Trump alla resa dei conti contro la FED
Trump alla resa dei conti contro la FED
di Alex Marsaglia
L’istrionico presidente americano da quando è riuscito miracolosamente a farsi rieleggere lo scorso novembre, scampando a numerosi attentati, è stato decisamente imprevedibile. Davvero in pochi hanno azzeccato la sua linea, ammesso e non concesso ne abbia davvero mai delineata una. Dalla politica estera isolazionista con l’attacco ai siti nucleari iraniani, alla vendita di armi per il fronte ucraino come via per la pace, le contraddizioni sono risultate veramente forti.
Su una cosa Trump si è dimostrato coerente: il rilancio della crescita economica degli Stati Uniti come priorità a qualsiasi costo. E quando un personaggio come lui mette in campo l’extrema ratio
si può essere certi che non cerca mezze misure.
Infatti, sul piano commerciale ha avviato un piano di dazi verso il mondo senza alcun precedente, seppellendo di fatto la globalizzazione e rendendo superfluo in un batter d'occhio il WTO.
Il piano tuttavia gli è finora riuscito a metà e proprio il Deep State americano, che tanto ha avversato senza mai riuscire a vincerlo, sembra essersi attivato per il sabotaggio della marcia indietro dalla globalizzazione.
Oltre alle spaccature politiche nel MAGA, nell’ultima settimana è arrivata la tegola sulla testa della Corte d’Appello di Washington che ha dichiarato illegali i dazi, confermando una sentenza della Corte del Commercio internazionale, rimandando di fatto alla Corte Suprema la decisione sulla sospensione definitiva del sistema tariffario entro il 14 ottobre.
Una spina giudiziaria nel fianco dell'esecutivo trumpiano che potrebbe far arenare definitivamente ogni speranza di reshoring e far definitivamente tramontare i tentativi disperati di reindustrializzare gli Stati Uniti. Non solo, il Deep State americano non è solo la componente giudiziaria e quella fatta dai funzionari. C'è la fondamentale componente dei banchieri centrali che esercitano la raffinata arte tecnocratica del bilanciamento dei conti sulla pelle del popolo. Trump sin dall’inizio del suo secondo mandato ha attaccato frontalmente il Presidente della FED Jerome Powell per le sue politiche monetarie eccessivamente restrittive: i tassi di interesse sul capitale negli Stati Uniti sono tra il 4,25% e il 4,5% in un Paese che viaggia sul +2,7% di inflazione e che non ha mai superato nei suoi picchi degli scorsi anni il +10%, arrivando a un massimo di +9,2% nel Giugno 2022; viceversa l’UE ha tassi di interesse al +2,15% ampiamente tagliati dal picco del +4,5% del novembre 2023 con lento ma costante riallineamento al calo dell’inflazione che per giunta ha morso decisamente più duramente in UE dove ha superato il 10% nell’ottobre 2022. Insomma, negli Stati Uniti la FED è stata la banca centrale occidentale più improntata alle politiche monetarie restrittive in vista del contenimento dell’inflazione. Una politica monetaria basata sulle ricette monetariste che individuano nell'offerta di moneta il principale fattore che determina l'inflazione. Di qui la necessità di un innalzamento dei tassi di interesse sul capitale per esercitare il contenimento del credito e quindi della moneta circolante. Un abbaglio non da poco se si pensa che l'inflazione di cui si parla non è stata determinata da un eccesso di moneta circolante. Non si è mai trattato di un'inflazione da eccesso di domanda, non essendo l’Occidente esattamente in un periodo di boom economico. Come hanno capito tutti quelli che hanno a che fare con i semplici bilanci familiari, l'inflazione è stata determinata da uno shock esterno sui prezzi dell'energia e delle materie prime dovuto all’Operazione militare speciale in Ucraina e alla guerra di sanzioni alla Russia. Si è trattato quindi di un’inflazione da offerta che non ha nulla da spartire con le ricette restrittive monetariste propinate, le quali hanno piuttosto avuto l’unico effetto di esacerbare la crisi economica ancora presente e mai risolta. E così, mentre le capacità produttive dell’intero Occidente erano minate dal caro energetico, il cieco monetarismo usuraio dei banchieri centrali rincarava la dose aggiungendoci l’asso di mutui sempre più cari, mandando letteralmente in stallo produttivo le aziende.
Ebbene, Trump da imprenditore questo discorso lo ha colto molto bene. Così, ponendosi il problema di rilanciare la produzione industriale americana ha avuto come nemico il Presidente della FED Jerome Powell arroccato sui dettami più biecamente monetaristi nella gestione del credito federale.
Il problema è che Trump non ha il tempo dalla sua parte e difficilmente potrà aspettare l’avvicendamento ai vertici della FED a maggio 2026 senza essersi giocato metà mandato. Ecco quindi arrivare la forzatura politica inedita: accorciare i tempi con il licenziamento di Lisa Cook (nomina democratica) per ottenere una maggioranza favorevole nel board della FED. Jerome Powell ha ovviamente morso la foglia e si è schierato con la causa intentata dalla Cook per “licenziamento illegittimo” e ora staremo a vedere. Se negli Stati Uniti il dogma dell'indipendenza della banca centrale è un po’ meno valido rispetto all’Europa, essendo gli esponenti di nomina politica, resta valido il dominio tecnocratico di una politica che sa farsi tecnocrazia spodestando le influenze popolari dalla stanza dei bottoni. Jerome Powell è infatti un Presidente di nomina repubblicana: è stato lo stesso Trump a nominarlo, ma si è rapidamente omologato ai dettami della democratica Janet Yallen che ha già preconizzato pericolosi scenari da Germania degli anni Venti nel caso della fine dell’ indipendenza della Banca centrale dal Tesoro (vedi: https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/l-attacco-di-trump-alla-fed-scuote-la-credibilita-degli-stati-uniti.html). E la Yellen non è stata di certo l’unica tra i banchieri centrali a sbraitare contro la sacrosanta rottura del dogma dell'indipendenza delle banche centrali. Guai a voler riportare le politiche monetarie sotto il controllo democratico del popolo e dei suoi rappresentanti eletti, esautorando l’élite di banchieri! Pericolo rivoluzione, giammai! E così non poteva mancare madame Lagarde che dalla Presidenza della BCE ha avvertito il mondo intero sul “pericolo molto serio per l’economia statunitense e mondiale” (vedi: https://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/teleborsa/finanza/bce-lagarde-perdita-indipendenza-fed-pericolo-molto-serio-per-economia-mondiale-35_2025-09-01_TLB.html).
E invece, chiosando Marx, potremmo dire che se c'è una cosa su cui Trump ha ragione è la riconquista della sovranità monetaria, quindi: popoli di tutto il mondo unitevi e riprendetevi le banche centrali slegate dal Tesoro! Oggi riacquistare la sovranità monetaria passa anche dalla possibilità di esercitare pienamente la politica economica potendo controllare democraticamente la leva monetaria senza interferenze.
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Presentazione dell'Articolo: "Trump alla resa dei conti contro la FED"
Autore: Alex Marsaglia
Testata: Non specificata nell'estratto, ma il tono è quello di un'analisi politica e finanziaria di opinione.
1. Sintesi e Tesi Centrale
L'articolo descrive lo scontro frontale tra l'ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel suo ipotetico secondo mandato, e la Federal Reserve (FED), guidata da Jerome Powell. La tesi centrale è che Trump, nel suo obiettivo di rilanciare a tutti i costi l'economia e la reindustrializzazione americana attraverso politiche protezionistiche (dazi) e monetarie espansive, si sia scontrato con il "Deep State" e l'establishment finanziario, rappresentato da una FED indipendente e ancorata a dogmi monetaristi.
Per l'autore, la FED sta sbagliando politica economica, applicando ricette restrittive (rialzo dei tassi) a un'inflazione causata da shock dell'offerta (energia e materie prime), con l'unico risultato di soffocare la produzione. Trump, da imprenditore, avrebbe capito questo errore e avrebbe quindi scelto di sfidare il dogma dell'indipendenza della banca centrale per riportare la politica monetaria sotto il controllo politico e democratico.
2. Punti Chiave e Argomenti Trattati
La Coerenza di Trump: Nonostante le contraddizioni in politica estera, l'unica linea coerente dell'amministrazione Trump descritta sarebbe stata il rilancio economico degli USA "a qualsiasi costo".
La Guerra dei Dazi: Viene presentata come l'arma principale di Trump per seppellire la globalizzazione e favorire il "reshoring" (il ritorno delle produzioni in patria). Tuttavia, questa strategia è sotto attacco giudiziario.
Il Nemico: Il Deep State e la FED: L'ostacolo alla realizzazione del piano di Trump non è solo esterno, ma interno, costituito dal "Deep State" americano, di cui la FED è una componente fondamentale.
La Critica alla Politica della FED: L'autore critica aspramente le politiche monetarie restrittive di Powell, definendole un "abbaglio" e un "cieco monetarismo usuraio". Sostiene che l'inflazione recente sia stata da "shock dell'offerta" (guerra in Ucraina, sanzioni) e non da eccesso di domanda, rendendo i rialzi dei tassi non solo inefficaci ma dannosi.
La Mossa Inedita: l'Attacco alla Indipendenza della FED: La soluzione di Trump, secondo l'articolo, è stata una forzatura politica senza precedenti: tentare di licenziare una membro del board (Lisa Cook) per ottenere una maggioranza favorevole e imporre una linea di tassi più bassi, sfidando così il principio di indipendenza della banca centrale.
La Reazione Internazionale: Viene citata la forte opposizione di esponenti dell'establishment finanziario come Janet Yellen e Christine Lagarde, che vedono in questa mossa un "pericolo molto serio" per l'economia globale.
La Posizione dell'Autore (Editoriale): Marsaglia si schiera apertamente a favore della mossa di Trump. Utilizzando un richiamo a Marx, conclude che i popoli dovrebbero "riprendersi le banche centrali" e che la sovranità monetaria è un prerequisito essenziale per esercitare una piena politica economica democratica.
3. Analisi del Linguaggio e dello Stile
L'articolo non è neutrale ma è un pezzo di opinione fortemente schierato. Il linguaggio è vivido e a tratti polemico:
Termini Caricati: "Extrema ratio", "Deep State", "tegola", "cieco monetarismo usuraio", "élite di banchieri", "sbraitare".
Narrazione in stile "conflitto epico": Trump è ritratto come un presidente "istonico" e "imprevedibile" in lotta contro un sistema potente e tecnocratico.
Uso di iperboli: "seppellendo di fatto la globalizzazione", "mandando letteralmente in stallo produttivo le aziende".
4. Conclusioni e Messaggio Finale
Il messaggio finale dell'articolo è chiaro: lo scontro tra Trump e la FED non è una semplice disputa politica, ma una battaglia ideologica sul ruolo della democrazia nella gestione dell'economia. Da un lato c'è la tecnocrazia finanziaria (la FED indipendente), accusata di perseguire ricette obsolete e di essere scollegata dalle reali necessità delle persone. Dall'altro c'è la sovranità popolare e politica, che attraverso figure come Trump (per quanto contraddittorie) tenta di riprendere il controllo della leva monetaria per perseguire obiettivi di crescita e interesse nazionale.
L'autore si pone decisamente dalla parte della seconda opzione, celebrando la sfida di Trump come un atto necessario e sacrosanto, nonostante i rischi e le condanne della comunità finanziaria internazionale.
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