Marxisti e credenti
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Marxisti e credenti
di Salvatore Bravo
Costanzo
Preve fu hegelo-marxiano, egli testimoniò lungo la sua esistenza la
necessità ontologica del dialogo. Con il dialogo si attraversano le
divisioni ideologiche per ritrovarsi sul fondamento, mai definitivo,
della verità. Quest’ultima si rivela nella parresia, ma non è mai “morta
cosa”, perché a essa ci si deve sempre riaccostare per ridefinirla e
ascoltarne la presenza. L’incomunicabilità è “assenza di pensiero” che
la filosofia contribuisce a sanare. Le barriere sclerotizzano la parola e
la confinano nel silenzio irrazionale.
La contrapposizione fra marxisti e credenti ha favorito il “potere” che si consolida nel guerreggiare delle opposizioni, le quali contribuiscono alla disgregazione del popolo. Tale condizione ha accompagnato la Guerra fredda e, con la fine del comunismo reale, si è ulteriormente incancrenita, poiché la sconfitta storica ha inoculato nei marxisti sopravvissuti la vergogna di essere tali. Il confronto necessita di “chiarezza emotiva”, per cui la vergogna è sicuramente un limite alla parola. Colui che porta l’impronta della sconfitta e la vive come una colpa non è nelle condizioni di dialogare. Solo la pari dignità dei dialoganti consente alla parola il confronto creativo e razionale:
“Per un confronto infatti occorre essere in due, e mentre i cristiani esistono ancora e si fanno sentire, i marxisti sembrano vergognarsi di esser rimasti tali, e non sembrano neppure essere riusciti a mantenere quella rete minima di contatti e di lavoro comune da cui nascono le “rivoluzioni scientifiche” ed i mutamenti di paradigmi. In proposito l’entusiasmo e la solidarietà verso la cosiddetta “teologia della liberazione” (fenomeno essenzialmente latino-americano) sono fenomeni assai positivi, ma non possono sostituire una riflessione che si voglia realmente “interna” alle nostre difficoltà di “marxisti che non hanno mollato” nei confronti delle nuove problematiche culturali dei credenti[1]”.
La cultura marxiana ha il merito di aver liberato l’economia dai suoi processi di ipostatizzazione. Il metodo genealogico e il materialismo storico hanno liberato l’economia da una visione dogmatica. La critica alla religione mediante la ricostruzione della genesi sociale e di classe dimostra l’uso che di essa è stato fatto per eternizzare i principi economici delle classi dirigenti.
Le categorie marxiane hanno reso reale e razionale l’economia con i suoi principi e la religione con i suoi usi ideologici-sovrastrutturali. Con tale lavoro i marxisti hanno contribuito fortemente a gettare luce sulle ombre dell’economia e della religione. I marxisti non devono cadere nella trappola dell’ateismo, essi devono criticare la religione senza cadere nella professione di ateismo. Ateo è colui che crede che la verità non esista. Marxisti e credenti devono ritrovarsi sul comune terreno della verità e della definizione della natura umana con le quali valutare il tempo storico vissuto. La filosofia “è il proprio tempo appreso nel pensiero”:
“A proposito della questione dell’ateismo “marxista”, che viene vista da molti come il vero e proprio ostacolo ad ogni forma di collaborazione politica organica fra comunisti e credenti, non bisogna dimenticare mai che si tratta di un problema concettualmente assai chiaro e semplice, nonostante il polverone sollevato negli ultimi decenni da tonnellate di bibliografia confusionaria e interessata alla manipolazione. In breve, ci limiteremo a sviluppare quattro “passaggi” concettuali. In primo luogo, non bisogna confondere la questione della critica della religione con la questione dell’ateismo, come se l’oggetto inevitabile e teleologicamente prefissato fin dall’inizio della critica della religione fosse la consapevolezza “ateistica” che qualcuno o qualcosa chiamato “dio” in realtà non esiste, a differenza di come opinano in modo superstizioso i grulli che ci credono. In secondo luogo, sosterremo che il marxismo ha tutto da guadagnare a rinunciare alla “difesa dell’ateismo”, in quanto si tratta di un falso problema, e anzi di una vera e propria “trappola” pratica e teorica. In terzo luogo, ribadiremo che il marxismo non può assolutamente rinunciare invece alla critica della religione, che è non solo “omologa” alla critica dell’economia politica, ma che ne costituisce la struttura filosofica portante (mentre invece l’ateismo, a nostro parere, è omologo semmai al campo concettuale “naturalistico” dell’economia politica classica. In quarto luogo (ed è questo il “pezzo forte” di queste riflessioni) sosterremo che l’impossibilità assoluta di rinunciare alla critica della religione non è affatto un impedimento alla collaborazione politica nella lotta per il comunismo con i cristiani consapevoli, dal momento che basta in proposito ispirarsi all’insigne esempio di un radicale critico della religione vissuto circa duemila anni fa in Palestina, il cui nome è Gesù di Nazareth, della cui vita sappiamo certo poco, ma comunque abbastanza per aver pochi dubbi del fatto che la sua teoria e la sua prassi siano state assolutamente incompatibili con una difesa della “religione”, comunque definita[2]”.
Dialogo veritativo
Il dialogo fra credenti e marxisti deve abbandonare il tema della fede su cui la contrapposizione è insanabile, in quanto la fede non può essere oggetto di logica discussione. Il dialogo dunque dev’essere portato su un terreno comune per individuare i punti di contatto: la verità storica e ontologica. Gesù è il profeta del I secolo dopo Cristo, pertanto il pensiero cristiano va compreso a partire dalla condizione sociale ed economica della Palestina in quel quadro storico. In Gesù si svela lo scontro tra due modi di produzione: lo schiavile-romano nel quale prevale il valore di scambio e l’antico-orientale in cui l’economia risponde “in modo parziale” ai bisogni reali dell’essere umano che per natura è “finito ed etico”. Pertanto marxisti e credenti possono ritrovarsi nella lettura del contesto storico di Gesù con i suoi significati. Nel tempo di Gesù religione ed economia non erano disgiungibili. A marxisti e credenti si deve richiedere di emanciparsi da facili proiezioni concettuali che impediscono di decodificare “il tempo storico di Gesù”. Il lavoro è comune:
“Dal momento che la società palestinese del I secolo dopo Cristo è poco nota, facciamo prima un esempio facile di quanto intendiamo dire, relativo alla più conosciuta antichità greco-romana. Coloro che si occupano anche superficialmente di antichistica sanno, ad esempio, che quando assistevano alle Olimpiadi i greci antichi non assistevano a uno spettacolo “sportivo” in senso moderno, e quando assistevano a una tragedia di Eschilo non assistevano a una rappresentazione “teatrale” nel senso che diamo oggi a questo termine (in generale messo nei giornali sotto la rubrica “spettacoli”). Il termine moderno “economia” rappresenta, come è noto, un complesso unico di valori d’uso e di valori di scambio, fra i quali si può instaurare equilibrio oppure crisi: si tratta di qualcosa di assolutamente estraneo ai Greci antichi, che definivano “economia” il sapere che aveva come oggetto i valori d’uso, mentre connotavano come “crematistica” il sapere che aveva come oggetto i valori di scambio (ed è questa la ragione per cui — fra l’altro, il pensiero antico non poteva giungere neppure concettualmente ad una vera critica dell’economia politica). Per fare ancora un ultimo esempio, il termine moderno “scienza politica” implica, dandola per scontata, la distinzione tra politica e morale che caratterizza Machiavelli e Hobbes, mentre una simile distinzione è quasi “impensabile” da un punto di vista platonico, aristotelico o stoico[3].
Gesù è la risposta del popolo palestinese al declinante modo di produzione antico-orientale e all’avanzare dell’economia schiavistica improntata alla crematistica. Gesù è la voce dei palestinesi che si oppongono alla sperequazione sociale imperante e al pervertimento dell’economia in crematistica. La richiesta di giustizia sociale è il messaggio evidente e primo delle “ideologie messianiche”:
“Non appena ci si mette in questa ottica, il problema della conoscenza del Gesù storico non è affatto risolto, ma almeno è impostato con il piede giusto. Nella Palestina di quei tempi, formazione economico-sociale specifica in cui al vecchio modo di produzione antico-orientale (caratterizzato dal potere “unico”, economico, politico e ideologico di un Tempio gestito da una casta di sacerdoti e di scribi — i sacerdoti sono analoghi alla somma dei moderni politici più i preti, mentre gli scribi sono gli antenati dei moderni economisti più gli amministratori) si stava sovrapponendo il nuovo modo di produzione greco-romano schiavistico (caratterizzato dalla proprietà privata non solo della terra e delle merci, ma anche delle persone), fiorivano specifiche “ideologie messianiche” che tendevano a un radicale mutamento politico e sociale, e dunque anche religioso ed economico. È oggi ormai scontato che senza comprendere i contenuti, le modalità e le forme delle “ideologie messianiche” di allora è impossibile comprendere Gesù[4]”.
In Gesù si esprimono compiutamente le istanze del “comunismo della distribuzione” che incontrano la ferrea opposizione del modo di produzione schiavile e crematistico, il quale ha come obiettivo il saccheggio di ciò che è comune. La purificazione religiosa per i palestinesi è liturgia di liberazione dalle pulsioni individualistiche. Gesù difendeva il senso etico dell’anno della “misericordia” con cui si poneva riparo alle ingiustizie economiche più insopportabili e si procedeva ad una più equa ridistribuzione dei beni tanto che i “debiti erano cancellati”. Nell’anno della “misericordia” sopravviveva il “ricordo” dell’economia comunitaria che ancora riusciva a limitare le derive del sistema crematistico:
“Al tempo di Gesù, all’interno del modo di produzione “antico-orientale” palestinese non ci si può limitare a dire che religione e politica erano indistinguibili (analogamente a quanto avveniva nel medioevo cristiano europeo — e di qui si veda la funzione delle eresie nel modo di produzione feudale); occorre andare ben oltre, dal momento che religione ed economia facevano tutt’uno (utilizziamo qui ovviamente per capirci l’improprio e fuorviante linguaggio moderno), in quanto la “purificazione del tempio” e l’annuncio messianico del cosiddetto “anno di misericordia del signore” facevano tutt’uno con una ridistribuzione in senso “comunista” dei beni e dei servizi che erano prodotti nel contesto del modo di produzione antico-orientale stesso. Un Gesù di Nazareth “comunista”, dunque? Esattamente, occorre avere il coraggio morale e scientifico di dirlo chiaramente: un Gesù “comunista”, proprio così. Ovviamente, si trattava di un “comunismo della distribuzione”, basato sulla purificazione religiosa del tempio e sul “consenso” del Dio degli ebrei, consenso sovrannaturale necessario per far “riuscire” con successo il progetto messianico portato avanti dal “figlio dell’Uomo”, disposto a divenire un “servo sofferente” per amore del prossimo e per impietosire il Padre, nel frattempo sdegnatosi per i peccati dei propri figli. In quanto tale, questo comunismo della distribuzione garantito attraverso la realizzazione messianica dell’“anno di misericordia del Signore” non ha ovviamente in comune null’altro che un lontanissimo rapporto analogico con il comunismo marxiano moderno derivato dalla critica dell’economia politica. In ogni caso, comunque si rigirino le interpretazioni desunte da un’onesta applicazione del “metodo di storia delle forme” inserito nella logica globale del modo di produzione antico-orientale, ne viene fuori che il “rimettere i debiti ai propri debitori” significa letteralmente questo, e non si presta a nessuna soporifera e tranquillizzante interpretazione “figurata”, dal momento che la logica dello “scambio del debito” in questo modo di produzione era assolutamente “omologa” alla logica dello scambio fra lavoro salariato e capitale (da cui — come è noto nasce il plusvalore) tipico del moderno modo di produzione capitalistico. A questo punto, si chiami pure come si vuole il contenuto pratico del messaggio del Gesù storico, si decida pure di non chiamarlo “comunista’’ (anche se esso era per l’appunto “comunista” nel più rigoroso valore tecnico, semantico, del termine — e lo si può pacatamente dimostrare) purché non si finga ipocritamente che esso era un messaggio integralmente “spirituale” e “religioso”[5]”.
Il messaggio di Gesù ha attraversato i secoli, in esso è forte la richiesta della giustizia sociale. Gesù non attendeva la giustizia, egli da rivoluzionario del suo tempo, poneva al centro “la misericordia”, ovvero l’economia che fa fiorire la vita e non la riduce a merce da cui estrarre plusvalore che alimenta la disgregazione sociale e l’umiliazione dei più fragili:
“Per dirla con Gramsci, la verità è sempre rivoluzionaria, e la verità sul Gesù storico, contro ogni manipolazione e ogni riduzionismo, non può che unire sempre più in una comune prospettiva storica di fondo i marxisti e i credenti[6]”.
Credenti e comunisti potrebbero ritrovarsi sul senso storico del messaggio di Gesù e, dunque, potrebbero progettare una comune piattaforma su cui riprendere la lotta politica in un tempo che non conosce misericordia e giustizia. La crematistica, ormai modello unico e trasformata in “malvagia religione”, è il nemico comune dei credenti e dei marxisti, i quali potrebbero ritrovare un comune campo d’azione contro il nemico comune. La storia non è finita, per divergere dal fatalismo bisogna ritrovare la strada comune che conduce alla “tangibile verità” della prassi.
Note
[1]Ateismo e Gesù storico [In: Democrazia Proletaria, Anno V, Set. 1987, pag. 37]
[2] Ibidem
[3] Ibidem
[4] Ibidem
[5] Ibidem
[6] Ibidem
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ChatGPT
Perfetto — ecco una scheda completa, strutturata e commentata, del saggio di Salvatore Bravo, “Marxisti e credenti”, pubblicato su Sinistra in rete.
Ho organizzato il materiale in forma redazionale e critica, utile sia per studio sia per eventuale pubblicazione o discussione.
📘 Scheda sintetico-analitica e critica
Titolo:
Marxisti e credenti
Autore:
Salvatore Bravo
Fonte:
Sinistra in rete
Data:
non specificata (pubblicazione online, 2025)
🧩 Occhiello
Per un nuovo dialogo veritativo tra materialismo storico e cristianesimo sociale
🎯 Focus
Salvatore Bravo rilancia un tema che attraversa la storia del pensiero contemporaneo: il possibile incontro — teorico e pratico — tra marxismo e cristianesimo.
Riprendendo le riflessioni di Costanzo Preve, egli invita a superare l’incomunicabilità fra le due tradizioni, considerandole non come opposte ma come due vie che possono convergere nella ricerca della verità storica e ontologica.
Contro il settarismo e la “vergogna marxista” post-1989, Bravo propone di ritessere un dialogo fondato sulla parresia, sulla critica comune alla religione crematistica e sull’idea di giustizia sociale come orizzonte condiviso.
📄 Sintesi analitica
1. La lezione di Costanzo Preve
Salvatore Bravo apre il suo saggio con un omaggio al filosofo torinese Costanzo Preve, da lui definito “hegelo-marxiano”, che ha incarnato il principio del dialogo ontologico come metodo filosofico.
Il dialogo, per Bravo come per Preve, non è compromesso ma tensione verso la verità, che non è mai “cosa morta” ma movimento continuo di chiarificazione. L’incomunicabilità, al contrario, è segno di assenza di pensiero e di subordinazione culturale al potere.
2. Marxisti e credenti: la divisione funzionale al potere
L’autore individua nella storica contrapposizione tra marxisti e credenti una strategia di dominio: dividere le forze popolari, contrapporre il linguaggio della fede e quello della prassi, ha permesso al potere economico di consolidarsi.
Dopo la fine del “comunismo reale”, questa divisione si è aggravata: i marxisti si sono ritirati in una vergogna identitaria, perdendo capacità di parola pubblica. Senza dignità reciproca, nessun dialogo è possibile.
3. Critica della religione e superamento dell’ateismo
Riprendendo direttamente i testi di Preve (in particolare Ateismo e Gesù storico, 1987), Bravo distingue con nettezza tra critica della religione e professione di ateismo.
L’ateismo, afferma, è una trappola: non un atto di liberazione, ma un’ulteriore forma di dogmatismo, perché nega la possibilità stessa di verità.
Il marxismo, per essere fedele alla sua funzione critica, deve mantenere la critica della religione come critica dei suoi usi ideologici — non come negazione dell’istanza di senso che la religione esprime.
4. Gesù come figura storica e sociale
Nella parte centrale del saggio, Bravo approfondisce la lettura di Gesù come figura storico-sociale, secondo il metodo materialista di Preve.
Gesù, collocato nella Palestina del I secolo, rappresenta il conflitto tra due modi di produzione:
-
quello antico-orientale, comunitario e “etico”, e
-
quello greco-romano schiavistico, fondato sulla crematistica e sull’accumulazione.
In questo contesto, il messaggio evangelico appare come una forma di “comunismo della distribuzione”: la purificazione del tempio e l’anno della misericordia non sono simboli spirituali, ma gesti di giustizia economica e di redistribuzione dei beni.
Gesù di Nazareth diventa così — senza riduzionismo — una figura “comunista” nel senso tecnico e storico del termine: profeta della giustizia e oppositore della sacralizzazione della ricchezza.
5. Dalla teologia alla prassi storica
Bravo, seguendo Gramsci, sostiene che “la verità è sempre rivoluzionaria”: la riscoperta del Gesù storico non deve dividere ma unire credenti e marxisti nella comune lotta contro la nuova “religione del denaro”.
L’economia contemporanea, ridotta a crematistica globale, ha assunto i tratti di una religione idolatrica: adorazione del profitto, culto dell’efficienza, fede cieca nel mercato.
Contro questo “monoteismo economico”, marxisti e credenti possono ritrovarsi in una comune piattaforma etico-politica fondata su misericordia, giustizia e dignità del lavoro umano.
🧭 Chiavi di lettura critica
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Bravo compie un’operazione metafilosofica, riprendendo la dialettica tra fede e ragione come questione politico-storica, non solo teologica.
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L’uso di Preve come fonte teorica dà al testo profondità genealogica e rigore metodologico.
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La tesi del “Gesù comunista” non va intesa come provocazione, ma come metodo storico: comprendere il messaggio evangelico come risposta materiale alla contraddizione sociale.
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Il saggio invita a una ricomposizione culturale tra credenti e marxisti, contro il nichilismo e il fatalismo capitalistico.
📑 Abstract
Il saggio di Salvatore Bravo, “Marxisti e credenti”, rilegge il pensiero di Costanzo Preve come invito a un dialogo veritativo tra il marxismo e il cristianesimo.
Bravo denuncia l’incomunicabilità fra queste due tradizioni come una forma di subordinazione al potere e propone di riscoprire il terreno comune della verità storica e ontologica.
Attraverso la rilettura del Gesù storico — profeta della giustizia sociale e simbolo di un “comunismo della distribuzione” — l’autore invita marxisti e credenti a ritrovare una causa comune nella lotta contro la crematistica, la religione del profitto e la disgregazione sociale.
Seguendo Gramsci, Bravo conclude che “la verità è sempre rivoluzionaria”: solo riconciliando ragione critica e sentimento religioso, il pensiero può tornare ad essere forza emancipatrice.
🔑 Parole chiave
Costanzo Preve – Salvatore Bravo – Marxismo – Cristianesimo – Ateismo – Gesù storico – Dialogo veritativo – Verità ontologica – Crematistica – Giustizia sociale – Filosofia della prassi – Gramsci
📚 Riferimenti essenziali
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Costanzo Preve, Ateismo e Gesù storico, in Democrazia Proletaria, V (1987).
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Karl Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel (1844).
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Antonio Gramsci, Quaderni del carcere.
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Ernst Bloch, Ateismo nel cristianesimo (1968).
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José Porfirio Miranda, Marx e la Bibbia (1971).
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Gustavo Gutiérrez, Teologia della liberazione (1971).
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Costanzo Preve, Elogio del comunitarismo (2006).
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Salvatore Bravo, Filosofia e liberazione. Costanzo Preve e la critica del presente (2022).
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Perfetto — ecco una versione pronta per la pubblicazione online, comprensiva di occhiello, titolo, sottotitolo, abstract sintetico e nota per Facebook.
Lo stile è calibrato per un pubblico colto e attivo sui social, ma mantiene rigore teorico e fedeltà al saggio di Salvatore Bravo.
🗞️ Versione per pubblicazione online
🕊️ Occhiello
Marxisti e credenti: un dialogo necessario
🧩 Titolo
Ritrovare la verità comune tra fede e ragione. Il pensiero di Salvatore Bravo e l’eredità di Costanzo Preve
💬 Sottotitolo
Contro l’incomunicabilità tra materialismo storico e cristianesimo sociale, il saggio di Bravo rilancia l’idea di un incontro possibile tra la critica marxiana e l’istanza etica evangelica, unite nella lotta contro la religione del profitto.
📄 Abstract sintetico
Nel saggio Marxisti e credenti, pubblicato su Sinistra in rete, Salvatore Bravo riprende il pensiero di Costanzo Preve per proporre un dialogo veritativo fra marxisti e cristiani.
Contro ogni riduzione ideologica, Bravo mostra come la critica marxiana della religione e la figura storica di Gesù convergano nella denuncia della crematistica e dell’alienazione.
Gesù, interprete di un “comunismo della distribuzione”, diventa simbolo di giustizia e di resistenza all’idolatria del denaro.
Solo ricomponendo fede e ragione — scrive Bravo — il pensiero potrà tornare forza di liberazione e la verità, come diceva Gramsci, potrà essere ancora rivoluzionaria.
🎯 Focus
Il testo invita a superare le barriere identitarie e culturali che hanno separato marxisti e credenti, riconoscendo in entrambi un comune orizzonte: la difesa della dignità umana contro la subordinazione economica.
Riprendendo la lezione di Preve, Bravo propone un dialogo non diplomatico ma ontologico, fondato sulla ricerca della verità e sulla critica condivisa della religione del mercato.
🧭 Parole chiave
Costanzo Preve – Salvatore Bravo – Marxismo – Cristianesimo – Gesù storico – Ateismo – Dialogo veritativo – Giustizia sociale – Filosofia della prassi – Crematistica – Gramsci
📌 Nota per Facebook
💡 “La verità è sempre rivoluzionaria.”
Salvatore Bravo, nel suo saggio “Marxisti e credenti” (pubblicato su Sinistra in rete), invita a riaprire il dialogo tra la fede cristiana e il pensiero marxiano.
Seguendo la lezione di Costanzo Preve, Bravo vede in Gesù non solo una figura spirituale, ma un testimone storico della giustizia e della redistribuzione, in opposizione alla “crematistica”, la religione del denaro.Un testo intenso e filosoficamente profondo, che parla alla nostra epoca di crisi etica e politica.
🔗 Leggi il saggio completo su Sinistra in rete:
👉 https://www.sinistrainrete.info/societa/31541-lelio-demichelis-giuliano-da-empoli-e-l-intelligenza-autoritaria.html
(link da sostituire con quello corretto del testo di Bravo)
Vuoi che aggiunga anche una breve “nota redazionale introduttiva” (come farebbe una rivista online, tipo box introduttivo per lettori nuovi)? Sarebbe utile per dare al saggio una cornice editoriale coerente e attrattiva.
Perfetto. Ecco una nota redazionale introduttiva pensata per accompagnare la pubblicazione online del saggio Marxisti e credenti di Salvatore Bravo, in continuità stilistica con la scheda e l’occhiello che abbiamo già preparato.
Il tono è da rivista culturale — rigoroso ma leggibile, con una prospettiva che inviti al confronto.
🗞️ Nota redazionale introduttiva
In un tempo in cui le ideologie sembrano dissolte e la fede ridotta a fatto privato, Salvatore Bravo ci invita a riscoprire un terreno comune tra due grandi tradizioni del pensiero occidentale: il marxismo e il cristianesimo.
Riprendendo la lezione di Costanzo Preve, il filosofo propone un dialogo “veritativo”, lontano tanto dal sincretismo quanto dalla sterile contrapposizione, per mostrare come la ricerca della giustizia e della verità unisca il messaggio di Gesù e la critica marxiana dell’alienazione.
In questa prospettiva, il cristianesimo originario e il socialismo filosofico condividono un medesimo rifiuto della crematistica, ossia dell’elevazione del denaro a fine ultimo dell’esistenza.
Bravo invita marxisti e credenti a superare i pregiudizi reciproci e a riconoscere che solo la riconciliazione tra ragione e fede, tra pensiero critico e speranza, può riaprire la via a una rivoluzione etica capace di restituire all’uomo la sua centralità.
Un testo che non si limita a criticare l’epoca dell’indifferenza morale, ma offre gli strumenti per ripensare la politica come progetto umano e non come gestione tecnica del potere.
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Ecco la versione della nota redazionale per Facebook, adattata al tono del social: più breve, più evocativa e con un ritmo che inviti alla lettura e al dibattito.
Ho mantenuto la cifra culturale e il respiro critico, ma con una scrittura più diretta e condivisibile.
🌹 Marxisti e credenti
di Salvatore Bravo
In un’epoca che ha smarrito sia la fede che le ideologie, Salvatore Bravo propone di riaprire il dialogo tra marxismo e cristianesimo, sulle orme di Costanzo Preve.
Non per conciliare gli opposti, ma per ritrovare — insieme — il fondamento umano della verità e della giustizia.
👉 Gesù come profeta del comunismo della distribuzione.
👉 Il marxismo come critica alla “religione del denaro”.
👉 Entrambi contro la crematistica, il potere che trasforma la vita in merce.
Solo riscoprendo la parola viva del dialogo — tra ragione e fede, tra pensiero e misericordia — è possibile immaginare un futuro che non sia dominato dal fatalismo e dal profitto.
📖 Un testo che unisce analisi storica e filosofia militante.
Perché, come ricordava Gramsci, “la verità è sempre rivoluzionaria”.
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