strategico viene messa in discussione: da un lato, si sostiene che gli USA, schiacciati da problemi interni e dal sorpasso cinese in molti settori, siano costretti a un realismo imperiale; dall'altro, si contesta la capacità del sistema politico-economico americano, frammentato e contraddittorio, di attuare una simile strategia coerente. Il contesto di questa presunta ritirata è un'economia USA in difficoltà, come mostrano i dati occupazionali deludenti, e minacciata da una gigantesca bolla speculativa nel settore dell'AI, che ricorda da vicino quella delle dot-com. Per proteggere questo settore vitale e fragile, l'amministrazione Trump è spinta a prendere posizioni aggressive verso gli alleati (come la reazione alla multa UE a Google), smentendo in parte la narrazione dell'isolazionismo. L'articolo conclude che, senza un cambio dei rapporti di forza interni, un vero abbandono della proiezione globale è improbabile, e gli USA dovranno invece cercare di rafforzare le alleanze per competere con la Cina, una direzione opposta a quella che sembra prendere Trump.

Scheda Sintetico-Analitico-Critica

1. Sintesi
Il pezzo esamina la dialettica tra le spinte isolazionistiche e i imperativi imperiali degli Stati Uniti nell'era Trump 2.0. Partendo da un dibattito su una presunta ritirata USA dall'Asia, l'autore smonta questa tesi collegandola alla crisi economica interna e a una pericolosa bolla speculativa nel settore tecnologico (AI). L'argomentazione è che i problemi strutturali interni (deindustrializzazione, crisi occupazionale) e l'ascesa inarrestabile della Cina costringono gli USA a un apparente ripiegamento ("Pivot to Homeland"). Tuttavia, per mantenere il primato, Washington ha invece bisogno di più cooperazione con gli alleati, non di meno. La bolla AI, vitale per l'economia USA, richiede però protezionismo e attacchi preventivi contro chi, come l'UE, minaccia gli interessi delle big tech americane. La contraddizione è quindi solo apparente: il "Pivot to Homeland" non è un abbandono dell'impero, ma un tentativo di preservarlo in una forma nuova e più aggressiva, concentrandosi su priorità immediate.

2. Analisi

  • Struttura: L'articolo ha una struttura tipica della newsletter d'approfondimento: parte da un dibattito specifico su X per allargarsi a un'analisi geopolitica ed economica più ampia, per poi tornare al punto di partenza con elementi nuovi.

  • Fonti: Utilizza un mix di fonti primarie (articolo di Politico, post su Truth Social, discorso di Mattarella) e fonti secondarie di analisti geopolitici (Bertrand, Fazi, Simplicius, Bhadrakumar) e economici (The Economist, UBS, economisti su X).

  • Temi Principali:

    • Declino USA e Ascesa Cinese: Il sorpasso cinese in campo industriale, tecnologico e militare è dato per acquisito e rappresenta il fulcro della crisi americana.

    • Natura dell'Impero Americano: Viene analizzata la contraddittorietà del sistema USA, diviso tra interessi contrastanti (militari-industriali, finanziari, tecnologici) che ne impediscono una strategia coerente.

    • Trappola di Tucidide: Il tema dello scontro inevitabile tra potenze egemoni e potenze emergenti è il filo conduttore, con una valutazione sul fatto che forse la Cina sia riuscita a evitarla.

    • Bolla Speculativa: L'analisi economica sull'AI è usata come potente metafora della fragilità della potenza USA, basata sempre più sulla finanza e meno sull'economia reale.

3. Critica

  • Punti di forza:

    • Visione d'Insieme: Il grande pregio dell'articolo è la capacità di collegare ambiti diversi (militare, economico, tecnologico, sociale) in un'unica narrazione coerente.

    • Onestà Intellettuale: L'autore presenta voci contrastanti (Bertrand vs. Fazi) e si interroga persino sul proprio possibile bias, mostrando una ricerca di obiettività.

    • Attualità: Affronta temi di grandissima attualità (AI, strategia USA, ruolo dell'UE) con un taglio originale.

  • Punti di debolezza / Spunti di Discussione:

    • Tono di Parte: Sebbene presenti più voci, la prospettiva di fondo è chiaramente anti-egemonica e scettica verso la narrativa occidentale, il che potrebbe portare a sottovalutare la resilienza e la capacità di reazione USA.

    • Ipotesi Non Verificate: L'idea che il "Pivot to Homeland" sia un bluff o una mossa dettata dalla bolla AI è suggestiva ma rimane un'interpretazione, non un dato di fatto.

    • Complessità: La mole di informazioni e di piani di analisi (geopolitico, economico, sociale) rende la lettura molto densa e forse di difficile approccio per un non esperto.

Giudizio Complessivo: Si tratta di un'analisi approfondita, ben documentata e stimolante che va oltre la cronaca per offrire una chiave di lettura critica sulla fase di transizione globale. Pur con un punto di vista definito, offre spunti e collegamenti preziosi per comprendere le dinamiche più profonde che guidano l'attuale competizione tra potenze.

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ChatGPT

Eccoti la struttura completa (occhiello, focus, abstract, scheda sintetico-analitica-critica) sull’articolo di Giuliano Marrucci “La bolla dell’AI sull’orlo dell’esplosione. Gli USA si ritirano dall’Asia per risolvere i guai a casa?” (OttoParlante – La newsletter del Marru, 8 settembre 2025).


Occhiello

Crisi interna, bolla tecnologica e nuove strategie di difesa: gli Stati Uniti oscillano tra ripiegamento e rilancio imperiale.


Focus

Marrucci intreccia geopolitica e finanza per analizzare il presunto “pivot to homeland” dell’amministrazione Trump e la fragilità della bolla speculativa sull’intelligenza artificiale. L’articolo mette in discussione la capacità degli USA di mantenere la propria egemonia globale mentre affrontano crisi interne economiche e sociali, ponendo il tema della transizione verso un ordine multipolare.


Abstract

L’articolo prende le mosse da un dibattito su X (Arnaud Bertrand, Thomas Fazi, Simplicius) circa il possibile ritiro strategico degli Stati Uniti dall’Asia a favore di una maggiore concentrazione sul fronte interno (“pivot to homeland”). Marrucci sottolinea come questo scenario contrasti con l’inerzia imperiale americana e con gli interessi del complesso militare-industriale. Se per alcuni la nuova Strategia di Difesa indica realismo e ridimensionamento, altri ne evidenziano l’improbabilità strutturale, a causa della frammentazione del potere USA e della pressione degli interessi oligarchici. In parallelo, l’autore approfondisce il tema della “bolla dell’AI”: un boom speculativo che ricorda quello delle dotcom, con capitalizzazioni record ma rendimenti effettivi pressoché nulli. Marrucci mostra come Trump si trovi stretto tra l’appoggio delle big tech e la necessità di gestire una crisi occupazionale e industriale, con il rischio di un collasso finanziario di proporzioni globali. Il quadro che emerge è quello di una potenza che fatica a conciliare ambizioni imperiali e fragilità interne, mentre il multipolarismo avanza.


Scheda sintetico-analitica-critica

Voce Contenuto
Autore Giuliano Marrucci
Titolo La bolla dell’AI sull’orlo dell’esplosione. Gli USA si ritirano dall’Asia per risolvere i guai a casa?
Fonte e data OttoParlante – La newsletter del Marru, 8 settembre 2025
Tesi principale Gli Stati Uniti sono attraversati da tensioni interne (crisi industriale, bolla dell’AI, problemi occupazionali) che li spingono a un possibile ripiegamento strategico, ma le inerzie imperiali e gli interessi delle élite rendono improbabile un vero ritiro dal ruolo globale.
Argomenti a sostegno - Nuova Strategia di Difesa: priorità alla “homeland” rispetto alla competizione con Cina e Russia (analisi Politico, Bertrand). - Critica di Fazi: gli USA non hanno la coerenza politico-istituzionale per un cambio radicale. - Simplicius: rischio che sia “imperialismo riconfezionato” e non reale disimpegno. - Trump agita il discorso della ritirata ma continua a sostenere i fronti interni ed esterni. - Pressioni geopolitiche: necessità di rafforzare le alleanze per contenere la Cina (Campbell e Doshi sul NYT). - Mattarella a Cernobbio richiama il ruolo dell’Europa e critica le “nuove Compagnie delle Indie” (big tech). - Bolla AI: crescita smisurata di capitalizzazione (21 trilioni $), ma rendimenti nulli (MIT: 95% aziende senza ritorni). - Crisi occupazionale USA: dati negativi sull’occupazione manifatturiera e industriale.
Limiti riconosciuti - Il discorso di Trump appare più come retorica che come reale strategia di ritiro. - L’articolo segnala bias: ogni analisi finisce per accentuare la crisi USA, riducendo lo spazio per valutare capacità di resilienza del sistema americano.
Forza dell’argomentazione - Ampiezza di fonti (Politico, NYT, Economist, MIT, economisti e commentatori). - Capacità di connettere geopolitica e finanza (ritirata USA e bolla AI come facce della stessa crisi). - Linguaggio critico e ironico, utile per smascherare retoriche ufficiali.
Debolezze - Mancanza di dati alternativi che mostrino resilienza USA (innovazione, alleanze, consumi interni). - Rischio di “determinismo declinista”: enfatizzare solo la decadenza americana senza considerare la forza sistemica residua. - Analisi europea accennata ma non sviluppata: il ruolo dell’UE resta sullo sfondo.
Punti da esplorare ulteriormente - Se e come la bolla AI possa effettivamente esplodere e con quali effetti globali (banche, supply chain, lavoro). - Rapporto tra capitale tecnologico-finanziario e strategia militare USA. - Possibili strategie di contenimento del multipolarismo (più che ritiro, un ribilanciamento). - Il ruolo dell’Europa: potenziale alleato, concorrente o campo di battaglia economico.

Critica complessiva

L’articolo di Marrucci fornisce una panoramica vivace e documentata del momento attuale: la fragilità interna degli Stati Uniti si riflette sia nella geopolitica che nella finanza. L’autore coglie un punto cruciale: non si può parlare di egemonia globale senza guardare alle contraddizioni interne del capitalismo americano. La bolla AI diventa così una metafora e un banco di prova della tenuta del sistema. Tuttavia, la tendenza a sottolineare solo i segnali di crisi rischia di trasformarsi in una lettura unilaterale: gli USA, pur in difficoltà, conservano capacità di innovazione, di alleanza e di controllo strutturale dell’ordine globale. La vera sfida da indagare è se il multipolarismo sarà frutto di una transizione concertata o di un conflitto.


Vuoi che ti prepari una tabella comparativa tra questo pezzo di Marrucci e l’articolo di Bravo sulla Cina, così da vedere come i due testi dialogano tra “forza del multipolarismo” e “crisi dell’impero USA”?

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Perfetto! Ti preparo una tabella comparativa tra l’articolo di Salvatore A. Bravo (“Cina e dialettica marxista”) e quello di Giuliano Marrucci (“La bolla dell’AI sull’orlo dell’esplosione. Gli USA si ritirano dall’Asia per risolvere i guai a casa?”).


Tabella comparativa

Dimensione Salvatore A. Bravo – Cina e dialettica marxista Giuliano Marrucci – La bolla dell’AI…
Tema centrale Analisi della Cina contemporanea attraverso la dialettica marxista: un modello socialista “imperfetto” ma alternativo al capitalismo occidentale. Analisi della crisi interna USA (bolla AI, problemi occupazionali) e del dibattito sul presunto “pivot to homeland” dell’amministrazione Trump.
Prospettiva teorica Marxista-dialettica: la Cina va compresa come processo in divenire, non con schemi dogmatici. Giornalistico-critica: osservazione delle contraddizioni tra retorica imperiale USA e fragilità interne.
Attore principale La Cina come soggetto storico che combina socialismo e mercato. Gli Stati Uniti come potenza imperiale in crisi.
Natura del sistema Cina = socialismo con elementi capitalistici, ma ancora orientato alla pianificazione e al bene comune. USA = capitalismo finanziario-tecnologico in crisi, dominato da bolle speculative e retorica imperiale.
Problema individuato La difficoltà di comprendere la Cina con categorie occidentali, rischio di cadere nella propaganda anticinese. La fragilità interna (economia, lavoro, tecnologia) che mina la capacità USA di mantenere l’egemonia globale.
Metafore/immagini forti Dialettica: il divenire contraddittorio come cifra della storia cinese. Bolla dell’AI: simbolo di un capitalismo che gonfia illusioni e rischia collasso.
Ruolo dell’ideologia Critica dell’uso ideologico del concetto di democrazia per delegittimare la Cina. Critica della narrazione americana che finge un “ritiro” ma in realtà continua la proiezione imperiale.
Visione del futuro La Cina come possibilità di un modello diverso dal neoliberismo, ancora in formazione. Gli USA come potenza che rischia di crollare sotto il peso delle proprie contraddizioni, ma ancora dotata di strumenti di potere.
Europa Quasi assente: focus sulla Cina come oggetto teorico. Richiamata da Mattarella a Cernobbio: rischio di dipendenza dalle big tech e dal modello USA.
Metodo Filosofico-critico (dialettica marxista). Analitico-giornalistico (fonti internazionali, dati economici, retorica critica).

Considerazioni di sintesi

  • I due articoli dialogano indirettamente: Bravo cerca di mostrare che la Cina va pensata come un processo storico alternativo, mentre Marrucci mette in luce le contraddizioni sistemiche degli USA.

  • Entrambi rifiutano la narrazione mainstream: Bravo smonta la retorica liberale sulla “democrazia vs dittatura”, Marrucci ironizza sulla propaganda americana del “pivot” e sulla bolla tecnologica presentata come progresso.

  • Il filo conduttore comune è il multipolarismo:

    • per Bravo è la possibilità che la Cina rappresenti una via diversa dal capitalismo neoliberale;

    • per Marrucci è il risultato delle fragilità americane, che aprono spazio a nuove forze.

  • Divergono nello stile: Bravo è teorico e dialettico, Marrucci è empirico e giornalistico.

  • Insieme, offrono una visione critica complementare: da un lato la costruzione di un’alternativa (Cina), dall’altro il declino di un modello (USA).


Vuoi che ti sviluppi anche un pezzo di raccordo narrativo che metta in dialogo i due articoli come se fossero i due lati di un unico discorso sul multipolarismo (declino USA ↔ ascesa Cina)?




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