Dal caos nel MAGA agli insuccessi industriali: è segnata la fine del neoliberismo
OttoParlante: Dal caos nel MAGA agli insuccessi industriali: è segnata la fine del neoliberismo
Dal caos nel MAGA agli insuccessi industriali: è segnata la fine del neoliberismo
di OttoParlante - La newsletter di Ottolina
Il Marru
I datacenter di Trump si scontrano con i suoi elettori: la reindustrializzazione neoliberista è fallita. Gli Stati Uniti entrano nella fase più assurda della loro traiettoria tecnologica: il presidente spinge per costruire più datacenter per competere con la Cina sull’AI… e sono proprio i suoi elettori MAGA a ribellarsi. Il paradosso fotografato da Reuters è il simbolo del fallimento del progetto di reindustrializzazione neoliberista: si voleva riportare l’industria in America, ma senza toccare proprietà privata, mercato immobiliare suburbano, consumi energetici e autonomia locale; un’impossibilità logica. I datacenter richiedono acqua, energia, terreni, infrastrutture; generano traffico, rumore, calore, trasformano quartieri, hanno bisogno di reti energetiche stabili – cosa che negli USA non esiste più, dopo decenni di deregolamentazione e privatizzazioni selvagge. Ma la base elettorale di Trump non vuole alcun sacrificio: nessuna turbina vicino casa, nessun elettrodotto, nessun complesso industriale; not in my backyard! Si vuole la potenza americana, ma senza pagarne il prezzo materiale. Nel frattempo, la Cina avanza.
L’antitrust MAGA è morto: quando lasci tutto ai monopoli, i monopoli ti mangiano. A proposito di fallimenti neoliberisti, secondo Naked Capitalism, negli Stati Uniti sta finendo anche l’illusione che il mercato si autoregoli da solo; il Dipartimento di Giustizia dominato dall’agenda MAGA ha ufficialmente abbandonato la funzione antitrust: invece di perseguire RealPage, un colosso accusato di aver coordinato aumenti illegali dei prezzi degli affitti in tutto il Paese, ha scelto un patteggiamento simbolico, una pacca sulla spalla, un buffetto che sancisce la resa dello Stato davanti ai monopoli. E questo è forse più grave dei fallimenti industriali, perché tocca la struttura profonda del capitalismo americano: senza antitrust, non esiste più concorrenza, ma solo oligopoli.
Gli USA avevano già abbandonato la stagione progressista degli anni ’30 e ’60; ora abbandonano anche la fase neo-progressista degli anni 2010 che aveva tentato timidamente di frenare Big Tech. Il risultato è chiarissimo: prezzi delle case fuori controllo, affitti diretti da algoritmi, salari stagnanti, catene di fornitura dominate da 5-6 conglomerati e, soprattutto, l’impossibilità materiale di costruire un’economia industriale resiliente. Non c’è innovazione reale in un ecosistema monopolistico: ci sono solo rendite. La Silicon Valley, i petrolieri del Texas, i fondi immobiliari, il cartello dei software gestionali: tutti prosperano, mentre il resto del Paese decade. La retorica MAGA prometteva la rinascita americana; la politica MAGA consegna il Paese ai suoi predatori economici. Il libero mercato è morto, e l’ha ucciso chi lo idolatrava.
L’industria USA affonda: la narrativa MAGA implode davanti ai dati reali. Intanto, l’indice manifatturiero USA continua a precipitare: ordini in calo, investimenti fermi, aspettative in rosso; Reuters parla di slump, ma sarebbe più corretto chiamarlo collasso strutturale. Gli Stati Uniti non producono più abbastanza perché hanno smantellato la loro base industriale per decenni, sostituendo fabbriche e tecnici con fondi marci e speculazione finanziaria; il dato più ironico: gli Stati più colpiti dal crollo manifatturiero sono proprio quelli che hanno votato per MAGA, sperando in una rinascita che non è mai arrivata. Il libero mercato non ha ricostruito nulla: i dazi non hanno riportato le fabbriche; i sussidi pubblici sono stati divorati dai monopoli finanziari. Il rinascimento industriale americano è rimasto uno slogan e gli USA stanno scoprendo la verità che l’Europa ha imparato anni fa: senza Stato, non c’è industria; senza industria, non c’è sovranità.
L’India non colmerà mai il gap con la Cina senza socialismo. La parabola statunitense nel resto del mondo inizia a farsi sentire e qualcuno si accorge che forse il sistema a stelle e strisce non è il migliore sulla piazza; Ashoka Mody, uno dei pochi economisti indiani capaci di guardare oltre la propaganda neoliberale, lancia un allarme che dovrebbe scuotere New Delhi: l’India non ridurrà mai il divario con la Cina se continua a credere che il mercato da solo possa risolvere tutto. Secondo Mody, la crescita indiana degli ultimi vent’anni è stata trainata da un’élite urbana e da un settore della tecnologia dell’informazione brillante, ma troppo ristretto, incapace di trasformarsi in capacità industriale diffusa; l’India ha il vantaggio demografico, ma non ha né la pianificazione né la struttura statale necessaria per trasformare la sua popolazione giovane in forza produttiva avanzata. La Cina ha costruito il suo successo grazie a un mix di proprietà pubblica, piani quinquennali, infrastrutture centralizzate e intervento diretto dello Stato nello sviluppo industriale; l’India, invece, vive ancora nella mitologia coloniale del mercato libero, mentre milioni di giovani rimangono intrappolati in lavori informali, senza accesso a formazione, sanità, trasporti e tecnologia. Mody sostiene che l’India non ha bisogno di più privatizzazioni, ma di più Stato: uno Stato capace di guidare investimenti, coordinare filiere, costruire reti energetiche e distribuire risorse; senza questa svolta, il Paese resterà un gigante demografico, ma un nano industriale. Il punto non è “diventare la Cina”, ma imparare da ciò che funziona; e ciò che funziona è la pianificazione.
La Cina porta la “rivoluzione dei prezzi” nella Belt and Road. La Belt and Road entra in una fase nuova: non solo infrastrutture e porti, ma esportazione di modelli economici. L’analisi di Di Dongsheng su Guancha descrive come la Cina stia introducendo nei Paesi partner una rivoluzione dei prezzi: modelli logistici, supply chain integrate, standard industriali cinesi e, soprattutto, una capacità di ridurre i costi reali delle opere pubbliche senza sacrificare la qualità. L’idea è semplice: il capitalismo occidentale ha costruito infrastrutture costosissime, gonfiate da appalti, consulenze, privatizzazioni e rendite parassitarie. La Cina offre l’opposto: grandi opere a costi più bassi, tempi rapidi e coordinamento centralizzato. E i Paesi del Sud globale lo capiscono benissimo: non è carità, è efficienza socialista applicata all’economia internazionale. La Belt and Road diventa così un vettore politico: non solo porta treni e porti, ma porta un modello post-liberista in cui lo Stato guida la crescita e riduce i costi delle filiere. Per questo l’Occidente parla di dipendenza: perché non può competere sui prezzi, non può competere sulla velocità, non può competere sulla qualità delle infrastrutture senza abbattere i suoi stessi monopoli interni. La Cina sta trasformando la Belt and Road in un laboratorio di sviluppo alternativo al Washington Consensus, e funziona.
Le riforme che servono alla Cina per mantenere una crescita sana. Anche la Cina, però, ha bisogno di riforme e, a proposito di questo, vi consigliamo questo articolo di Guancha; qui è riportato un discorso completo di Lin Yifu, ex capo economista della Banca Mondiale e studioso di grande rilevanza in Cina: lui vi esporrà, in modo sicuramente migliore di quello che potremmo fare noi, tutte le riforme di cui necessita l’economia cinese contemporanea che, comunque, deve affrontare più di qualche sfida.
Il Soddu
Lo scontro Cina-Giappone durerà un anno, avverte Taiwan. Il ministro della Difesa di Taiwan lancia un avvertimento che pesa: la crescente frizione tra Cina e Giappone non è un episodio isolato, ma un ciclo di tensione destinato a durare almeno un anno. Non è un’esagerazione: è la presa d’atto che l’Asia nordorientale sta entrando in un periodo in cui la deterrenza sostituisce la diplomazia; Tokyo, negli ultimi due anni, ha aumentato il budget militare come non accadeva dal dopoguerra, mentre Pechino accelera sui programmi navali e aerei integrando capacità cyber e droni autonomi. Il fatto che sia Taipei a parlarne indica che il triangolo Pechino-Tokyo-Taipei è diventato un sistema termico unico: ogni scintilla in un punto si propaga immediatamente negli altri. Per Taiwan, l’incrinarsi dei rapporti sino-giapponesi significa perdere margini di manovra: meno spazio diplomatico, più pressione militare e più probabilità che uno scontro incidentale si trasformi in crisi regionale. Il Giappone, dal canto suo, percepisce che le linee rosse cinesi si stanno moltiplicando, dal Mar Cinese Orientale a Taiwan, fino alle rotte commerciali che sostengono il suo export; per questo Tokyo sta rinsaldando le sue alleanze: rafforzamento con gli Stati Uniti, dialogo più stretto con le Filippine e una postura più assertiva anche sul piano interno. In una situazione così, non è escluso che proprio un incidente minore – un contatto tra navi, una violazione di spazio aereo – diventi il casus belli involontario di una crisi più ampia.
Ecco, appunto: nuovo scontro tra guardie costiere cinesi e giapponesi alle Diaoyu. L’ennesimo contatto ravvicinato tra le guardie costiere di Cina e Giappone nelle acque contese delle Diaoyu (Senkaku per Tokyo) è avvenuto poche ore fa. Le navi della guardia costiera sono ormai il braccio operativo della geopolitica a bassa intensità: non sono eserciti, ma agiscono come tali; non lanciano missili, ma stabiliscono precedenti e segnano confini. Ciò che colpisce in questo ultimo episodio non è lo scontro in sé, che ormai è quasi routine, ma il tono; il SCMP riporta un linguaggio più rigido, più teso: la Cina vuole dimostrare continuità e presenza permanente, mentre il Giappone risponde con pattugliamenti sempre più frequenti e una narrazione pubblica che non accetta alcuna concessione. Queste isole disabitate, strategiche solo per la loro posizione, sono diventate un palcoscenico simbolico per le rivalità continentali: non si litiga per le rocce, ma per il diritto di decidere l’ordine marittimo dell’Asia; è una lotta per lo status. E il rischio, come sempre, è l’automatizzazione del conflitto: più incidenti, più navi, più interazioni ravvicinate significano più possibilità di errore umano, e un singolo errore può rompere un equilibrio che dura da decenni.
Il Giappone chiarisce la sua posizione su Taiwan: un avvertimento globale. Il New York Times interpreta la nuova posizione giapponese su Taiwan come un campanello d’allarme per l’Occidente; Tokyo, tradizionalmente prudente, sta abbandonando l’ambiguità strategica: la sicurezza di Taiwan è parte della sicurezza nazionale giapponese. Questo linguaggio, che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile, segna un cambiamento radicale; il governo giapponese sta costruendo un consenso interno attorno all’idea che un conflitto nello Stretto di Taiwan avrebbe un impatto diretto sulle isole giapponesi, sulle rotte commerciali, sull’energia e sugli alleati. Non è più una crisi esterna: è una minaccia immediata. Il significato geopolitico è chiaro: il Pacifico è il centro della competizione tra superpotenze. Gli Stati Uniti spingono per un Giappone più assertivo; la Cina interpreta questa assertività come parte di una strategia di accerchiamento: Taiwan diventa, così, il nodo attraverso cui passa il nuovo equilibrio del potere asiatico. Tokyo non sta cercando lo scontro, ma sta prevenendo la marginalizzazione: se non definisce adesso il suo ruolo, rischia di essere tagliata fuori da un ordine regionale costruito da altri. È una scelta che ha conseguenze: aumento delle spese militari, rafforzamento del QUAD, collaborazione crescente con Australia e India e nuovi accordi logistici con gli Stati Uniti. Il campanello d’allarme è questo: la stabilità asiatica non è più data per scontata.
Il G7 detta legge alla Cina mentre Macron cerca un tavolo. Il portale cinese Guancha analizza una dinamica curiosa: mentre il G7 elabora i suoi tre non consentiti alla Cina (un tentativo di definire linee rosse occidentali sulla sicurezza e la tecnologia), Macron cerca, al contrario, di reinserire Pechino nel dialogo multilaterale, proponendo perfino di invitarla al prossimo vertice. È la fotografia perfetta delle contraddizioni occidentali: contenere la Cina, ma non troppo; criticarla, ma non escluderla; costruire alleanze, ma evitando la rottura definitiva. Macron interpreta la Cina come un attore necessario per gestire le crisi globali, e questa lettura sta diventando silenziosamente dominante in una parte dell’Europa, sempre più consapevole che lo scontro frontale è insostenibile; il G7, invece, cerca una coesione che fatica a trovare: i tre non consentiti sembrano più una dichiarazione di intenti che una strategia credibile. Le posizioni su commercio, semiconduttori, energia e transizione digitale non sono affatto allineate. Guancha, come prevedibile, descrive Macron come un realista lucido; non spesso lo è, ma qualche volta sa esserlo: riconosce che un ordine globale senza la Cina è impossibile, ma tra realismo francese e pressione statunitense c’è un divario che continuerà ad allargarsi.
La Cina porta il Type-076 alla seconda prova in mare: rivoluzione per la guerra con droni. Il Type-076 è uno dei programmi più ambiziosi della Marina cinese: una piattaforma ibrida, capace di lanciare droni, velivoli a decollo verticale e sistemi autonomi da guerra elettronica. La seconda prova in mare, rivelata dal South China Morning Post, indica una tabella di marcia accelerata: Pechino vuole operatività entro pochi anni. La logica strategica è semplice: saturare il campo di battaglia con sciami autonomi riduce i costi, aumenta la resilienza e moltiplica la presenza cinese in scenari dove gli Stati Uniti dominano da decenni. Il Type-076 non è una portaerei classica: è un carrier per droni, un concetto che può cambiare completamente la geometria del potere navale; se sarà davvero operativo in tempi brevi, potrebbe diventare l’arma perfetta per le zone grigie del Pacifico – pattugliamenti, pressioni, proiezioni di forza non dichiarate come guerra. Il messaggio è chiaro: la Cina sta preparando un arsenale pensato non per un singolo scontro, ma per un conflitto lungo e distribuito, in cui l’intelligenza artificiale è parte dell’ordine di battaglia.
L’Indonesia investe 1 miliardo nella nuova banca di sviluppo dei BRICS. L’Indonesia compie un passo che va ben oltre la cifra stanziata: il miliardo di dollari destinato alla Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS è un messaggio politico sul futuro del sistema finanziario globale. Giacarta non entra nei BRICS, ma compie una scelta che ha lo stesso peso simbolico: riconosce che la crescita del Sud globale non può più dipendere soltanto dalle istituzioni nate nel secondo dopoguerra. Questo gesto spinge la NDB sempre più vicino al ruolo per cui era stata pensata: un grande fondo infrastrutturale capace di competere con le linee di credito della Banca Mondiale e della Asian Development Bank. Il Sud-Est asiatico è oggi uno dei luoghi dove la multipolarità finanziaria si materializza più rapidamente; l’Indonesia, forte della sua demografia e della sua centralità nel G20, sta costruendo un profilo da potenza autonoma: dialoga con Washington e Bruxelles, ma investe nella sfera dei BRICS; accoglie capitali cinesi, ma difende l’indipendenza strategica; vuole essere hub produttivo delle supply chain, ma anche nodo del credito internazionale. Il miliardo per la NDB è anche una proiezione economica interna: serve a finanziare progetti che altrimenti sarebbero troppo lenti sotto le procedure occidentali, come porti, energia rinnovabile e infrastrutture interregionali; e, soprattutto, arriva in un momento in cui molti Paesi asiatici osservano con sospetto la crescente politicizzazione dei finanziamenti occidentali, spesso legati a condizioni normative stringenti.
La Cina spinge sulle “Little Giant”: la nuova spina dorsale tecnologica nazionale. Le Little Giant cinesi sono il cuore meno raccontato della trasformazione industriale della Cina; sono piccole e medie imprese ad altissima specializzazione, spesso operative in segmenti di nicchia: componentistica avanzata, sensori, robotica, semiconduttori, nuovi materiali. Xinhua racconta un boom che non è casuale, ma il risultato di una strategia pianificata: un ecosistema in cui lo Stato finanzia, protegge e incentiva innovazione distribuita. Il modello è diverso da quello occidentale: invece di scommettere solo su campioni nazionali giganteschi, la Cina costruisce un tessuto di migliaia di aziende altamente tecniche che diventano fornitori critici delle catene del valore; è un mercato modulare, resiliente, pensato per evitare il tilt in caso di sanzioni. Le Little Giant stanno crescendo in parallelo alla grande spinta alla sostituzione tecnologica: tutto ciò che può essere prodotto in Cina deve esserlo, soprattutto dopo le restrizioni americane sui chip; ma la parte più interessante è che questa strategia sta creando innovazione reale, non semplice imitazione. Molte di queste aziende vincono bandi internazionali, esportano componenti sofisticati e diventano nodi tecnologici di riferimento; la Cina sta replicando un modello simile al Mittelstand tedesco, ma in versione statalista: più coordinato, più finanziato e più orientato alla sicurezza nazionale; non solo efficienza, ma anche sovranità. Se questa rete continuerà a crescere, sarà sempre più difficile per i Paesi occidentali limitare la tecnologia cinese attraverso blacklist e restrizioni: non si combatte una galassia con un singolo provvedimento.
L’Europa critica la Cina ma investe in Cina: il paradosso industriale occidentale. Il Financial Times fotografa il paradosso perfetto dell’economia europea: Bruxelles annuncia indagini anti-sussidi, parla di competizione sleale, accusa Pechino di eccesso produttivo e, intanto, le aziende europee spostano ancora più capitali in Cina. È una contraddizione solo apparente: il mercato cinese rimane troppo grande, troppo dinamico e troppo avanzato tecnologicamente per essere ignorato. Le imprese europee, soprattutto quelle industriali e manifatturiere, seguono una logica che non coincide con quella dei governi: cercano margini, ecosistemi tecnologici maturi, fornitori veloci, una domanda interna gigantesca; la Cina offre tutto questo. Anche in settori sensibili come l’auto elettrica, l’Europa investe in Cina perché è lì che si produce meglio, più rapidamente e a costi competitivi. Ma come si salva l’economia europea se dipende essenzialmente dal buon andamento della Cina, Cina che consideri un nemico strategico? Semplice: non si salva. Il FT sottolinea un dato importante: molte aziende europee investono in Cina proprio per vendere in Cina, non per ri-esportare; significa che l’Europa non solo teme la concorrenza cinese, ma teme anche di essere tagliata fuori dal più grande mercato del mondo. Mica scemi i capitalisti europei… La Cina ha capito questa fragilità e la usa come leva: apre, chiude, incentiva, regola; sa che le aziende occidentali, pur tra mille diffidenze, non possono permettersi di andarsene.
DeepSeek: la Cina lancia un nuovo modello IA per sfidare Google e OpenAI. DeepSeek non è più una startup emergente: è la punta di lancia della corsa cinese all’intelligenza artificiale. Bloomberg racconta un lancio aggressivo: modelli linguistici più economici, più efficienti e addestrati con un approccio artigianale-industriale che punta meno sulla quantità e più sull’ottimizzazione delle architetture. Il messaggio è chiaro: la Cina non vuole inseguire; vuole competere. DeepSeek si inserisce nella più ampia strategia cinese di duplicare e poi superare l’avanguardia occidentale; la velocità con cui Pechino sta riducendo il gap è impressionante: mentre gli Stati Uniti impongono controlli sui chip, i laboratori cinesi rispondono migliorando il software, trovando scorciatoie algoritmiche e creando modelli più parsimoniosi. La sfida non è solo tecnologica: è politica; un modello cinese competitivo significa un ecosistema IA non più dominato dalle aziende americane, e questo altera la bilancia del potere informazionale globale. DeepSeek offre modelli a costi inferiori rispetto ai concorrenti occidentali; è un fattore decisivo: permette a decine di migliaia di aziende asiatiche di accedere a servizi avanzati senza dipendere dalla Silicon Valley. Il resoconto del South China Morning Post è più politico di quello di Bloomberg: il SCMP racconta DeepSeek come uno strumento di potere nazionale. Nell’articolo emerge il senso di missione: DeepSeek deve dimostrare che la Cina può innovare da sola, anche con chip limitati. È la risposta alla pressione statunitense: dove Washington chiude i rubinetti, Pechino sviluppa architetture più agili, più leggere e spesso più efficienti. La lettura del SCMP suggerisce che la Cina vuole costruire un modello di IA non occidentale, addestrato su dataset prodotti in Cina, pensato per essere integrato in servizi governativi, scuole, imprese, infrastrutture pubbliche: è un ecosistema chiuso, sovrano, indipendente. L’aspetto più significativo è la fiducia crescente: l’idea che la Cina non stia più correndo dietro all’Occidente, ma stia iniziando a indicare la direzione (qui i due approfondimenti di Bloomberg e del South China Morning Post).
La Cina vuole che facciate sesso. La decisione del governo cinese di aumentare le tasse sui preservativi per stimolare la natalità sembra, a prima vista, una misura bizzarra, ma va inserita in una strategia più ampia: Pechino sta sperimentando ogni possibile leva per contrastare il crollo delle nascite, una crisi ormai strutturale. Il problema è culturale, ma anche economico: i giovani cinesi non si sposano, non fanno figli e non vedono un futuro stabile – case costose, precarietà urbana e costi educativi insostenibili; aumentare il costo dei preservativi è un tentativo di influenzare micro-comportamenti, ma non risolve nessuno dei nodi strutturali. La Cina sembra oscillare tra misure moderne (incentivi economici, welfare per le madri) e misure arcaiche (campagne morali, disincentivi alla contraccezione); è un segno della disperazione istituzionale: una potenza enorme che non riesce a fermare il suo declino demografico. Il rischio è che queste politiche alimentino l’irritazione sociale, soprattutto tra le giovani generazioni che percepiscono lo Stato come troppo invasivo nella sfera intima.
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ChatGPT
Ecco una sintesi breve, compatta e strutturata dell’articolo.
Sintesi breve
L’articolo fotografa il collasso del neoliberismo americano e l’emergere di un nuovo ordine globale guidato dalla Cina.
1. Il fallimento della reindustrializzazione USA
Trump vuole costruire datacenter per competere con la Cina nell’AI, ma i suoi stessi elettori MAGA rifiutano qualsiasi impianto vicino alle loro case (NIMBY totale).
Gli USA non hanno più infrastrutture, acqua, energia o reti elettriche adeguate: decenni di privatizzazioni hanno reso impossibile la reindustrializzazione “senza Stato”.
2. Il mercato non si autoregola: fine dell’antitrust
Il Dipartimento di Giustizia MAGA abbandona i monopoli al loro destino.
Caso simbolo: RealPage, colosso che manipola algoritmicamente gli affitti, evita sanzioni.
Risultato: oligopoli ovunque, prezzi fuori controllo, salari stagnanti, innovazione bloccata.
3. L’industria USA affonda
L’indice manifatturiero crolla: ordini in calo, investimenti fermi, aspettative negative.
Gli Stati più colpiti sono proprio quelli pro-MAGA.
Dazi e sussidi non hanno ricostruito nulla: senza Stato non c’è industria, e senza industria non c’è potenza.
4. L’India non raggiungerà la Cina senza pianificazione
Ashoka Mody sostiene che l’India resta un gigante demografico ma un nano industriale.
Serve più Stato, più pianificazione, più infrastrutture: solo così potrà colmare il gap con la Cina.
5. La Cina esporta un modello post-liberista
La Belt and Road entra nella fase della “rivoluzione dei prezzi”: costruire infrastrutture a costi bassi, tempi rapidi, standard elevati grazie al coordinamento pubblico.
La Cina offre efficienza dove il modello occidentale offre rendite.
6. Le riforme interne della Cina
Lin Yifu indica le riforme necessarie per mantenere crescita equilibrata, aumentando il coordinamento e la qualità dello sviluppo industriale.
7. Nuova instabilità nel Pacifico
– Tensioni Cina–Giappone destinate a durare.
– Incidenti continui alle Diaoyu/Senkaku.
– Tokyo lega ufficialmente la sicurezza di Taiwan alla propria: fine dell’ambiguità strategica giapponese.
8. Contraddizioni occidentali verso la Cina
Il G7 prova a dettare “linee rosse”, mentre Macron cerca un dialogo multilaterale con Pechino: l’Occidente è diviso.
9. Accelerazione tecnologica cinese
– Il Type-076 introduce una nuova guerra navale basata su sciami di droni.
– DeepSeek lancia modelli IA competitivi e più economici di quelli USA: la Cina mira a un ecosistema sovrano non occidentale.
10. Multipolarismo finanziario
L’Indonesia investe 1 miliardo nella Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS: segnale forte verso un mondo post-Washington Consensus.
11. “Little Giant”: il Mittelstand cinese
La Cina crea migliaia di PMI high-tech ultraspecializzate che garantiscono autonomia tecnologica, resilienza e innovazione reale.
12. L’Europa critica la Cina ma investe in Cina
Le aziende europee continuano a entrare nel mercato cinese nonostante le pressioni politiche: la dipendenza industriale è incolmabile.
Se vuoi, posso preparare anche:
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una versione ultra-breve (10 righe)
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una scheda critica
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un commento geopolitico integrato con i tuoi lavori su dollaro, dazi e ordine multipolare.
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Ecco un commento geopolitico integrato, che collega i punti centrali dell’articolo con i tuoi lavori su dollaro, dazi, imperialismo finanziario, crisi del neoliberismo e ordine multipolare.
Commento geopolitico integrato
La crisi descritta nell’articolo — fallimento della reindustrializzazione MAGA, crollo dell’antitrust, impotenza industriale degli Stati Uniti, crescita cinese e frattura dell’ordine asiatico — è un tassello di un quadro più ampio: il collasso dell’ordine neoliberale costruito dagli Stati Uniti dal 1971 in poi, fondato sul dollaro, sulla finanziarizzazione e sulla proiezione globale del potere militare.
1. La fine del neoliberismo americano: la rendita divora la potenza
Il paradosso dei datacenter MAGA sintetizza la spirale in cui è caduto il capitalismo USA:
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si vuole competere con la Cina sull’AI;
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ma non si vuole toccare proprietà privata suburbana, mercato immobiliare, autonomia locale, rendite energetiche;
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e la rete infrastrutturale è talmente fragile da rendere impossibile qualunque salto industriale.
È la stessa dinamica che tu hai descritto nei saggi sul dilemma di Triffin moderno: un impero finanziario fondato su rendite e dollaro forte non riesce più a produrre, innovare e costruire, perché la finanza ha cannibalizzato l’industria.
La retorica MAGA colpisce la Cina e invoca la manifattura, ma lo Stato americano è diventato ostaggio dei suoi monopoli interni — Big Tech, fondi immobiliari, fossil fuels, complesso militare-industriale.
Il risultato: il libero mercato americano è morto di monopolismo, e con esso la capacità industriale.
2. Il crollo industriale USA: quando i dazi non bastano
I dati manifatturieri in caduta confermano una tesi che nei tuoi lavori hai già definito più volte:
i dazi non ricostruiscono industrie se l’economia è finanziarizzata.
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Le tariffe su Cina, acciaio, pannelli solari e chip non hanno riportato fabbriche negli USA.
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Gli incentivi pubblici dell’IRA e del CHIPS Act sono stati assorbiti da oligopoli finanziari che non hanno interesse a costruire capacità produttiva.
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Gli Stati MAGA — i più colpiti — dimostrano la contraddizione: la promessa di rinascita industriale è diventata un’operazione di marketing politico.
Gli USA scoprono ciò che Europa e Giappone hanno capito decenni fa:
senza Stato, non c’è industria.
E oggi gli USA non hanno più uno Stato capace di dirigere lo sviluppo: l’antitrust è morto, la burocrazia è frantumata, la politica industriale è ostaggio dei lobbisti.
3. Dollaro e dazi: l’impero finanziario contro l’impero produttivo
Nel tuo lavoro su dollaro e governance finanziaria globale, hai sostenuto che:
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il dollaro forte è uno strumento di dominio;
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ma allo stesso tempo distrugge la manifattura USA;
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il sistema dei “deficit gemelli” obbliga Washington a importare più di quanto produce;
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e la politica dei dazi è una risposta disperata alla perdita di competitività.
L’articolo conferma:
gli USA non sono più in grado di competere né sul piano dei costi né su quello della capacità infrastrutturale.
La Cina — e sempre più l’India, il Sud-Est asiatico, il Medio Oriente e perfino l’America Latina — costruisce infrastrutture reali, mentre gli USA producono finanza, armi e software.
Il dollaro resta centrale, ma sempre più isolato: un impero monetario senza base materiale.
4. La Belt and Road come alternativa al Washington Consensus
La “rivoluzione dei prezzi” di cui parla Di Dongsheng è esattamente ciò che nei tuoi saggi hai definito:
la prima globalizzazione non finanziaria guidata dalla Cina.
La Cina non esporta solo merci:
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esporta modelli logistici,
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catene del valore integrate,
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infrastrutture a basso costo,
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coordinamento statale,
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e capacità di sviluppo senza vincoli neoliberali.
È un colpo sistemico al dominio del dollaro:
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chi entra nella BRI costruisce infrastrutture senza FMI;
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accede a investimenti senza condizioni politiche;
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e crea dipendenze infrastrutturali (porti, ferrovie, energia) molto più forti di quelle finanziarie.
Per questo il G7 si muove in modo schizofrenico: vuole contenere la Cina, ma anche integrarla — perché senza di essa, la crescita globale collassa.
5. Asia-Pacifico: il centro della multipolarità
Gli scontri Cina–Giappone, la postura di Tokyo su Taiwan e l’avvertimento di Taipei delineano un quadro chiaro:
Il Pacifico è il nuovo Mediterraneo del XXI secolo.
Tre tendenze convergono:
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Rimilitarizzazione giapponese (su spinta USA).
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Assertività marittima cinese.
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Rischio di incidenti automatizzati tra guardie costiere, droni, navi, aerei.
È la logica del “conflitto distribuito”, che nei tuoi lavori hai collegato:
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alla necessità USA di mantenere il controllo delle rotte,
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al declino relativo della sua marina,
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e alla crescita tecnologica cinese.
Il Type-076 — carrier per droni autonomi — rappresenta proprio la strategia cinese di guerra asimmetrica a basso costo contro gli USA.
6. Multipolarità finanziaria: la mossa dell’Indonesia e i BRICS
L’investimento dell’Indonesia nella NDB è un segnale fortissimo:
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non è un disallineamento;
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è l’inizio della de-dollarizzazione pragmatica.
Paesi come Indonesia, Arabia Saudita, Emirati, Egitto, Sudafrica stanno costruendo alternative:
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banche dei BRICS,
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accordi bilaterali in valuta locale,
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sistemi di pagamento non SWIFT,
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investimenti cinesi senza condizionalità.
È l’inizio dell’ordine multipolare che tu hai descritto come post-egemonico: nessuno sostituisce gli USA, ma gli USA non sono più il centro unico.
7. Europa: anti-sussidi a Pechino, investimenti in Cina
Il paradosso europeo — criticare la Cina mentre si investe in Cina — dimostra la fragilità del modello UE:
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basi industriali erose,
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dipendenza tecnologica crescente,
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impossibilità di sostenere da soli la transizione green,
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disallineamento tra élite politiche e classi imprenditoriali.
È un classico sintomo della dipendenza multipolare: l’UE non è libera di scegliere tra USA e Cina perché:
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dipende militarmente dagli USA,
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dipende industrialmente dalla Cina,
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dipende energeticamente dal Medio Oriente.
È l’Europa come “teatro” e non come attore.
8. DeepSeek e l’IA: la sfida che rompe l’egemonia informazionale USA
DeepSeek segna un passaggio chiave:
l’AI non è più un’industria dominata in modo assoluto dagli USA.
La Cina crea modelli:
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meno costosi,
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più efficienti,
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più integrati nei servizi pubblici,
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addestrati su dataset sovrani,
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e destinati a un ecosistema non occidentale.
Questa è la crepa più grave nella supremazia americana:
perde il controllo dello standard tecnologico globale.
È lo stesso meccanismo che ha reso dominante il dollaro negli anni ’70: controllare gli standard di scambio, non solo la moneta.
Se la Cina impone standard IA in Asia, Africa, Medio Oriente e parte dell’Europa, nasce un ordine digitale multipolare, incompatibile con l’egemonia USA.
Conclusione: verso un ordine multipolare post-neoliberale
L’articolo di Ottolina, letto alla luce dei tuoi lavori su dollaro, dazi e imperialismo, mostra un quadro coerente:
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il neoliberismo americano è al collasso materiale, non solo ideologico;
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la Cina è il principale polo alternativo, fondato su Stato, pianificazione, innovazione distribuita;
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l’Asia è il cuore della frizione tra imperi;
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l’Europa è un vassallo incastrato tra dipendenze incrociate;
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il Sud globale costruisce istituzioni alternative (BRICS+, NDB);
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la tecnologia (IA, droni, supply chain) diventa il campo di battaglia centrale;
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l’ordine multipolare è già iniziato, anche se non ancora dichiarato.
Il punto cruciale è questo:
Gli Stati Uniti tentano di conservare un ordine unipolare con strumenti unipolari (dollaro, dazi, sanzioni, marina), mentre il resto del mondo costruisce un ordine multipolare con strumenti multipolari (infrastrutture, banche locali, accordi regionali, tecnologia distribuita).
Non è più competizione: è divergenza sistemica.
Se vuoi, posso trasformare questo commento in:
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un saggio lungo,
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una versione accademica,
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un capitolo per il tuo libro sulla governance finanziaria USA,
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o una conclusione teorica sul post-neoliberismo globale.
Ecco una conclusione teorica compatta ma densa, pensata come chiusura di un saggio sul post-neoliberismo globale, in continuità con i tuoi lavori su dollaro, dazi, capitalismo imperiale e multipolarismo.
Conclusione teorica: verso il post-neoliberismo globale
Il crollo del paradigma neoliberale non è un evento improvviso, ma la fine di un esperimento storico durato quarant’anni, costruito sull’idea che mercati deregolati, moneta egemonica e globalizzazione finanziaria potessero governare un mondo complesso meglio degli Stati. Oggi ogni asse portante di quel sistema mostra crepe strutturali.
Il primo segnale è l’esaurimento della capacità del dollaro di reggere l’economia mondiale: il dilemma di Triffin, a lungo mascherato dall’egemonia militare e dal privilegio esorbitante, riappare sotto forma di instabilità sistemica, guerre valutarie e dipendenza americana da inflazione da importazione e debito senza limiti. I dazi e le guerre commerciali non correggono questa fragilità: ne sono la conseguenza, sintomo di un impero monetario che ha perso la capacità di organizzare l’economia globale.
Il secondo segnale è l’insostenibilità del neoliberismo produttivo, che ha smantellato capacità industriali e infrastrutture materiali in nome di rendimenti finanziari. La reindustrializzazione americana fallisce non per un deficit tecnologico, ma per una contraddizione logica: la produzione richiede coordinamento, pianificazione e infrastrutture pubbliche, tutto ciò che il capitalismo neoliberale ha espulso come costo improduttivo. L’incapacità degli USA di costruire anche solo un datacenter senza incontrare barriere sociali, regolamentari e infrastrutturali dimostra che un’egemonia fondata sul capitale finanziario non può più sostenere la propria base materiale.
Il terzo segnale viene dalla Cina e dal Sud Globale, che sperimentano modelli di sviluppo fondati su pianificazione tecnologica, investimenti pubblici, infrastrutture e un’integrazione tra capitale privato e strategia statale. Non si tratta della vittoria di un “modello alternativo”, ma dell’emergere di un principio diverso: il ritorno della razionalità economica incorporata nello Stato, dopo decenni in cui era stata delegata ai mercati globali.
Nel nuovo ordine multipolare, anche la competizione geopolitica muta natura: non più scontro tra sistemi economici opposti, ma tra regimi di coordinamento. L’Occidente difende un sistema di prezzi globali e libertà di capitale; la Cina e i BRICS costruiscono catene tecniche, infrastrutture e istituzioni che riducono la dipendenza dal mercato internazionale. La lotta per l’egemonia non è più solo militare o finanziaria: è una battaglia sulla forma della razionalità economica, su come si organizza la produzione, l’innovazione, la moneta, la sicurezza energetica.
Da questa transizione emerge il tratto distintivo del post-neoliberismo globale:
l’economia non è più immaginata come un sistema automatico da lasciare libero, ma come un dispositivo di potere, che richiede progetto, coordinamento, direzione. La centralità dello Stato non è un ritorno al passato, ma un’esigenza imposta dalla complessità tecnologica, dalle catene del valore e dalla crisi ambientale.
Il post-neoliberismo non è dunque un nuovo modello già formato, ma un campo instabile in cui Stati, imperi monetari, blocchi regionali e monopoli tecnologici cercano il proprio spazio. In questo panorama si definisce la posta in gioco teorica: se il neoliberalismo era il tentativo di governare il mondo con il mercato, il post-neoliberalismo sarà il tentativo di governare la complessità con la politica.
Da come verrà risolta questa tensione dipenderà la forma dell’ordine globale del XXI secolo.
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