Instabilità economica e politica. Una riflessione a partire da Il tempo di Ares di Stefano Lucarelli
Instabilità economica e politica. Una riflessione a partire da Il tempo di Ares di Stefano Lucarelli
di Roberto Antonio Romano
Roberto Antonio Romano analizza come la globalizzazione finanziaria, la centralizzazione del capitale e gli squilibri tra paesi abbiano portato ad affermarsi un nuovo ordine geopolitico dominato dal conflitto. Richiamandosi alle tesi sostenute in un libro recente di Lucarelli, che evoca i miti di Ermes, Ares e Pan, Romano sottolinea la necessità di un modello che leghi economia, potere e guerra, nonché di una nuova Bretton Woods che sia capace di riportare stabilità, cooperazione e sostenibilità.
Come si è arrivati a un mondo in cui il conflitto — economico, finanziario e militare — sembra tornato il motore centrale delle relazioni internazionali? Siamo in un tempo in cui la competizione economica globale, la centralizzazione del capitale e la liberalizzazione finanziaria hanno creato un ambiente strutturalmente instabile, dove la guerra — o la minaccia di essa — diventa un’estensione della politica economica.
L’instabilità del sistema economico mondiale sta segnando la nuova geopolitica internazionale. Secondo alcuni studiosi – fra cui si annovera anche Stefano Lucarelli, autore di un interessante saggio appena pubblicato, Il tempo di Ares. Politica internazionale ‘leggi economiche’ e guerre (Mondadori Università 2025) – l’apertura dei mercati e la globalizzazione finanziaria hanno favorito la centralizzazione del capitale e la formazione di squilibri creditore-debitore che, combinati con politiche protezionistiche, tecnologia e rivalità geopolitiche, alimentano la crescita delle spese militari e il rischio di conflitti.
In questo quadro è lecito richiamare la necessità di un ripensamento istituzionale (una nuova Bretton Woods sul modello della International Clearing internazionale proposta da Keynes) per stabilizzare i flussi di capitale e ridurre le tensioni. Tra le proposte che caratterizzano l’attuale dibattito sui problemi che affliggono il sistema degli scambi internazionale troviamo una regionalizzazione sensata del commercio, una nuova regolazione dei movimenti di capitale, una valuta internazionale meno dipendente dalla valuta egemone (dollaro) e la realizzazione di istituzioni multilaterali che limitino rivalità e deterrenza armata.
Se si guarda solo ai legami tra posizioni nette verso l’estero e le spese militari, come hanno fatto i diversi economisti che nel Febbraio 2023 hanno promosso sul Financial Times l’appello “The economic conditions that makes wars more likely”, si rischia di eludere una questione a me molto cara legata della demografia, più precisamente la popolazione potenzialmente al lavoro, che non dovrebbe essere esclusa nella riflessione quando si discute della nuova e ancora incerta geografia economica internazionale.
Infatti, la popolazione potenzialmente al lavoro è il pavimento della domanda effettiva che permette alle aree economiche di consolidare le proprie aspettative di crescita.
Il mito come chiave di lettura dell’economia mondiale
Si tratta di temi molto complessi, di fronte ai quali la recente pubblicazione di Stefano Lucarelli ha il merito di ricorrere a un intelligente escamotage, in grado di conquistare l’attenzione anche dei non addetti ai lavori: i miti sono trasformati in strumenti analitici. Ares non è solo la divinità della guerra, ma il principio che domina quando la logica della potenza — militare o economica — prevale sulla cooperazione. Ermes rappresenta il commercio, la finanza, la fluidità dei flussi e degli scambi, cioè il dio che unisce, ma che può anche destabilizzare se la sua energia non è regolata, Pan è il simbolo di una possibile riconciliazione tra economia e natura, tra crescita e limiti, tra politica e solidarietà.
Si tratta di una metafora della storia economica contemporanea: dal dominio di Ermes (la globalizzazione finanziaria e mercantile) siamo passati al tempo di Ares, un mondo di disuguaglianze e tensioni geopolitiche, in attesa che emerga il tempo di Pan. L’uso dei miti consente di trasformare la narrazione simbolica in strumento analitico, restituendo un quadro teorico in cui potenza, mercato e cooperazione costituiscono i tre poli della modernità capitalistica.
Le radici economiche del disordine globale
In questo schema, il conflitto non nasce da ideologie o incidenti diplomatici, piuttosto da asimmetrie strutturali nella distribuzione della ricchezza e del potere finanziario. Infatti – come lo stesso Keynes ben sapeva quando preparò la sua proposta di International Clearing Union e come il governatore della Banca Centrale cienese, Zhou Xiauchan, aveva ricordato nel white paper preparato in occasione del G20 londinese nel pieno della Grande Recessione– paesi con surplus persistenti non accumulano solo riserve ma anche influenza politica, mentre i paesi debitori compensano la perdita di potere economico con il potere militare (in realtà sono solo gli Stati Uniti che possono permettersi questo approccio). È un ciclo perverso che ricorda le tensioni degli anni Trenta, ma amplificato da reti finanziarie globali e da una tecnologia che riduce drasticamente il tempo di reazione economica e bellica.
Gli spunti presenti nel libro di Lucarelli appaiono importanti ma occorrerebbe analizzare ancor più in profondità una questione in particolare: come si distribuisce oggi fra le diverse aree economiche nazionali e internazionali la conoscenza tecnologica in grado di governare il nuovo paradigma tecno-economico emergente? E cosa è più strategicamente rilevante in questo processo strutturale, le posizioni nette con l’estero oppure la domanda potenziale esprimibile dalla popolazione lavorativa? Infatti, la nuova geografia economica, per chi scrive, non è riducibile al dare e all’avere; la nuova geopolitica si misura anche con fenomeni quali-quantitativi difficilmente riducibili alle relazioni di credito e debito a livello internazionale. La Cina, per esempio, domina i brevetti tecnologici e gli investimenti nei settori emergenti, e può utilizzare il ruolo pubblico (Stato) in misura ben più profonda di quanto non facciano le economie mature di Europa e Stati Uniti, potendo contare anche su una domanda interna (potenziale) che nessuno dei paesi del vecchio capitalismo dispone.
La centralizzazione del capitale
Una delle parti più convincenti del volume di Lucarelli è dedicata alla centralizzazione del capitale, misurabile attraverso un indice di controllo azionario, il net-control, già proposto in diversi studi sulle caratteristiche degli odierni mercati finanziari (per esempio qui).
Il capitalismo odierno è molto lontano dal modello concorrenziale astratto studiati sui manuali di economia. La concorrenza fra capitali sembra invece confermare la legge marxiana della centralizzazione secondo la quale i capitali maggiori acquisiscono il controllo dei capitali minori, come sembra oggi evidente dai dati presentati anche da Lucarelli sia nel caso statunitense che in quello cinese.
L’effetto è quello di una riduzione della capacità degli Stati di mediare gli interessi, perché i mercati sono ormai dominati da attori finanziari globali che decidono flussi e investimenti su scala planetaria (si vedano i lavori passati in rassegna da Boitani su questa rivista). Questa concentrazione non è solo economica ma anche politica: i fondi pensione americani, i fondi sovrani asiatici e i giganti del risparmio gestito (BlackRock, Vanguard, State Street) diventano strumenti di influenza geopolitica tanto quanto le flotte o le basi militari. Da qui l’intreccio tra capitalismo e potenza militare: la difesa degli assetti finanziari globali richiede capacità coercitive e deterrenti, ossia una nuova forma di imperialismo finanziario armato.
Figura 2.2: Net control e centralizzazione capitalistica nelle principali economie extra-europee

Fonte: nostre elaborazioni su dati tratti da Brancaccio – Giammetti – Loprete – Puliga (2022)
Dal tempo di Ermes al tempo di Ares
Il passaggio dalla fluidità mercantile al conflitto è reso inevitabile dal venir meno delle istituzioni di coordinamento internazionale. Come ricorda anche Lucarelli, il sistema di Bretton Woods, pur imperfetto, garantiva una forma di stabilità macroeconomica e un equilibrio tra Stati creditori e debitori. La sua dissoluzione, unita alla deregolamentazione finanziaria, ha lasciato il mondo senza regole, affidato alla legge del più forte. Infatti, registriamo il ritorno delle politiche di potenza, del protezionismo, della corsa agli armamenti, così come ai dazi (USA) che cercano di riscrivere il nuovo ordine internazionale fondato sul binomio amici-nemici. La “guerra economica permanente” è ormai una miscela, pericolosissima, in cui le armi tradizionali e quelle monetarie si mescolano: sanzioni, dazi, restrizioni tecnologiche, guerre valutarie. Anche gli Investimenti Diretti Esteri, comunque concentrati, sono concentrati in pochi poli regionali.
L’economia politica della guerra
Nella teoria economica si ritrovano strumenti utili ad analizzare le strategie dei paesi in conflitto. Il tempo di Ares, opportunamente, riprende il dilemma del prigioniero, una metafora utile per spiegare le interazioni strategiche tra potenze: si ha un gioco a somma variabile, dove la coppia di mosse «non collabora, non collabora» porta ad un totale di 10, mentre la coppia «collabora, collabora» porta a un totale di 0. Ciò significa che senza fiducia e cooperazione, ogni Stato è spinto a riarmarsi per timore dell’altro, anche se ciò porta a esiti sub-ottimali per tutti. Il modello – che nel libro di Lucarelli viene presentato a proposito della guerra fredda – può servire anche per interpretare la realtà attuale: gli Stati Uniti aumentano la spesa per difendere la propria egemonia, la Cina investe per non restare indietro, l’Europa è trascinata in un equilibrio instabile tra alleanza e dipendenza; senza un meccanismo credibile di compensazione e di regolazione multilaterale, il sistema internazionale tenderà sempre alla militarizzazione.
Tabella 1.1. Il dilemma del prigioniero

Dal tempo di Ares al tempo di Pan
La parte finale, “Dal tempo di Ares al tempo di Pan”, è la più propositiva e forse la più utopica, e invita a pensare a una nuova architettura istituzionale globale, una sorta di “nuova Bretton Woods” capace di regolare i flussi di capitale e di creare strumenti di compensazione tra paesi in surplus e in deficit. Tra le diverse posizioni sul tema – su cui recentemente si sono soffermati anche Tria ed Arcelli– l’autore si esprime a favore della necessità di un clearing internazionale che riduca la dipendenza dal dollaro e favorisca una moneta internazionale neutra, più simile alla proposta keynesiana del bancor che non agli attuali SDR del Fondo Monetario.
Questa visione si estende anche alla dimensione ecologica e sociale: Pan rappresenta l’equilibrio con la natura, l’economia del limite, l’idea che la pace economica non può essere separata dalla sostenibilità ambientale. Più complessa è la prospettiva di “de-mercificazione” di beni comuni essenziali (energia, salute, ambiente) e di reinvestimento pubblico orientato al benessere collettivo. Sebbene non citato, credo faccia riferimento ai così detti beni di merito e strategici, così come ai fallimenti del mercato. Più precisamente, alla finanza funzionale, cioè all’idea che lo Stato si avvale, oltre che dell’attività di prelievo e di spesa attuata tramite il bilancio, anche di imprese pubbliche, regolamentazione dell’attività privata, politica monetaria e del controllo del credito (in tal caso di bilancio funzionale) per raggiungere alcuni obbiettivi strategici.
Occorre una politica economica capace di muovere più strumenti. Lucarelli, in fondo, auspica il passaggio da un paradigma di competizione a uno di cooperazione, dall’accumulazione alla cura.
Conclusioni
Il tempo di Ares precipita in un momento in cui l’Europa si interroga sul proprio ruolo tra gli Stati Uniti e la Cina, tra la NATO e la “autonomia strategica”: invita a interrogarci sulla dimensione economica dei conflitti e a come le disuguaglianze finanziarie e la deregulation producono tensioni geopolitiche. In altri termini, senza una riforma radicale del sistema monetario e finanziario internazionale, la pace resterà fragile, subordinata alla logica dei mercati e delle armi, unendo l’economia alla filosofia politica, la scienza alla critica sociale. La proposta di una “nuova Bretton Woods” e di un clearing internazionale richiama con forza la necessità di una regolazione multilaterale dei flussi di capitale, ma la transizione verso il “tempo di Pan” resta più un orizzonte normativo che un programma operativo.
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ChatGPT
Ecco una sintesi compatta dell’articolo, seguita da un breve commento critico che lo integra con i tuoi interessi su geopolitica, ordine monetario e capitalismo globale.
Sintesi
L’articolo di Roberto Antonio Romano, a partire dal libro Il tempo di Ares di Stefano Lucarelli, analizza come la globalizzazione finanziaria e la centralizzazione del capitale abbiano prodotto un sistema internazionale dominato da instabilità e conflitto.
L’apertura incontrollata dei mercati, l’ascesa delle reti finanziarie globali e gli squilibri strutturali tra paesi creditori e debitori hanno trasformato la competizione economica in una forma permanente di guerra – non solo militare, ma anche monetaria, tecnologica e commerciale.
Lucarelli utilizza tre figure mitologiche come strumenti analitici:
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Ermes: il tempo della fluidità mercantile (globalizzazione e finanza).
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Ares: il tempo del conflitto (rivalità tra potenze, dazi, riarmo, sanzioni, protezionismo).
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Pan: un possibile futuro di riconciliazione, cooperazione e sostenibilità.
Il cuore dello studio è l’idea che il disordine globale derivi da asimmetrie economico-finanziarie: i paesi in surplus accumulano potere, mentre quelli in deficit (di fatto soprattutto gli USA) compensano la propria fragilità economica con il potere militare. Ne deriva un ciclo simile agli anni ’30, ma amplificato dalla tecnologia e dalla velocità dei mercati.
L’articolo sostiene la necessità di una nuova Bretton Woods: un sistema di clearing internazionale, una moneta più neutrale del dollaro, regole per i capitali e una regionalizzazione equilibrata degli scambi. La parte finale introduce la prospettiva “ecologica” e politico-istituzionale di Pan: de-mercificazione dei beni comuni, politiche pubbliche integrate, cooperazione e limiti ecologici.
Commento critico
L’articolo descrive un passaggio storico oggi evidente: la dissoluzione dell’ordine neoliberale dominato da Ermes e l’ingresso nel tempo di Ares, dove ogni squilibrio finanziario è immediatamente tradotto in tensione geopolitica. Le categorie di Lucarelli — mito come analisi strutturale — funzionano perché fanno emergere ciò che la teoria economica tende a rimuovere: che mercato, potenza e guerra sono articolazioni della stessa logica del capitale globale.
Il punto più forte della lettura riguarda la centralizzazione del capitale: fondi sovrani, fondi pensione e grandi gestori (BlackRock, Vanguard, State Street) sono ormai attori geopolitici quanto gli eserciti, e l’imperialismo contemporaneo non può essere capito senza considerarli. Qui il collegamento con i tuoi lavori sul dollaro, sulla governance finanziaria USA e sulle “armi del commercio” è immediato: l’egemonia americana non si fonda solo sulle portaerei ma sulla rete in cui il dollaro, Wall Street e gli algoritmi degli asset manager definiscono la geografia del capitale.
Tuttavia l’articolo sottovaluta un nodo decisivo: la struttura materiale della domanda e della capacità produttiva. Romano giustamente introduce il tema demografico (popolazione potenzialmente al lavoro), ma la questione va oltre: nel nuovo ordine multipolare la forza di una potenza dipende dal suo “capitale tecno-industriale”, non dai flussi finanziari. Cina e ASEAN dominano brevetti e manifattura avanzata; gli USA dominano finanza e armi; l’Europa è stretta in una crisi demografica e industriale.
Ares non è solo conflitto: è anche competizione per i paradigmi tecnologici, e quindi per il controllo dei futuri cicli del valore.
Infine, la proposta di una nuova Bretton Woods è politicamente auspicabile ma strutturalmente difficile: nessuna potenza dominante rinuncia spontaneamente al privilegio della propria valuta, e nessun declino imperiale è mai stato gestito in forma cooperativa. Per questo il tempo di Pan — cooperazione, sostenibilità, clearing globale — rischia di essere un orizzonte normativo più che un progetto realistico.
Il contributo dell’articolo è però importante: mostra con chiarezza che senza una ridefinizione radicale delle istituzioni internazionali, il mondo resterà intrappolato nel tempo di Ares. Per uscirne non basta riformare i mercati: serve un nuovo equilibrio tra potenza, produzione e finanza, che oggi nessuna potenza è ancora in grado di costruire da sola.
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Recensioni
Il tempo di Ares. Politiche internazionali, “leggi” economiche e guerre
Il tempo di Ares. Politiche internazionali, “leggi” economiche e guerre Guglielmo Forges Davanzati - 15/11/2025 [ social and political notes ] Nel libro Il tempo di Ares. Politiche internazionali, leggi economiche e guerre (Mondadori, Milano, 2025) Stefano Lucarelli adotta un’originale chiave interpretativa per dar conto delle guerre in corso, sintetizzata in questi termini: “l’evidenza scientifica support[a] una «legge» di tendenza verso la centralizzazione del capitale che distrugge la democrazia e fomenta la guerra. Man mano che i mercati internazionali si aprono, la concorrenza fra capitali conduce ad un esito molto diverso da ciò che viene auspicato dai modelli teorici mainstream: la proprietà azionaria parcellizzata e diffusa viene sottoposta al controllo di fatto di pochi. Questo esito si accompagna ad una tendenza protezionistica da parte degli Stati Uniti, il Paese che più subisce i tentativi di controllo dei capitali provenienti da chi ha maturato maggiori surplus commerciali. Ed è il dragone cinese a essere divenuto il grande creditore degli Stati Uniti”. Questa chiave interpretativa è in larga misura assente nella letteratura economica contemporanea e può farsi risalire – oltre che ovviamente a Marx – a Hilferding e, più di recente, al volume Monopoly capital di Baran e Sweezy del 1966. È noto, a riguardo, il passaggio di Marx – nel capitolo 25 del volume 1 del Capitale - che qui conviene riportare: “With the increasing mass of wealth which functions as capital, accumulation increases the concentration of that wealth in the hands of individual capitalists, and thereby widens the basis of production on a large scale and of the specific methods of capitalist production… It is the concentration of capitals already formed, destruction of their individual independence, expropriation of capitalist by capitalist, transformation of many small into few large capitals. This process differs from the former in this, that it only presupposes a change in the distribution of capital already to hand, and functioning… Capital grows in one place to a huge mass in a single hand, because it has in another place been lost by many. This is centralisation proper, as distinct from accumulation and concentration.” La prima parte del volume è dedicata alla ricostruzione storica degli anni della guerra fredda: ricostruzione effettuata con le categorie interpretative della teoria dei giochi. Segue un resoconto del dibattito interno alla c.d. international political economy, ovvero della disciplina che studia i rapporti esistenti fra la sfera economica e la sfera politica nell’arena internazionale. Opportunamente Lucarelli si sofferma, in dettaglio, sugli antecedenti storici di questi approcci, proponendo una lettura accurata delle teorie dei mercantilisti, di Smith, di Ricardo e del marxismo sul commercio estero. Il paragrafo successivo è dedicato alla geopolitica e, a seguire, al problema dell’esistenza di leggi di movimento del capitalismo. Nella sezione successiva, l’autore mostra le fallacie del “mito illuminista” secondo il quale il libero commercio fra Paesi riduce la probabilità di conflitti armati e si sofferma sulla legge tendenziale della centralizzazione dei capitali. È questo il vero e proprio nucleo analitico di questo libro ed è opportuno chiarirne il significato. Seguendo Marx, Lucarelli segnala che l’operare spontaneo del mercato produce di per sé fallimenti e operazioni di acquisizione e fusione. Queste dinamiche allontanano progressivamente il mercato dalla sua configurazione concorrenziale: si tratta della tendenza che Marx definiva “l’espropriazione del capitalista da parte del capitalista”. In più, questa tendenza si associa progressivamente alla polarizzazione fra Paesi creditori e Paesi debitori. Sebbene spesso le guerre siano interpretate come eventi accidentali, secondo l’autore è proprio dal movimento verso la centralizzazione dei capitali che bisogna partire per comprenderne le cause. Lucarelli riporta ampia evidenza empirica a sostegno dell’aumento del grado di centralizzazione, sia per quanto riguarda la proprietà, sia per quanto riguarda il controllo. È interessante osservare – seguendo l’autore nel paragrafo che segue – che le imprese cinesi contribuiscono significativamente alla centralizzazione dei capitali su scala globale. Il fenomeno in atto costituisce un rilevante problema per la tenuta democratica soprattutto perché acuisce lo sbilanciamento fra Paesi in credito e Paesi in debito e, per conseguenza, crea i presupposti per protezionismo e guerre. La centralizzazione dei capitali, inoltre, oltre a essere un fenomeno di rilevanza economica, è anche un problema di carattere politico, dal momento che accentra il potere decisionale e, per questa via, indebolisce le istituzioni democratiche. L’autore suggerisce una misurazione del grado di Economia e Politica è una pubblicazione online registrata con ISSN 2281-5260 Pag. 1 @2025 economiaepolitica.it - Responsabile scientifico: prof. Riccardo Realfonzo Il tempo di Ares. Politiche internazionali, “leggi” economiche e guerre centralizzazione basata sull’analisi delle reti complesse. In questo contesto, Lucarelli inserisce i dazi dell’amministrazione Trump, che, nella sua interpretazione, perseguono il fondamentale obiettivo di verificare quali siano i Paesi veramente amici degli Stati Uniti (e, per conseguenza, i worst offender). Qui Lucarelli si discosta dall’obiettivo dichiarato del protezionismo dell’amministrazione Trump, ovvero, come ha chiarito l’economista Miran, fra i principali teorici dell’utilità dei dazi, dal fatto che i dazi sarebbero finalizzati alla re-industrializzazione del Paese e soprattutto all’aumento del gettito fiscale, in una condizione nella quale il debito pubblico in rapporto al Pil negli USA (e nel mondo) è in continuo aumento e in una condizione nella quale lo status di moneta di riserva internazionale del dollaro implica la sua rivalutazione. È probabilmente vero quanto scrive l’autore e cioè che la re-industrializzazione USA sarà un processo lento, ma questo non implica che nelle intenzioni il protezionismo risponda anche a questo obiettivo. La sezione 3 è dedicata alla libera circolazione dei capitali, che regge, secondo Lucarelli e con una tesi convincente, non sui c.d. fondamentali ma su comportamenti imitativi e gregari che rafforzano le ondate speculative. L’autore mette in evidenza il fatto che la liberalizzazione finanziaria – promossa dal Washington Consensus – è stata spesso associata al verificarsi di crisi, contrariamente all’aspettativa per la quale sarebbe stata fonte di stabilizzazione e di crescita globale. Le crisi, poi, sono strettamente associate a quella che l’autore definisce la “gestione dell’attenzione”, connessa al bombardamento mediatico. Il volume tratta a seguire gli effetti delle politiche monetarie sulle crisi e si conclude con una ricostruzione della proposta keynesiana dell’International clearing union. Ad avviso di chi scrive, due nessi sono probabilmente da approfondire e potrebbero essere oggetto di future ricerche: 1. Il primo riguarda la relazione esistente fra centralizzazione dei capitali e stagnazione tecnologica. Esiste, come è noto, ampia evidenza empirica sul calo della produttività del lavoro negli ultimi decenni nei Paesi OCSE. Alcuni autori hanno fatto riferimento al c.d. paradosso della produttività, ovvero al fatto – messo in rilievo da Gordon (2004) – stando al quale pure a fronte dell’accelerazione dell’avanzamento tecnico, la produttività del lavoro risulta stagnante. Altri hanno proposto l’ipotesi di stagnazione secolare (cfr. Hansen, 1939; Summers, 2014a; b). Non è, quindi, sufficientemente chiaro come conciliare l’aumento dell’efficienza tecnica e organizzativa che dovrebbe derivare dalla centralizzazione dei capitali – per l’operare di economie di scala - con questi fenomeni. 2. In secondo luogo, si potrebbe approfondire la questione della diffusione geografica della centralizzazione dei capitali, per comprendere le ragioni per le quali questa è significativamente più presente in alcune aree (segnatamente gli USA) e meno in altre (p.e. l’Italia, che continua ad avere una struttura produttiva composta prevalentemente da imprese di piccole dimensioni con frammentazione dei controlli proprietari. In definitiva, il libro è da consigliare: accessibile anche ai non addetti ai lavori, è reso accattivante dai frequenti riferimenti alla mitologia greca. Riferimenti bibliografici Hansen, AH (1939). Economic progressand declining population growth, “The American Economic Review”, 29: 1-15. Gordon, R.J. (2004). Five puzzles in the behavior of productivity, investment, and innovation, “National Bureau of Economic Research”, working paper n. 10660. Summers, L (2014a), Reflections on the 'new secular stagnation hypothesis', in C Teulings and R Baldwin (eds), Secular stagnation: facts, causes and cures, 27-38. Summers, L (2014b), US economic prospects: secular stagnation, hysteresis, and the zero lower bound, Business Economics, 49: 65-73. Economia e Politica è una pubblicazione online registrata con ISSN 2281-5260 Pag. 2 @2025 economiaepolitica.it - Responsabile scientifico: prof. Riccardo Realfonz
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TESTO PULITO
Roberto Antonio Romano analizza come la globalizzazione finanziaria, la centralizzazione del capitale e gli squilibri tra paesi abbiano portato ad affermarsi un nuovo ordine geopolitico dominato dal conflitto. Richiamandosi alle tesi sostenute in un libro recente di Lucarelli, che evoca i miti di Ermes, Ares e Pan, Romano sottolinea la necessità di un modello che leghi economia, potere e guerra, nonché di una nuova Bretton Woods che sia capace di riportare stabilità, cooperazione e sostenibilità.
Come si è arrivati a un mondo in cui il conflitto — economico, finanziario e militare — sembra tornato il motore centrale delle relazioni internazionali? Siamo in un tempo in cui la competizione economica globale, la centralizzazione del capitale e la liberalizzazione finanziaria hanno creato un ambiente strutturalmente instabile, dove la guerra — o la minaccia di essa — diventa un’estensione della politica economica.
L’instabilità del sistema economico mondiale sta segnando la nuova geopolitica internazionale. Secondo alcuni studiosi – fra cui si annovera anche Stefano Lucarelli, autore di un interessante saggio appena pubblicato, Il tempo di Ares. Politica internazionale ‘leggi economiche’ e guerre (Mondadori Università 2025) – l’apertura dei mercati e la globalizzazione finanziaria hanno favorito la centralizzazione del capitale e la formazione di squilibri creditore-debitore che, combinati con politiche protezionistiche, tecnologia e rivalità geopolitiche, alimentano la crescita delle spese militari e il rischio di conflitti.
In questo quadro è lecito richiamare la necessità di un ripensamento istituzionale (una nuova Bretton Woods sul modello della International Clearing internazionale proposta da Keynes) per stabilizzare i flussi di capitale e ridurre le tensioni. Tra le proposte che caratterizzano l’attuale dibattito sui problemi che affliggono il sistema degli scambi internazionale troviamo una regionalizzazione sensata del commercio, una nuova regolazione dei movimenti di capitale, una valuta internazionale meno dipendente dalla valuta egemone (dollaro) e la realizzazione di istituzioni multilaterali che limitino rivalità e deterrenza armata.
Se si guarda solo ai legami tra posizioni nette verso l’estero e le spese militari, come hanno fatto i diversi economisti che nel Febbraio 2023 hanno promosso sul Financial Times l’appello “The economic conditions that makes wars more likely”, si rischia di eludere una questione a me molto cara legata della demografia, più precisamente la popolazione potenzialmente al lavoro, che non dovrebbe essere esclusa nella riflessione quando si discute della nuova e ancora incerta geografia economica internazionale. Infatti, la popolazione potenzialmente al lavoro è il pavimento della domanda effettiva che permette alle aree economiche di consolidare le proprie aspettative di crescita.
Il mito come chiave di lettura dell’economia mondiale. Si tratta di temi molto complessi, di fronte ai quali la recente pubblicazione di Stefano Lucarelli ha il merito di ricorrere a un intelligente escamotage, in grado di conquistare l’attenzione anche dei non addetti ai lavori: i miti sono trasformati in strumenti analitici. Ares non è solo la divinità della guerra, ma il principio che domina quando la logica della potenza — militare o economica — prevale sulla cooperazione. Ermes rappresenta il commercio, la finanza, la fluidità dei flussi e degli scambi, cioè il dio che unisce, ma che può anche destabilizzare se la sua energia non è regolata, Pan è il simbolo di una possibile riconciliazione tra economia e natura, tra crescita e limiti, tra politica e solidarietà.
Si tratta di una metafora della storia economica contemporanea: dal dominio di Ermes (la globalizzazione finanziaria e mercantile) siamo passati al tempo di Ares, un mondo di disuguaglianze e tensioni geopolitiche, in attesa che emerga il tempo di Pan. L’uso dei miti consente di trasformare la narrazione simbolica in strumento analitico, restituendo un quadro teorico in cui potenza, mercato e cooperazione costituiscono i tre poli della modernità capitalistica.
Le radici economiche del disordine globale. In questo schema, il conflitto non nasce da ideologie o incidenti diplomatici, piuttosto da asimmetrie strutturali nella distribuzione della ricchezza e del potere finanziario. Infatti – come lo stesso Keynes ben sapeva quando preparò la sua proposta di International Clearing Union e come il governatore della Banca Centrale cienese, Zhou Xiauchan, aveva ricordato nel white paper preparato in occasione del G20 londinese nel pieno della Grande Recessione– paesi con surplus persistenti non accumulano solo riserve ma anche influenza politica, mentre i paesi debitori compensano la perdita di potere economico con il potere militare (in realtà sono solo gli Stati Uniti che possono permettersi questo approccio). È un ciclo perverso che ricorda le tensioni degli anni Trenta, ma amplificato da reti finanziarie globali e da una tecnologia che riduce drasticamente il tempo di reazione economica e bellica.
Gli spunti presenti nel libro di Lucarelli appaiono importanti ma occorrerebbe analizzare ancor più in profondità una questione in particolare: come si distribuisce oggi fra le diverse aree economiche nazionali e internazionali la conoscenza tecnologica in grado di governare il nuovo paradigma tecno-economico emergente? E cosa è più strategicamente rilevante in questo processo strutturale, le posizioni nette con l’estero oppure la domanda potenziale esprimibile dalla popolazione lavorativa? Infatti, la nuova geografia economica, per chi scrive, non è riducibile al dare e all’avere; la nuova geopolitica si misura anche con fenomeni quali-quantitativi difficilmente riducibili alle relazioni di credito e debito a livello internazionale. La Cina, per esempio, domina i brevetti tecnologici e gli investimenti nei settori emergenti, e può utilizzare il ruolo pubblico (Stato) in misura ben più profonda di quanto non facciano le economie mature di Europa e Stati Uniti, potendo contare anche su una domanda interna (potenziale) che nessuno dei paesi del vecchio capitalismo dispone.
La centralizzazione del capitale. Una delle parti più convincenti del volume di Lucarelli è dedicata alla centralizzazione del capitale, misurabile attraverso un indice di controllo azionario, il net-control, già proposto in diversi studi sulle caratteristiche degli odierni mercati finanziari (per esempio qui).
Il capitalismo odierno è molto lontano dal modello concorrenziale astratto studiati sui manuali di economia. La concorrenza fra capitali sembra invece confermare la legge marxiana della centralizzazione secondo la quale i capitali maggiori acquisiscono il controllo dei capitali minori, come sembra oggi evidente dai dati presentati anche da Lucarelli sia nel caso statunitense che in quello cinese.
L’effetto è quello di una riduzione della capacità degli Stati di mediare gli interessi, perché i mercati sono ormai dominati da attori finanziari globali che decidono flussi e investimenti su scala planetaria (si vedano i lavori passati in rassegna da Boitani su questa rivista). Questa concentrazione non è solo economica ma anche politica: i fondi pensione americani, i fondi sovrani asiatici e i giganti del risparmio gestito (BlackRock, Vanguard, State Street) diventano strumenti di influenza geopolitica tanto quanto le flotte o le basi militari. Da qui l’intreccio tra capitalismo e potenza militare: la difesa degli assetti finanziari globali richiede capacità coercitive e deterrenti, ossia una nuova forma di imperialismo finanziario armato.
Figura 2.2: Net control e centralizzazione capitalistica nelle principali economie extra-europee
Fonte: nostre elaborazioni su dati tratti da Brancaccio – Giammetti – Loprete – Puliga (2022)
Dal tempo di Ermes al tempo di Ares. Il passaggio dalla fluidità mercantile al conflitto è reso inevitabile dal venir meno delle istituzioni di coordinamento internazionale. Come ricorda anche Lucarelli, il sistema di Bretton Woods, pur imperfetto, garantiva una forma di stabilità macroeconomica e un equilibrio tra Stati creditori e debitori. La sua dissoluzione, unita alla deregolamentazione finanziaria, ha lasciato il mondo senza regole, affidato alla legge del più forte. Infatti, registriamo il ritorno delle politiche di potenza, del protezionismo, della corsa agli armamenti, così come ai dazi (USA) che cercano di riscrivere il nuovo ordine internazionale fondato sul binomio amici-nemici. La “guerra economica permanente” è ormai una miscela, pericolosissima, in cui le armi tradizionali e quelle monetarie si mescolano: sanzioni, dazi, restrizioni tecnologiche, guerre valutarie. Anche gli Investimenti Diretti Esteri, comunque concentrati, sono concentrati in pochi poli regionali.
L’economia politica della guerra. Nella teoria economica si ritrovano strumenti utili ad analizzare le strategie dei paesi in conflitto. Il tempo di Ares, opportunamente, riprende il dilemma del prigioniero, una metafora utile per spiegare le interazioni strategiche tra potenze: si ha un gioco a somma variabile, dove la coppia di mosse «non collabora, non collabora» porta ad un totale di 10, mentre la coppia «collabora, collabora» porta ad un totale di 0. Ciò significa che senza fiducia e cooperazione, ogni Stato è spinto a riarmarsi per timore dell’altro, anche se ciò porta a esiti sub-ottimali per tutti. Il modello – che nel libro di Lucarelli viene presentato a proposito della guerra fredda – può servire anche per interpretare la realtà attuale: gli Stati Uniti aumentano la spesa per difendere la propria egemonia, la Cina investe per non restare indietro, l’Europa è trascinata in un equilibrio instabile tra alleanza e dipendenza; senza un meccanismo credibile di compensazione e di regolazione multilaterale, il sistema internazionale tenderà sempre alla militarizzazione.
Tabella 1.1. Il dilemma del prigioniero
Dal tempo di Ares al tempo di Pan. La parte finale, “Dal tempo di Ares al tempo di Pan”, è la più propositiva e forse la più utopica, e invita a pensare a una nuova architettura istituzionale globale, una sorta di “nuova Bretton Woods” capace di regolare i flussi di capitale e di creare strumenti di compensazione tra paesi in surplus e in deficit. Tra le diverse posizioni sul tema – su cui recentemente si sono soffermati anche Tria ed Arcelli– l’autore si esprime a favore della necessità di un clearing internazionale che riduca la dipendenza dal dollaro e favorisca una moneta internazionale neutra, più simile alla proposta keynesiana del bancor che non agli attuali SDR del Fondo Monetario.
Questa visione si estende anche alla dimensione ecologica e sociale: Pan rappresenta l’equilibrio con la natura, l’economia del limite, l’idea che la pace economica non può essere separata dalla sostenibilità ambientale. Più complessa è la prospettiva di “de-mercificazione” di beni comuni essenziali (energia, salute, ambiente) e di reinvestimento pubblico orientato al benessere collettivo. Sebbene non citato, credo faccia riferimento ai così detti beni di merito e strategici, così come ai fallimenti del mercato. Più precisamente, alla finanza funzionale, cioè all’idea che lo Stato si avvale, oltre che dell’attività di prelievo e di spesa attuata tramite il bilancio, anche di imprese pubbliche, regolamentazione dell’attività privata, politica monetaria e del controllo del credito (in tal caso di bilancio funzionale) per raggiungere alcuni obbiettivi strategici.
Occorre una politica economica capace di muovere più strumenti. Lucarelli, in fondo, auspica il passaggio da un paradigma di competizione a uno di cooperazione, dall’accumulazione alla cura.
Conclusioni. Il tempo di Ares precipita in un momento in cui l’Europa si interroga sul proprio ruolo tra gli Stati Uniti e la Cina, tra la NATO e la “autonomia strategica”: invita a interrogarci sulla dimensione economica dei conflitti e a come le disuguaglianze finanziarie e la deregulation producono tensioni geopolitiche. In altri termini, senza una riforma radicale del sistema monetario e finanziario internazionale, la pace resterà fragile, subordinata alla logica dei mercati e delle armi, unendo l’economia alla filosofia politica, la scienza alla critica sociale. La proposta di una “nuova Bretton Woods” e di un clearing internazionale richiama con forza la necessità di una regolazione multilaterale dei flussi di capitale, ma la transizione verso il “tempo di Pan” resta più un orizzonte normativo che un programma operativo.
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