Appena esaurita l’illusione, si rientrerà nella Storia di Fabrizio Russo
Fabrizio Russo: Appena esaurita l’illusione, si rientrerà nella Storia
Appena esaurita l’illusione, si rientrerà nella Storia
di Fabrizio Russo
Riguardo alla mia visione dello scenario macroeconomico e finanziario, credo di essere stato abbastanza chiaro nei miei precedenti articoli (ed interventi): col passare del tempo, mi aspetto che la dinamica dei prezzi nominali di tutti i beni e di tutti i servizi aumenti, via via che governi e banche centrali, dopo azioni di disturbo e di annebbiamento (leggi “pura e vuota comunicazione”), finalmente daranno forfait e capitoleranno.
Che il processo debba essere questo mi pare oltremodo ovvio: per le autorità, l’unica via di fuga dal disastro irresponsabile – in slow motion sotto i nostri nasi – del crescente, e sempre meno gestibile, accumulo di debito che esse hanno favorito, dove non “consapevolmente” creato, è quella di brutalizzare silenziosamente (a dire il vero, negli ultimi tempi non così “silenziosamente”) le classi medie e basse, usando la mannaia dell’inflazione. Non è elegante, non è morale, ma è storicamente un sistema “affidabile” per “salvare la pelle”, visto che libera politici e banchieri dall’assunzione di una vera ed autentica responsabilità: quindi, ovviamente, è la scelta più comoda e facile (quasi obbligata) da compiere.
Detto ciò, nell’ultimo biennio ho anche, in parallelo, sostenuto (a più riprese) che, una volta che il consumatore e l’economia nel suo complesso – leggi le economie occidentali, specie gli USA – avranno alla fine esaurito le loro forze (e il fiato), non potendo più essere spremuti ulteriormente, assisteremo a un vigoroso evento di deleveraging. Una mossa rapida e violenta verso il basso dei mercati: un bel colpo di spugna che permetterà di annullare anni di denaro facile, speculazioni senza rischi e il finanziamento “ridicolo” e sconsiderato di iniziative e attività che, col senno di poi, sembreranno indistinguibili dal “vuoto assoluto” per la loro inconsistenza (pensate a: Fartcoin, Dogecoin, la “società di tesoreria” Ethereum, SPAC che bruciano contanti come fosse legname imbevuto di benzina, o qualsiasi altro asset la cui utilità principale è generare “meme”). L’ondata di superbia ed euforia che ha pervaso l’ultimo decennio/quindicennio verrà così spazzata via e finalmente soffocata. Un evento che, per essere chiari, “risulterebbe in ritardo” di diversi anni.
Poiché però cerco di non vivere permanentemente nella mia “camera dell’eco” – per quanto lussuosa e geniale possa sembrare – oggi mi sono ritrovato a pensare al caso del “e se mi sbagliassi?”. Tutti conoscono il caso bull a lungo termine, ma io sto ora parlando del caso bull a breve termine. È possibile evitare il brusco deleveraging qui e finire davvero quest’anno, e forse anche il prossimo, molto più in alto? Certo! L’intera domanda si riduce a quanto velocemente arrivi la successiva ondata di deleveraging forzato e quanto essa durerebbe realmente.
La parte di buon senso di me dice: per liberare la bolla cripto, la bolla dell’IA, le valutazioni “marziane” e l’ottimismo delirante innato ed “innestato” sui mercati, ci servirebbero almeno sei-dodici mesi di miseria. È realisticamente il tempo necessario perché bolle di questa dimensione – sia nei prezzi degli asset che nella psicologia degli investitori – si sgonfino. Inoltre, la politica monetaria funziona con un ritardo: anche i salvataggi più rapidi impiegano mesi prima di comparire nei dati economici reali.
Ecco però il difetto di questa logica: il “mio stupido e stupido me” sta ancora fingendo che l’economia e i dati economici rappresentino anche solo una singola molecola rilevante per le decisioni dei governi o, meglio, dei “veri” decisori di politica economica (che spesso stanno “dietro” ai governi, ben nascosti). Se sbaglio in qualche modo i miei ragionamenti, il punto è probabilmente proprio questo: la Fed può salvare qualsiasi cosa – mercati di credito, immobili, azioni, il fallito progetto NFT di un lontano cugino – praticamente da un giorno all’altro. Visto che per loro “creare liquidità” significa letteralmente aggiungere qualche zero a un foglio di calcolo, la Fed potrebbe mandare il Dow a 100.000 domani, se ne avesse voglia. Quindi forse sono io quello ingenuo a presumere che i tempi di reazione debbano essere misurati in mesi invece che in ore.
Il Round Lamping: fai cose stupide, solo più velocemente.
Di certo il mercato azionario non risponde più ai dati macroeconomici in modo tale da poter almeno assomigliare alla realtà economica. Quindi, se oggi si comporta come un adolescente riottoso, perché lo stesso mercato dovrebbe improvvisamente trasformarsi in un adulto disciplinato e guidato dai dati, dopo che la Fed gli ha fornito un muro di liquidità grande quanto la diga cinese delle “Tre Gole”? Il mercato aspetterà pazientemente che i sondaggi ISM o i rapporti di produzione scendano al fondo? Cavolo no! Non aspetta più nulla: perché dovrebbe iniziare ad aspettare una volta che sono arrivati 20 trilioni di dollari di “new liquidity” e si “riaccende il fuoco” sotto a tutto?
Altri elementi a favore di quest’ultima tesi: una mattina leggo il titolo di giornale che parla di Michael Dell che investe 6 miliardi di dollari per costruire conti di investimento per bambini, 250 dollari a testa. Bill Ackman interviene poi con approvazione, dicendo che “l’interesse composto può salvarci tutti”. A questo punto quanto accade mi colpisce di nuovo e con maggior forza: ci siamo arresi, completamente e senza scuse, alla religione dell’interesse composto e all’offerta passiva! La convinzione che i mercati debbano sempre salire non è solo un articolo di fede: è una necessità strutturale. La Fed, l’economia e il mercato azionario sono ora fusi in un unico gigantesco “sistema Ponzi” a prezzo nominale che estrae forza vitale dalle classi basse e medie… come? Ricordate l’inflazione di inizio articolo? Il sistema rivela la sua vera natura solo quando la Fed inclina troppo la bilancia in entrambe le direzioni. Finora, questa strategia non è stata così grave da scatenare veri disordini civili…… ma, alla fine, potrebbe succedere. Allora, a quel punto, si vedrà il da farsi.
Quindi lasciatemi intanto essere il mio stesso più grande critico: anche se credo ancora che stia arrivando un forte deleveraging entro 12/18 mesi, c’è una reale possibilità che mi sbagli. Elaborare questi scenari mi ricorda qualcos’altro: ogni volta che avremo il forte calo che mi aspetto, il fondo verrà raggiunto quasi certamente prima di quanto si possa pensare. È stato così nel crollo COVID: il mio tempismo è stato migliore del previsto, ma anche allora il fondo è arrivato in fretta. Il prossimo grande crollo probabilmente non aspetterà una catarsi drammatica, nello stile “tutto brucia” del 2008, prima di invertire. Non sono nemmeno convinto che torneremo alle vecchie norme di valutazione: aspettarsi che i P/E tornino a 8x o 10x come nelle epoche passate potrebbe essere un’impresa inutile. La struttura del mercato è mutata.
Da Greenspan in poi, il rubinetto della liquidità è stato praticamente lasciato aperto, e confrontare il mercato odierno con quello degli anni ’80 è come paragonare tartarughe di mare reali con tartarughe ninja. Il mercato attuale non è un forum professionale e misurato per uomini in giacca e cravatta dove si negoziano accordi conservativi e si cerca di scoprire i veri prezzi. Quel mercato, che esisteva negli anni ’80, ma poi è stato sopra-saturo di melma radioattiva per 40 anni, è “rinato” in un concerto post-apocalittico di Rammstein eseguito dal vivo dal fondoschiena di Satana. Vale a dire: pensare che questo mercato sia lo stesso di sempre – e che agirà di conseguenza – potrebbe essere un enorme errore.
Perché aspetti così tecnici che riguardano i (“volgari”) mercati sono rilevanti anche ai più ampi fini storico-politici?
Perché per capire il tuo avversario devi capire la lingua che parla e le modalità attraverso cui si esprime. La crisi finanziaria globale del 2008 è stata la conseguenza della finanziarizzazione, ovvero della creazione di una ricchezza finanziaria fittizia enorme, e dell’egemonia di un’ideologia reazionaria, il neoliberismo, basata su mercati autoregolati ed efficienti. Richiamando un po’ di storia, sebbene il capitalismo laissez-faire sia intrinsecamente instabile, le lezioni del crollo delle borse del 1929 e della Grande Depressione degli anni ’30 furono trasformate in teorie e istituzioni che portarono ai “30 gloriosi anni del capitalismo” del dopoguerra. Dopo la fine degli anni ’70, però, una coalizione di rentiers e “finanzieri” raggiunse l’egemonia, promosse deliberatamente la deregolamentazione e creò innovazioni finanziarie che resero questi mercati ancora più rischiosi. Questi furono gli “anni neoliberisti del capitalismo”. In questo processo, la teoria economica neoclassica ha svolto il ruolo di meta-ideologia nel legittimare, matematicamente e “scientificamente”, l’ideologia neoliberista e la deregolamentazione.
Da questa crisi è emerso un nuovo sistema capitalista (pseudo-)democratico e, in prima battuta, si potrebbe essere tentati di sostenere che, anche se il suo carattere è difficile da prevedere, non sarà in futuro così finanziarizzato, perché le tendenze prevalenti nei 30 gloriosi anni succitati sono oggi state orientate verso un capitalismo globale e basato sulla conoscenza. Si potrebbe quindi ipotizzare anche che, in questo contesto, prevarrà la tendenza a perfezionare la (pseudo-)democrazia, rendendola più sociale e partecipativa. Alla prova dei fatti, una simile ipotesi appare oggi, purtroppo, poco sostenibile e assume la veste di un diversivo rivolto alle masse: uno specchietto per le allodole per tenere fermo il pollo mentre lo si spenna. Il profilo che ha assunto oggi il settore hi-tech e le companies che si occupano di intelligenza artificiale spingerebbe infatti a dedurre in modo contrario e simmetrico rispetto all’ipotesi “benevola”.
Vediamo con ordine alcuni elementi cruciali di una simile deduzione. In primis, nonostante versioni ed interpretazioni contrarie che però mostrano in diversi punti il fianco, l’IA si trova in una bolla autofinanziata in cui i principali attori alimentano surrettiziamente la propria crescita, puntando al dominio. Nvidia, Oracle, Microsoft e CoreWeave non sono solo partner, ma una rete chiusa di investimenti, calcolo e integrazione che si rafforza autonomamente.

Ogni dollaro speso, ogni chip messo in linea e ogni affare concluso vede coinvolti sempre più gli stessi grandi nomi. Gli accordi cloud di OpenAI, i contratti di fornitura di chip e le iniziative infrastrutturali si muovono tutti all’interno di questo ciclo. AMD offre opzioni di implementazione, Oracle investe nel cloud, Microsoft rimane un grande investitore e Nvidia alimenta tutto con hardware. Il risultato è un circuito di feedback in cui la crescita di un’azienda rafforza le altre, rendendole sempre più difficili da sfidare (nel loro complesso).

Pensate che sia un caso che molti soggetti del settore abbiano adottato o facciano riferimento al simbolo dell’infinito? Ci prendono anche in giro mentre attivano questo ciclo di “autofinanziamento” infinito che si sostiene grazie alla nostra inconsapevole complicità, via mercati azionari! Non si tratta più di competizione, ma di consolidamento del potere delle infrastrutture di IA.

Questa però è solo la base di un sistema assai più ampio che coinvolge il sistema finanziario e, in ultima analisi, l’Amministrazione Trump, ovviamente senza fare troppo clamore intorno a questi legami, viziosi ed incestuosi. C’è da specificare però che, mentre tutto in superficie sembra una bolla di IA – e lo è “finanziariamente”, con prezzi, hype e capacità che si alimentano a vicenda – il punto (e la chiave di tutto) è che la tecnologia non è la bolla: l’infrastruttura è reale e gli effetti cumulativi sono già in atto.
Io ritengo che il cuore pulsante più profondo dell’Amministrazione USA pensi che un qualsiasi fenomeno finanziario non ucciderà certo l’IA, il cui fine ultimo è ben più ampio e riguarda il dominio strategico e tattico che confluirà, nelle ultime fasi del processo e con una certa probabilità, sotto il suo ombrello. Dietro tutto questo clamore, sta infatti succedendo qualcosa di molto più profondo. L’infrastruttura del XXI secolo si sta costruendo: silicio, potenza, calcolo e data center. Nuovi modelli, sistemi aperti, piattaforme agenti: è una nuova generazione che impara a costruire con l’IA, non contro di essa. Questo è il vero processo circolare: il capitale diventa capacità, e la capacità riorganizza la civiltà. Vengono costruite le fondamenta – infrastrutture reali e capacità duratura – che definiranno il prossimo decennio/ventennio. Pensate che le agenzie dell’Amministrazione non lo sappiano? E pensate che il soggetto pubblico (meglio, chi occupa le poltrone di quel soggetto) non cercherà di “mettere le mani sul malloppo”?
Mentre le big companies dell’hi-tech e dell’IA fanno il lavoro sporco, secondo me l’Amministrazione ha già pensato a come mettere le mani sugli asset strategici: in modo non cooperativo, se non funziona quello cooperativo! I primi passi sono già stati compiuti – ricordate le cene trumpiane con gli invitati illustri? I tycoon dell’hi-tech però non sono stupidi e probabilmente stanno per ora al gioco, in attesa di fare una mossa del cavallo. Sarà interessante – e forse divertente – vedere chi alla fine la spunterà… anche se è assodato che saranno le classi medie e basse, oltre che probabilmente ampie fette di quelle alto-borghesi non statunitensi, a “portare la soma”… a meno che… suspense!
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ChatGPT
Ecco una scheda completa, strutturata per rivista di analisi politico-economica, con taglio critico e raccordo esplicito tra finanza, Stato, tecnica e scenario storico. Ho mantenuto il tono dell’autore, ma l’ho ricondotto a una forma analitica e argomentata.
Scheda critica
Titolo
Appena esaurita l’illusione, si rientrerà nella Storia
Autore
Fabrizio Russo
Ambito
Macroeconomia – Finanza globale – Politica monetaria – Geopolitica della tecnologia – Critica del neoliberismo
Tesi centrale
L’articolo sostiene che il capitalismo finanziarizzato contemporaneo si regge su un’illusione strutturale: la possibilità di rinviare indefinitamente il regolamento dei conti storici attraverso inflazione, liquidità illimitata e salvataggi monetari.
Quando questa illusione verrà meno – per esaurimento sociale e politico, non per “leggi economiche” – il sistema rientrerà violentemente nella Storia, sotto forma di deleveraging forzato, ristrutturazione del capitale e possibile conflitto sociale.
Argomentazione principale
1. Inflazione come strumento politico di classe
Russo interpreta l’inflazione non come accidente tecnico, ma come scelta storicamente ricorrente delle classi dirigenti per ridurre il peso del debito senza assumersi responsabilità politiche esplicite.
L’inflazione agisce come imposta regressiva silenziosa, colpendo classi medie e basse, preservando rendite e asset finanziari.
Non è morale né elegante, ma è “affidabile”: per questo viene sempre scelta.
2. L’illusione del deleveraging “razionale”
L’autore prevede da tempo un evento di deleveraging violento (crollo degli asset, distruzione di capitale fittizio), ma introduce un dubbio decisivo:
forse la logica economica non conta più nulla.
La Fed e le autorità monetarie possiedono oggi la capacità tecnica di:
sospendere i segnali di crisi,
neutralizzare i dati macro,
sostenere artificialmente qualsiasi mercato.
Il tempo storico viene così compresso: le crisi non maturano più in anni, ma possono essere rinviate o anticipate arbitrariamente.
3. La fine del mercato come meccanismo di verità
Uno dei passaggi più forti dell’articolo è la constatazione che i mercati non funzionano più come dispositivi di scoperta dei prezzi, ma come strumenti di narrazione e consenso.
Il mercato non “attende” i dati.
Non reagisce più alla realtà economica.
È un ambiente drogato di liquidità, aspettative e fede.
L’ideologia dell’interesse composto e dell’offerta passiva diventa religione civile:
i mercati devono salire, perché il sistema sociale ne dipende.
4. Sistema Ponzi nominale e stabilità sociale
Russo descrive l’attuale assetto come un gigantesco sistema Ponzi a prezzo nominale, tenuto in piedi da:
espansione monetaria,
finanziarizzazione totale,
estrazione di valore dalle classi non proprietarie.
Finché l’inflazione rimane sotto la soglia del conflitto sociale, il sistema regge.
Quando questa soglia verrà superata, emergerà la vera natura politica del meccanismo.
Dal 2008 all’IA: continuità, non rottura
L’articolo rifiuta la narrazione secondo cui:
“dopo il 2008 il capitalismo sarebbe diventato meno finanziarizzato e più produttivo”.
Al contrario:
la finanziarizzazione non è stata ridotta, ma traslata;
l’IA rappresenta una nuova bolla autofinanziata, ma con una differenza decisiva:
l’infrastruttura è reale.
Il complesso IA-finanza-Stato
Russo individua un circuito chiuso tra:
big tech (Nvidia, Microsoft, Oracle, AMD),
cloud, chip, data center,
capitale finanziario,
apparato statale statunitense.
Questo circuito:
non mira solo al profitto,
ma alla costruzione dell’infrastruttura strategica del XXI secolo.
La bolla è finanziaria; la tecnologia no.
Il capitale si trasforma in capacità sistemica.
Politica, dominio e conflitto latente
L’autore suggerisce che:
l’Amministrazione USA è perfettamente consapevole del valore strategico dell’IA;
il soggetto pubblico cercherà di appropriarsi degli asset critici, cooperativamente o coercitivamente;
i grandi attori privati accettano temporaneamente il gioco, in attesa dello scontro.
Il conflitto non è tra mercato e Stato, ma dentro il blocco di potere dominante.
Valutazione critica
Punti di forza
Lucida demolizione della neutralità della politica monetaria.
Chiarezza nel collegare finanza, tecnologia e potere statale.
Capacità di leggere l’IA non come “settore”, ma come infrastruttura di civiltà.
Linguaggio efficace, che rende visibile l’assurdità sistemica del presente.
Limiti
Assenza di una vera analisi extra-statunitense (Europa, Cina).
Il conflitto sociale è evocato più che analizzato nelle sue forme concrete.
Resta aperta la questione: chi potrebbe interrompere il ciclo?
Rilevanza storico-politica
L’articolo è rilevante perché mostra che:
il capitalismo contemporaneo non è in crisi per eccesso di finanza,
ma per successo estremo della sua logica di controllo nominale.
La “fine dell’illusione” non coinciderà necessariamente con un crollo catartico, ma con:
un ritorno della Storia come conflitto,
una ridefinizione forzata dei rapporti tra Stato, capitale e società.
Chiave di lettura conclusiva
Non siamo in una fase di transizione ordinata, ma in una sospensione artificiale della Storia.
Quando la sospensione finirà, il rientro non sarà morbido.
Scheda pienamente integrabile in un dossier su:
crisi del neoliberismo,
capitalismo finanziario,
Stato tecnologico,
egemonia USA nel XXI secolo.
Se vuoi, prossimo passo possibile:
scheda comparativa Russo / Arlacchi / Demichelis
oppure innesto teorico esplicito (Marx – Polanyi – Triffin – Negri/Hardt)
oppure focus Europa ed euro come area senza sovranità monetaria reale.
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Perfetto. Ti propongo un focus autonomo, pensato come scheda critica / sezione di dossier, che puoi agganciare direttamente alla scheda su Russo oppure usare come box teorico-politico su Europa ed euro. Il taglio è coerente con il pubblico militante / generalista colto.
Focus
Europa ed euro: un’area monetaria senza sovranità
1. L’euro come moneta senza Stato
L’Unione economica e monetaria europea nasce da una scelta storica radicale: separare la moneta dalla sovranità politica.
A differenza di dollaro, yuan o yen, l’euro non è espressione di:
uno Stato,
un bilancio federale,
una strategia industriale,
un potere fiscale unitario.
È una moneta senza Stato, affidata a una banca centrale formalmente indipendente e sostanzialmente priva di un mandato politico pieno.
Questa architettura non è un errore tecnico, ma una scelta ideologica: neutralizzare il conflitto redistributivo attraverso regole automatiche.
2. BCE: potere enorme, sovranità nulla
La BCE dispone di strumenti potentissimi (QE, TLTRO, OMT), ma non esercita sovranità monetaria piena.
Perché?
Non finanzia direttamente gli Stati.
Non coordina politica monetaria e fiscale.
Non risponde a un demos europeo.
Opera entro vincoli giuridici costruiti per evitare la politicizzazione della moneta.
Il risultato è un paradosso:
la BCE può salvare i mercati, ma non può fondare uno Stato.
Durante le crisi (2011–12, 2020), la BCE ha agito contro la propria architettura, sospendendo temporaneamente le regole senza mai superarle strutturalmente.
3. L’euro come dispositivo disciplinare
L’euro funziona storicamente come:
meccanismo di disciplinamento salariale,
vincolo alla spesa pubblica,
strumento di ristrutturazione competitiva tra economie asimmetriche.
In assenza di trasferimenti fiscali, l’aggiustamento avviene tramite:
compressione dei salari,
precarizzazione del lavoro,
austerità permanente.
La moneta unica diventa così un surrogato di politica economica, che sostituisce decisioni democratiche con automatismi.
4. Europa e finanziarizzazione: sovranità per il capitale
L’assenza di sovranità monetaria non significa assenza di potere, ma trasferimento del potere:
dai parlamenti ai mercati,
dalle politiche industriali alle catene del valore,
dallo Stato al capitale finanziario.
L’UE diventa uno spazio ideale per la valorizzazione finanziaria:
stabilità nominale,
bassa inflazione strutturale,
disciplina fiscale,
apertura totale ai flussi di capitale.
In questo senso, l’Europa non è “debole”, ma funzionale a un capitalismo senza Stato.
5. Crisi permanente senza catarsi
A differenza degli USA, l’Europa:
non può inflazionare selettivamente il debito,
non può svalutare,
non può monetizzare politicamente la crisi.
Il risultato è una crisi cronica, senza soluzione catartica:
crescita anemica,
investimento pubblico insufficiente,
declino industriale relativo.
L’illusione europea non è quella della liquidità infinita, ma quella della governance senza politica.
6. Confronto implicito con Russo
Se negli USA (come descritto da Russo):
la Fed può sospendere la realtà,
il mercato è sostenuto a qualsiasi costo,
nell’UE:
la realtà sociale viene lasciata agire come meccanismo punitivo,
il mercato diventa giudice morale.
L’Europa non vive l’euforia del “Round Lamping”, ma una depressione amministrata.
7. Euro e rientro nella Storia
Il rischio europeo non è l’iperinflazione, ma:
disgregazione politica,
crisi di legittimità democratica,
ritorno dei conflitti nazionali.
Quando l’illusione della stabilità tecnica si esaurirà, l’Europa rientrerà nella Storia non come soggetto, ma come campo di scontro tra:
potenze esterne,
capitali globali,
fratture interne.
8. Tesi conclusiva
L’euro non ha eliminato la sovranità: l’ha svuotata e redistribuita.
Senza Stato, la moneta diventa disciplina; senza politica, la stabilità diventa declino.
Questo focus può essere usato come:
appendice critica alla scheda su Russo,
ponte teorico verso Cina, USA e capitalismo pianificato,
base per un capitolo su Europa come spazio post-statuale.
Se vuoi, al prossimo passo posso:
integrare BCE, Bundesbank e oro tedesco;
costruire una comparazione UE–USA–Cina;
oppure irrigidirlo ulteriormente in senso marxiano (valore, capitale fittizio, Stato).
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