Geoeconomia: il conflitto che inghiotte tutto di Giuseppe Gagliano
Giuseppe Gagliano: Geoeconomia: il conflitto che inghiotte tutto
Geoeconomia: il conflitto che inghiotte tutto
di Giuseppe Gagliano
C’è un mondo che continua a raccontarsi come se fosse rimasto quello di trent’anni fa, intrappolato nella retorica del “villaggio globale”, convinto che i commerci portino la pace, che la tecnologia sia un ponte e non un’arma, che la finanza sia un meccanismo neutrale e non un centro di comando geopolitico.
È un mondo che non vuole vedere ciò che ha davanti agli occhi: le relazioni internazionali sono entrate in una fase in cui la distinzione fra pace e guerra è evaporata. Lo scontro tra potenze non si manifesta più con fronti, invasioni e ultimatum, ma attraversa le reti digitali, i tubi dei gasdotti, le piattaforme tecnologiche, le valute internazionali, i colli di bottiglia delle supply chain.
Questo è il punto di partenza del libro di Francesco Frasca, e al tempo stesso la sua intuizione più evidente: la geoeconomia non è una disciplina accademica, ma la forma reale e quotidiana del conflitto globale contemporaneo.
In questa trasformazione, la geografia non è scomparsa: è migrata. Le mappe non segnano più solo confini e montagne, ma corridoi energetici, snodi logistici, cavi sottomarini, hub digitali, centri dati, fabbriche di semiconduttori, standard normativi. Le nuove frontiere non sono linee sulla terra, ma regole scritte a Bruxelles, chip prodotti a Taipei, infrastrutture installate da Pechino, server ospitati in California. Il potere abita i nodi, non i territori. Chi controlla i nodi può decidere chi sopravvive, chi prospera, chi fallisce.
E sono proprio gli Stati Uniti ad aver capito per primi che, nel mondo dell’interdipendenza, il dollaro è una portaerei, la Federal Reserve è un carro armato, il Dipartimento del Tesoro è un nuovo Pentagono. Quando Washington decide di escludere una banca dal sistema dei pagamenti internazionali, quell’istituto entra in blackout come un paese bombardato. Quando impone restrizioni sull’export di chip avanzati, sta colpendo il cuore tecnologico di un avversario più di quanto potrebbe fare qualsiasi attacco convenzionale.
Le sanzioni alla Russia lo hanno dimostrato con chiarezza: in poche settimane Mosca ha visto congelati i propri asset sovrani, bloccate le filiere di approvvigionamento, paralizzati investimenti fondamentali. Una forma di strangolamento silenzioso, senza navi né bombardieri, ma dagli effetti geopolitici devastanti.
La Russia non è però l’unico laboratorio di questa nuova logica. Per anni l’Europa ha coltivato l’illusione che l’interdipendenza economica con Mosca potesse sostituire la diplomazia e garantire stabilità. La realtà si è incaricata di smentire questa visione: la dipendenza energetica si è rivelata una vulnerabilità strategica che ha esposto l’intero continente a uno shock devastante. Alla prima crisi, i prezzi sono saltati, le industrie hanno rallentato, i governi sono entrati in panico. Un decennio di scelte politiche basate sull’idea che il mercato fosse una garanzia di sicurezza si è sgretolato in poche settimane.
E mentre l’Europa cercava disperatamente nuovi fornitori, un’altra guerra – apparentemente incruenta, in realtà totale – avanzava nel silenzio: quella per il dominio tecnologico. Gli Stati Uniti e la Cina hanno trasformato i semiconduttori, le reti digitali e l’intelligenza artificiale nel terreno più sensibile dello scontro. Gli USA hanno eretto muri invisibili ma invalicabili: divieti di esportazione, liste nere, controllo sugli investimenti stranieri nelle tecnologie critiche. La Cina ha risposto sviluppando piani industriali di lungo periodo, fortificando la propria capacità produttiva, assicurandosi l’accesso alle materie prime strategiche e costruendo reti di alleanze nei Paesi emergenti.
In mezzo, l’Europa ha scoperto di non avere né la forza industriale per competere né la volontà politica per emanciparsi dal dominio tecnologico esterno. La sua autonomia strategica si riduce a slogan ripetuti nelle conferenze, ma mai tradotti in fabbriche, investimenti o capacità. Si parla di sovranità digitale, ma i server sono americani; si parla di resilienza industriale, ma i chip arrivano da Taiwan; si parla di autonomia strategica, ma le decisioni fondamentali dipendono dalle scelte di Washington o Pechino.
Eppure, la tecnologia non è l’unico campo di battaglia invisibile. Il libro insiste su una dimensione più profonda, più inquietante: la guerra cognitiva. Viviamo in un’epoca in cui la capacità di influenzare ciò che le persone credono, temono, desiderano è diventata un asset strategico fondamentale. Gli algoritmi che regolano i social, i motori di ricerca, le piattaforme di streaming non si limitano a consigliare contenuti: plasmano la percezione della realtà, orientano i conflitti politici interni, amplificano polarizzazioni.
La manipolazione informativa non è più una questione di propaganda di Stato, ma un ecosistema in cui attori privati, Stati e gruppi non statali possono intervenire con una potenza mai vista. La guerra cognitiva è permanente, capillare, sofisticata. Non si limita a diffondere menzogne: modifica l’ambiente informativo stesso.
Questo scenario rende evidente un problema che l’Europa fatica ad affrontare: la sua vulnerabilità strutturale. Non possiede un ecosistema tecnologico paragonabile a quello americano o cinese, non controlla le infrastrutture digitali critiche, non ha una politica industriale coerente.
Fa affidamento su piattaforme esterne per comunicare, per lavorare, per gestire i dati pubblici. E mentre parla di sovranità, la delega quotidiana alle Big Tech si espande. Il risultato è un’ambiguità che l’autore coglie con precisione: l’Europa è un attore normativo, ma un soggetto fragile; un continente ricco, ma strategicamente spoglio; un gigante commerciale, ma un nano tecnologico.
La geoeconomia però non si misura soltanto nei rapporti tra grandi potenze. Il libro mette in luce l’ascesa degli attori non statali, che costituiscono un pezzo sempre più importante del puzzle. Le grandi aziende tecnologiche possiedono capitali, dati e capacità di analisi paragonabili a quelli degli Stati. I fondi di investimento controllano pezzi fondamentali dell’economia globale. Le ONG influenzano l’opinione pubblica, le piattaforme digitali detengono il monopolio dell’attenzione. In questo ambiente il potere è diffuso, fluido, poroso: gli Stati devono affrontare concorrenti che non rispondono ad alcun vincolo politico, ma che influenzano la sicurezza collettiva più di qualunque ministero della difesa.
È qui che entra in gioco un’altra intuizione centrale del libro: la necessità di costruire una cultura dell’intelligence economica. Non una struttura segreta, ma una rete capace di analizzare scenari, proteggere tecnologie, anticipare rischi, coordinare le scelte industriali, connettere imprese, università e istituzioni. Nessun Paese può affrontare la complessità della competizione globale senza strumenti di conoscenza adeguati. Non si tratta più di difendere un segreto industriale o di prevenire una fuga di informazioni: si tratta di leggere il mondo prima che il mondo travolga gli Stati. Una democrazia senza intelligence economica è come un esercito senza radar: può avere ottimi soldati, ottime armi, ottimi comandanti, ma non vede arrivare il pericolo.
Il libro insiste su un’idea fondamentale: la sovranità, oggi, è la capacità di proteggere i nodi critici. Non i confini, ma le infrastrutture. Non il territorio, ma le reti. Non la popolazione in astratto, ma la capacità della popolazione di resistere a shock energetici, informativi, tecnologici. La resilienza diventa il nuovo nome della forza. Un Paese è sovrano non perché possiede un esercito, ma perché può assorbire una crisi senza crollare. La pandemia, la crisi energetica, le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, i sabotaggi ai gasdotti e alle reti elettriche hanno mostrato quanto sia fragile il sistema globale e quanto sia essenziale costruire strutture di protezione che vadano oltre la retorica politica.
Alla fine, il libro ci restituisce l’immagine di un mondo in cui la guerra non è né dichiarata né riconosciuta, ma onnipresente. Un mondo che continua a raccontarsi come pacifico, mentre combatte battaglie economiche, tecnologiche, cognitive e normative ogni giorno. Un mondo in cui il potere non si manifesta con l’occupazione di territori, ma con l’occupazione delle dipendenze. Un mondo in cui la pace non è un dato, ma un intervallo tra una pressione e l’altra.
E soprattutto un mondo in cui chi non capisce la geoeconomia non capisce il proprio tempo. Perché il potere, oggi, non sta dove si guarda, ma dove non si pensa di guardare. È fatto di infrastrutture, di codici, di nodi finanziari, di trattati commerciali, di norme tecniche, di algoritmi, di filiere industriali, di sanzioni, di dati. È un potere senza divise, senza bandiere, senza parate, ma infinitamente più determinante di quello che un tempo si presentava con fanfare e stendardi.
Nel mondo che si prepara, la forza sarà la capacità di prevedere, connettere, proteggere e adattarsi. È questa la lezione più profonda del libro: le guerre del futuro sono già cominciate, ma non tutti se ne sono accorti.
Francesco Frasca: Geoeconomia e Potere Globale, Pagine 394, Dimensioni 152 x 229 mm, ISBN 9781291940480, Prezzo Euro 32
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ChatGPT
Ecco una scheda completa, strutturata in modo utilizzabile per rivista politico-culturale o come materiale di lavoro teorico, mantenendo un registro analitico (non promozionale) e mettendo in evidenza nodi concettuali, implicazioni politiche e punti di forza/debolezza.
Scheda critica
Titolo
Geoeconomia: il conflitto che inghiotte tutto
Autore della recensione
Giuseppe Gagliano
Libro discusso
Francesco Frasca, Geoeconomia e Potere Globale
394 pp., ISBN 9781291940480, €32
Tesi centrale
Il libro di Francesco Frasca, come emerge con chiarezza dalla lettura proposta da Gagliano, sostiene una tesi netta: la geoeconomia non è una dimensione accessoria delle relazioni internazionali, ma la forma dominante del conflitto globale contemporaneo.
La distinzione classica tra pace e guerra risulta obsoleta: il conflitto oggi attraversa reti, infrastrutture, standard, mercati finanziari, filiere produttive, flussi informativi.
La guerra non scompare: si disloca.
Chiave interpretativa
La geoeconomia viene definita non come disciplina accademica, ma come:
pratica quotidiana di potere;
tecnica di coercizione sistemica;
linguaggio operativo della competizione tra Stati e attori transnazionali.
Il libro assume dunque un punto di vista realista-strutturale, distante tanto dall’idealismo liberale quanto da una lettura puramente militare dei rapporti di forza.
Spazio, potere e nodi
Uno dei contributi più convincenti del testo è la ridefinizione della geografia del potere.
La mappa del mondo non è più fatta di confini, ma di nodi critici:
gasdotti,
cavi sottomarini,
porti logistici,
hub digitali,
data center,
fabbriche di semiconduttori,
standard normativi.
Il potere non occupa territori: controlla dipendenze.
Questa impostazione consente di leggere come un unico fenomeno:
sanzioni finanziarie,
guerre tecnologiche,
restrizioni all’export,
controllo delle piattaforme digitali.
Il ruolo centrale degli Stati Uniti
Il libro – e la scheda di Gagliano lo sottolinea con efficacia – mostra come gli Stati Uniti abbiano compreso prima di altri la natura geoeconomica del potere.
Nel mondo dell’interdipendenza:
il dollaro diventa un’arma strategica;
la Federal Reserve un attore geopolitico;
il Tesoro USA una struttura di coercizione globale.
Le sanzioni non sono misure morali, ma strumenti di guerra sistemica, capaci di produrre effetti paragonabili a un conflitto armato senza ricorrere alla forza militare.
Europa: potenza normativa, fragilità strategica
Uno dei passaggi più rilevanti riguarda l’Europa, descritta come:
gigante commerciale,
nano tecnologico,
attore normativo privo di capacità coercitiva autonoma.
L’illusione europea dell’interdipendenza come garanzia di pace – in particolare nel rapporto con la Russia – viene smascherata come errore strategico strutturale.
La dipendenza energetica e tecnologica si rivela una vulnerabilità sistemica, non un vincolo virtuoso.
L’“autonomia strategica” resta retorica:
i server sono americani,
i chip asiatici,
le decisioni fondamentali esterne.
Guerra tecnologica e pianificazione
Il confronto USA–Cina viene letto correttamente come scontro tra modelli:
da un lato, il controllo normativo e finanziario americano;
dall’altro, la pianificazione industriale cinese di lungo periodo.
La tecnologia non è neutra: è infrastruttura di potere.
Il dominio sull’IA, sui semiconduttori, sui dati non è solo economico, ma strategico e civile.
Guerra cognitiva
Elemento particolarmente attuale è l’analisi della guerra cognitiva:
algoritmi,
piattaforme,
social media,
ambienti informativi manipolabili.
Non si tratta più di propaganda classica, ma di modificazione dell’ecosistema cognitivo.
Il conflitto investe direttamente:
percezioni,
desideri,
polarizzazioni sociali.
La sicurezza diventa anche psicologica e informativa.
Attori non statali e crisi dello Stato
Il libro registra con lucidità l’ascesa di:
Big Tech,
fondi finanziari,
piattaforme digitali,
ONG transnazionali.
Attori che non rispondono a un demos ma incidono sulla sicurezza collettiva.
Ne deriva una crisi della sovranità tradizionale, che non scompare ma si frammenta.
Intelligence economica come necessità politica
Punto qualificante del testo è l’insistenza sulla intelligence economica:
non come apparato segreto, ma come funzione pubblica di lettura del mondo.
In assenza di capacità analitica, previsione e coordinamento:
lo Stato diventa cieco in un ambiente ostile.
Valutazione critica
Punti di forza
Chiarezza concettuale.
Visione sistemica del conflitto.
Superamento delle categorie pace/guerra.
Centralità delle infrastrutture e dei nodi.
Limiti
Resta sullo sfondo una riflessione più profonda sul capitale come soggetto strutturante.
Poco sviluppata la dimensione sociale interna (classi, lavoro, disuguaglianze) della geoeconomia.
La sovranità è trattata più come capacità tecnica che come rapporto politico-sociale.
Conclusione
Geoeconomia e Potere Globale è un libro necessario per comprendere il presente.
Mostra che:
la guerra è già in corso,
il potere opera nelle dipendenze,
la neutralità economica è una favola.
Chi ignora la geoeconomia non è pacifista: è disarmato.
E nel mondo che si sta configurando, essere disarmati equivale a essere governati da altri.
Se vuoi, al prossimo passo posso:
marxianizzare la lettura (valore, capitale fittizio, Stato);
costruire un confronto diretto con Arrighi / Poulantzas;
oppure integrare questa scheda in un dossier unitario su Stato, sovranità e conflitto globale.
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