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Todd e la guerra Russo-Ucraina

 

Emmanuel Todd: «Vi spiego perché la Russia sta recuperando terreno» - Krisis

In una conferenza che ha tenuto all’Accademia delle Scienze di Russia, a Mosca, l’antropologo francese ha illustrato come la Russia stia consolidando la propria posizione, in base a fattori demografici, sociali e culturali. Una visione che si distanzia nettamente dall’opinione dominante in Occidente, offrendo spunti di riflessione scientifica e geopolitica. Qui di seguito, Krisis pubblica la traduzione integrale della prima parte del suo intervento.

Ascolta l’articolo, letto da Giulio Bellotto:

Tenere questa conferenza mi intimorisce. Tengo spesso conferenze in Francia, in Italia, in Germania, in Giappone, nel mondo anglo-americano – quindi in Occidente. In quei casi, parlo dall’interno del mio mondo, con una prospettiva certamente critica, ma comunque interna. Qui invece è diverso: sono a Mosca, nella capitale del Paese che ha sfidato l’Occidente e che senza dubbio riuscirà in questa sfida. Sul piano psicologico, è un esercizio completamente diverso.

Autoritratto anti-ideologico

Comincerò presentandomi, non per narcisismo, ma perché spesso le persone che vengono dalla Francia o da altri Paesi e parlano della Russia con comprensione, o persino con simpatia, hanno un certo profilo ideologico. Molto spesso provengono dalla destra conservatrice o dal populismo, e proiettano sulla Russia un’immagine ideologica a priori. A mio avviso, la loro simpatia ideologica è un po’ irrealistica e frutto di fantasia. Io non appartengo affatto a quella categoria.

In Francia sono quello che si definirebbe un liberale di sinistra, fondamentalmente legato alla democrazia liberale. Quello che mi distingue dagli altri fautori della democrazia liberale è che, poiché sono antropologo, poiché conosco la diversità del mondo attraverso l’analisi dei sistemi familiari, ho una grande tolleranza nei confronti delle culture esterne e non parto dal presupposto che tutti debbano imitare l’Occidente. Il pregiudizio da maestrino moralista è particolarmente diffuso a Parigi. Io penso invece che ogni Paese abbia la sua storia, la sua cultura, il suo percorso.

Devo comunque ammettere che in me c’è una dimensione emotiva, una vera simpatia per la Russia, che può spiegare la mia capacità di ascoltare i suoi argomenti nell’attuale scontro geopolitico. La mia apertura non deriva da un’adesione ideologica a ciò che la Russia rappresenta, ma da un sentimento di riconoscenza verso questo Paese per averci liberati dal nazismo […]. I primi libri di storia che ho letto, a 16 anni, raccontavano la guerra dell’Armata Rossa contro il nazismo. Sento di avere un debito che deve essere onorato.

Aggiungo che sono consapevole del fatto che la Russia è uscita dal comunismo da sola, con le proprie forze, e che ha sofferto enormemente durante il periodo di transizione. Ritengo che la guerra difensiva a cui l’Occidente ha costretto la Russia, dopo tutte queste sofferenze, proprio mentre stava rialzandosi, sia una colpa morale dell’Occidente. Ecco la parte ideologica – o meglio, emotiva. Per il resto, non sono un ideologo, non ho un programma per l’umanità. Sono uno storico, un antropologo, mi considero uno scienziato, e ciò che posso offrire per comprendere il mondo – in particolare la geopolitica – viene essenzialmente dalle mie competenze professionali.

Il 19 agosto 1991 un gruppo di dirigenti sovietici tentò un golpe per impedire la firma di un trattato che avrebbe trasformato l’Urss in una federazione più decentralizzata. Migliaia di cittadini accorsero a difendere la Casa Bianca - sede del parlamento russo - dove Boris Eltsin guidava l’opposizione. Foto di David Broad. Licenza CC BY-SA 3.0.
Il 19 agosto 1991 un gruppo di dirigenti sovietici tentò un golpe per impedire la firma di un trattato che avrebbe trasformato l’Urss in una federazione più decentralizzata. Migliaia di cittadini accorsero a difendere la Casa Bianca – sede del parlamento russo – dove Boris Eltsin guidava l’opposizione. Foto di David Broad. Licenza CC BY-SA 3.0.

Antropologia e politica

Mi sono formato nella ricerca storica e antropologica all’università di Cambridge, in Inghilterra. Il mio relatore di tesi si chiamava Peter Laslett. Aveva scoperto che la famiglia inglese del XVII secolo era semplice, nucleare, individualista. I figli dovevano andarsene presto. Nella commissione della mia tesi di dottorato a Cambridge c’era anche un grande storico inglese tuttora vivente, Alan Macfarlane. Aveva compreso che esisteva una relazione tra l’individualismo politico ed economico degli inglesi (e quindi degli anglosassoni in generale) e quel tipo di famiglia nucleare identificato da Laslett nel passato dell’Inghilterra.

Sono allievo di questi due grandi storici britannici. In fondo, ho generalizzato l’ipotesi di Macfarlane. Mi sono accorto che la mappa del comunismo realizzato, verso la metà degli anni Settanta, somigliava molto a quella di un sistema familiare che chiamo comunitario (che altri hanno chiamato famiglia patriarcale o joint-family), un sistema familiare che è, in un certo senso, l’opposto concettuale del sistema familiare inglese.

Prendiamo la famiglia contadina russa, per esempio. Non sono specialista della Russia, ciò che davvero conosco della Russia sono elenchi nominativi di abitanti del XIX secolo che descrivono famiglie contadine. Non erano, come le famiglie dei contadini inglesi del XVII secolo, piccoli nuclei (padre, madre, figli), ma enormi nuclei familiari con un uomo, sua moglie, i suoi figli, le mogli dei figli e i nipoti. Questo sistema era patrilineare perché le famiglie scambiavano le donne per farne delle spose. Si trova la famiglia comunitaria in Cina, in Vietnam, in Serbia, nell’Italia centrale – un’area che votava comunista. Una delle particolarità della famiglia comunitaria russa è che manteneva uno status elevato delle donne, perché la sua apparizione era recente.

La famiglia comunitaria russa è apparsa tra il XVI e il XVIII secolo. Quella cinese è apparsa prima dell’era cristiana. La famiglia comunitaria russa aveva qualche secolo di vita, la famiglia comunitaria cinese aveva due millenni di vita. Questi esempi rivelano la mia visione del mondo. Non lo percepisco come un’entità astratta, ma come un insieme in cui ogni grande nazione, ogni piccola nazione, aveva una struttura familiare contadina particolare, struttura che spiega ancora molti dei suoi comportamenti attuali […].

Voglio precisare un punto a proposito della mia reputazione. Il 95% della mia carriera di ricercatore è stata dedicata all’analisi delle strutture familiari, tema su cui ho scritto libri di 500 o 700 pagine. Ma non è per questo che sono conosciuto nel mondo. Sono conosciuto per tre saggi di geopolitica nei quali ho utilizzato la mia conoscenza di questo retroterra antropologico per capire ciò che accadeva.

Nel 1976 ho pubblicato La caduta finale. Saggio sulla decomposizione della sfera sovietica, in cui prevedevo il crollo del comunismo. Il calo della fertilità delle donne russe mostrava che i russi erano come tutti gli altri, in via di modernizzazione, e che il comunismo non aveva prodotto alcun «homo sovieticus». Avevo anche riscontrato un aumento della mortalità infantile, tra il 1970 e il 1974, in Russia e Ucraina. Questo aumento mostrava che il sistema aveva iniziato a deteriorarsi. Ho scritto quel libro molto giovane, avevo 25 anni, e ho dovuto aspettare circa 15 anni perché la mia previsione si avverasse.

«Per il benessere del popolo», francobollo sovietico emesso nel 1971 in occasione del XXIV Congresso del Partito comunista dell’Urss. La scena familiare, immersa in un ordinato ambiente urbano rappresenta l’ideale socialista di prosperità diffusa. Foto di Bin im Garten. Licenza CC BY-SA 3.0.
«Per il benessere del popolo», francobollo sovietico emesso nel 1971 in occasione del XXIV Congresso del Partito comunista dell’Urss. La scena familiare, immersa in un ordinato ambiente urbano rappresenta l’ideale socialista di prosperità diffusa. Foto di Bin im Garten. Licenza CC BY-SA 3.0.

Nel 2002 ho scritto un secondo libro di geopolitica, intitolato in francese Après l’Empire, quando tutti parlavano della superpotenza americana. Ci spiegavano che l’America avrebbe dominato il mondo per un periodo indefinito, in un mondo unipolare. Io sostenevo, al contrario: no, il mondo è troppo vasto, il peso relativo dell’America sta diminuendo sul piano economico e l’America non potrà controllare questo mondo. 

Ciò si è rivelato vero. In Après l’Empire c’è una previsione particolarmente corretta che sorprende me stesso: un capitolo si intitola Il ritorno della Russia. Vi prevedevo il ritorno della Russia come potenza importante, basandomi su pochissimi indizi. Avevo semplicemente osservato un’inversione della mortalità infantile (in calo tra il 1993 e il 1999, dopo l’aumento tra il 1990 e il 1993). Ma sapevo per istinto che il fondo culturale comunitario russo, che aveva prodotto il comunismo nella fase di transizione, sarebbe sopravvissuto agli anni Novanta e avrebbe permesso di ricostruire qualcosa.

C’è tuttavia un grosso errore in quel libro: prevedevo un destino autonomo per l’Europa occidentale. E c’è una mancanza: non parlavo della Cina. Vengo ora al mio ultimo libro di geopolitica, che sarà credo l’ultimo, La sconfitta dell’Occidente […]. Prevede che, nello scontro geopolitico aperto dall’entrata dell’esercito russo in Ucraina, l’Occidente subirà una sconfitta. Mi trovo di nuovo in disaccordo con l’opinione dominante del mio Paese, o del mio campo, dato che sono anch’io occidentale. 

Anzitutto dirò perché mi è stato facile scrivere questo libro, ma vorrei poi tentare di dire perché, ora che la sconfitta dell’Occidente appare certa, mi è diventato molto più difficile spiegare nel breve termine il processo di disgregazione dell’Occidente, pur restando capace di fare una previsione a lungo termine sulla prosecuzione del declino americano. Siamo a una svolta: passiamo dalla sconfitta alla disgregazione. 

Ciò che mi rende prudente è la mia esperienza del crollo del sistema sovietico. Avevo previsto il crollo, ma devo ammettere che quando il sistema sovietico si è effettivamente dissolto, non sono stato in grado di prevedere l’ampiezza della disgregazione e il livello di sofferenza che avrebbe comportato per la Russia.

Non avevo capito che il comunismo non era solo un’organizzazione economica, ma anche un sistema di credenze, quasi una religione, che strutturava la vita sociale sovietica e russa. La disgregazione di quella fede ha comportato una disorganizzazione psicologica ben oltre quella economica. È una situazione simile a quella che viviamo oggi in Occidente. Non stiamo vivendo solo un fallimento militare ed economico, ma anche una disgregazione delle credenze che hanno organizzato la vita sociale occidentale per decenni.

I grattacieli del quartiere direzionale si stagliano sullo sfondo degli edifici residenziali sovietici. Nell’immagine del luglio 2008 convivono due epoche: il progetto urbano post-sovietico e le architetture del socialismo reale. Foto di Dmitry A. Mottl. Licenza CC BY-SA 3.0.
I grattacieli del quartiere direzionale si stagliano sullo sfondo degli edifici residenziali sovietici. Nell’immagine del luglio 2008 convivono due epoche: il progetto urbano post-sovietico e le architetture del socialismo reale. Foto di Dmitry A. Mottl. Licenza CC BY-SA 3.0.


Dalla sconfitta alla disgregazione

Ricordo perfettamente il contesto in cui ho scritto La sconfitta dell’Occidente. Ero nella mia piccola casa in Bretagna, nell’estate del 2023. I giornalisti francesi e di altri Paesi si eccitavano a vicenda commentando i «successi» (immaginari) della controffensiva ucraina. Mi vedo ancora chiaramente, mentre scrivevo con calma: «La sconfitta dell’Occidente è certa». Non mi poneva alcun problema dirlo. Al contrario, oggi, quando parlo di disgregazione, adotto un atteggiamento di umiltà di fronte agli eventi. Il comportamento di Trump è una messa in scena dell’incertezza. Il bellicismo di quegli europei che hanno perso la guerra al fianco degli Americani e che ora parlano di vincerla senza gli americani è qualcosa di davvero sorprendente.

Questo è il presente. Gli eventi di breve periodo sono molto difficili da prevedere. Al contrario, il medio e lungo termine dell’Occidente, in particolare quello degli Stati Uniti, mi sembrano più accessibili alla comprensione e alla previsione – senza alcuna certezza, ovviamente. Come ho già detto, avevo già avuto molto presto, fin dal 2002, una visione positiva a medio e lungo termine per la Russia. Ma oggi ho una visione molto negativa a medio e lungo termine per gli Stati Uniti. Quello che stiamo vivendo è solo l’inizio di un declino americano e dobbiamo essere pronti a vedere cose ancora molto più drammatiche.

La sconfitta dell’Occidente: una previsione facile

Ricorderò innanzitutto il modello de La sconfitta dell’Occidente. Il libro è stato pubblicato, chiunque può verificarne il contenuto. Spiegherò perché è stato relativamente semplice concepire questa sconfitta. Negli anni precedenti avevo già analizzato a lungo il ritorno della Russia alla stabilità.

Non vivevo nell’illusione occidentale di un regime putiniano mostruoso, di un Putin che sarebbe il diavolo e dei russi che sarebbero idioti o sottomessi, che era la visione dominante in Occidente. 

Avevo letto Russie, le retour de la puissance (Russia, il ritorno della potenza), un eccellente libro di un francese troppo poco conosciuto, David Teurtrie, pubblicato poco prima dell’ingresso delle truppe russe in Ucraina. Vi descriveva la ripresa dell’economia russa, della sua agricoltura, delle sue esportazioni di centrali nucleari. Spiegava che la Russia si stava preparando, dal 2014, alla disconnessione dal sistema finanziario occidentale.

Inoltre, avevo i miei indicatori abituali, che sono di stabilità sociale più che di stabilità economica. Continuavo a monitorare il tasso di mortalità infantile, l’indicatore statistico che utilizzo di più. I bambini sotto l’anno di età sono gli esseri più fragili di una società e le loro probabilità di sopravvivenza sono l’indicatore più sensibile di coesione e di efficacia sociale. Negli ultimi 20 anni, il tasso di mortalità infantile in Russia è diminuito a un ritmo accelerato, anche se la mortalità complessiva – in particolare quella maschile – non è soddisfacente. Da diversi anni, il tasso di mortalità infantile russo era sceso al di sotto di quello statunitense.

Il grafico mostra le fluttuazioni del tasso di natalità russo tra il 1950 e il 2014. Elaborazione di LokiiT. Fonte: Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 3.0.
Il grafico mostra le fluttuazioni del tasso di natalità russo tra il 1950 e il 2014. Elaborazione di LokiiT. Fonte: Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 3.0.

Il tasso di mortalità infantile statunitense è uno degli indicatori che ci permette di capire che l’America non sta bene. Purtroppo, credo che attualmente anche il tasso di mortalità infantile francese – in aumento – stia per superare quello russo. È un dolore per me, che sono francese, ma devo essere capace, come storico, di vedere e analizzare cose che non mi piacciono. Il divenire della storia non è fatto per compiacermi. È fatto per essere studiato.

Evoluzione economica soddisfacente della Russia, stabilizzazione sociale. C’è stato anche un rapido crollo del tasso di suicidi e del tasso di omicidi tra il 2000 e il 2020. Avevo tutti questi indicatori, e in più conservavo la mia conoscenza del fondo familiare comunitario russo, di origine contadina, che non esiste più in modo visibile ma continua ad agire. Sia chiaro, la famiglia contadina russa del XIX secolo non esiste più. Ma i suoi valori sopravvivono nelle interazioni tra gli individui. In Russia esistono ancora valori regolatori di autorità, di uguaglianza, di comunità, che assicurano una coesione sociale particolare.

È un’ipotesi che può essere difficile da accettare per uomini e donne moderni immersi nella vita urbana. Sono appena arrivato a Mosca, che riscopro nel 2025 trasformata rispetto al mio ultimo viaggio del 1993. Mosca è una città immensa e moderna. Come posso immaginare, in un tale contesto materiale e sociale, la persistenza di valori comunitari provenienti dal XIX secolo? Eppure lo faccio – come lo faccio altrove.

È un’esperienza che ho vissuto, ad esempio, in Giappone. Anche Tokyo è una città immensa, in verità, con i suoi 40 milioni di abitanti, due volte più grande di Mosca. Ma è facile vedere e accettare l’idea che un sistema di valori giapponese, ereditato da una struttura familiare antica, si sia perpetuato. La penso allo stesso modo per la Russia, con la differenza che la famiglia comunitaria russa, autoritaria ed egualitaria, non era la famiglia […] giapponese, autoritaria e inegualitaria.

Economia, demografia, antropologia della famiglia: nel 2022 non avevo il minimo dubbio sulla solidità della Russia. E quindi ho osservato, dall’inizio della guerra in Ucraina, con un misto di divertimento e tristezza, giornalisti, politici e politologi francesi formulare ipotesi sulla fragilità della Russia, sul collasso imminente della sua economia, del suo regime, eccetera.

(Continua)

Articolo originale pubblicato su https://emmanueltodd.substack.com/p/bons-baisers-de-russie (traduzione dal francese a cura di Krisis).

Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale


Certo Gian, ecco una proposta strutturata per accompagnare l’intervento di Emmanuel Todd pubblicato su Krisis, pensata per un uso seminariale, editoriale o didattico. Ho articolato il materiale in tre sezioni: occhiello, abstract focalizzato e scheda sintetico-analitica.


🪶 Occhiello

Una lettura antropologica e demografica controcorrente: Emmanuel Todd spiega perché la Russia, lungi dal collassare, sta consolidando la propria coesione sociale e strategica, sfidando le narrazioni dominanti dell’Occidente.


🎯 Abstract focalizzato

Nel suo intervento all’Accademia delle Scienze di Mosca, Emmanuel Todd propone una chiave di lettura radicalmente alternativa del ruolo della Russia nel contesto geopolitico contemporaneo. Rifiutando le semplificazioni ideologiche e le proiezioni occidentali, Todd interpreta la resilienza russa attraverso indicatori demografici, strutture familiari e dinamiche antropologiche profonde. La sua tesi è che la Russia, grazie alla persistenza di un modello comunitario e a una stabilizzazione sociale misurabile (mortalità infantile, suicidi, coesione familiare), stia recuperando terreno non solo sul piano economico, ma anche su quello simbolico e politico. In contrasto con la disgregazione dell’Occidente, Todd vede nella Russia un esempio di continuità culturale e capacità di adattamento, radicato in una storia familiare e sociale che resiste alla modernizzazione forzata. L’intervento si colloca nel solco del suo ultimo libro, La sconfitta dell’Occidente, e rilancia una visione antropologica della geopolitica.

Fonte: Krisis – Emmanuel Todd: «Vi spiego perché la Russia sta recuperando terreno»


📘 Scheda sintetico-analitica

SezioneContenuto
🧠 AutoreEmmanuel Todd – storico, antropologo, noto per aver previsto il crollo dell’URSS e la crisi del 2008
🗺️ ContestoConferenza all’Accademia delle Scienze di Mosca, giugno 2025
🎓 PosizionamentoCritico verso l’ideologia occidentale, ma non ideologicamente filorusso; si definisce “liberale di sinistra” con apertura antropologica
🧬 Chiave interpretativaAnalisi delle strutture familiari (comunitarie vs nucleari) come base della coesione sociale e della traiettoria storica
📊 Indicatori usatiMortalità infantile, tasso di suicidi e omicidi, stabilità demografica come segnali di resilienza
🏛️ Tesi centraleLa Russia sta recuperando terreno grazie alla persistenza di valori comunitari e alla stabilizzazione sociale post-transizione
🧨 ContrappuntoL’Occidente non vive solo una sconfitta geopolitica, ma una disgregazione delle credenze fondanti
📚 RiferimentiLa caduta finale (1976), Après l’Empire (2002), La sconfitta dell’Occidente (2023)
🧭 ProspettivaDeclino americano a medio-lungo termine, solidità russa come effetto di continuità antropologica

Se vuoi, posso aiutarti a costruire una griglia comparativa tra la visione di Todd e quella di altri autori (Arrighi, Wallerstein, Streeck, ecc.), oppure suggerire domande seminariali per la discussione. Vuoi che prosegua in quella direzione?


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