La Cina è stra-vicina di Lelio Demichelis

 

Lelio Demichelis: La Cina è stra-vicina

La Cina è stra-vicina

di Lelio Demichelis

Arlacchi ritrae la storia della Cina e le peculiarità di una civiltà che si vede universalista e pacifista. Ma la tendenza a integrare economia, politica e società del socialismo di mercato somiglia a quella del capitalismo liberale. Più che a uno svolta verso il multipolarismo globale, potremmo essere vicini a un’uniformazione totalizzante secondo la razionalità tecnica produttivista

dragone luci 2048x1365.jpgTorniamo a riflettere sui temi nostri – tecnica e IA, capitalismo, lavoro – guardandoli però da Oriente, dopo la lettura dell’ultimo saggio di Pino Arlacchi dal titolo impegnativo se non ultimativo: La Cina spiegata all’Occidente (Fazi Editore, pag. 521). Un libro molto empatico (forse troppo) con il socialismo di mercato in costruzione in Cina – che riprenderemo però più avanti, dopo qualche riflessione iniziale.

Sì, sono davvero lontani i tempi del film di Marco Bellocchio La Cina è vicina (del 1967), dell’analogo slogan filo-maoista, del libro di Enrico Emanuelli del 1957. In quegli stessi anni Mao aveva sentenziato “una fornace in ogni cortile”, in nome dell’industrializzazione forzata del paese, secondo il mantra marxista dello sviluppo delle forze produttive, anche se declinato in salsa maoista. Oggi la Cina è ancora più vicina, così vicina da essere dentro e attorno l’Occidente, ma in modi tutti diversi da allora; eppure sembra anche sempre più lontana da noi Occidente, proponendo un ordine globale multilaterale al posto dell’imperialismo unilaterale euro-americano, basato soprattutto sulla forza e sulla violenza. E le fornaci sono uscite dai cortili e sono diventate industrie, mentre le auto cinesi si promuovono abilmente sui nostri mezzi di comunicazione – e se facciamo caso, sono quasi tutti suv. Con un dato eclatante su tutti: la Cina ha fatto registrare un maxi-surplus commerciale nei primi undici mesi del 2025: 1.076 miliardi di dollari, superando il record precedente di 992 miliardi, però relativo all’intero 2024. L’export verso gli USA è diminuito, mentre quello verso l’Europa è aumentato, i dazi di Trump sono serviti a poco per piegare il nemicocinese.

E poi l’intelligenza artificiale, tema (accanto a quello ambientale – e questo va a suo merito, essendo passata invece l’Europa dal Green Deal al quasi negazionismo climatico nel nome di Mario Draghi e del riarmo) su cui la Cina è impegnatissima, ma anche consapevole dei rischi per il suo impatto sociale, antropologico e sul lavoro.

E così Xi Jinping ha chiesto un “miglioramento dei meccanismi di lungo periodo per la governance del cyberspazio, un rafforzamento della capacità di previsione, precisione, sistematicità, una spinta a coltivare in modo continuativo un ambiente online pulito e sano”. Con però un passaggio ulteriore e decisamente preoccupante, “poiché un flusso pulito deriva da una fonte pulita, occorre impegnarsi a plasmare il cyberspazio con voci positive, valori mainstream [cioè cinesi e socialisti di mercato], rendendo internet una piattaforma vitale per l’orientamento ideologico, la coltivazione morale [e sottolineiamo “orientamento ideologico e coltivazione morale”] e l’eredità culturale [della Cina]. Bisogna approfondire la comunicazione online delle nuove teorie del partito, promuovere i valori socialisti fondamentali e creare più opere digitali significative, empatiche e influenti”. Che è esattamente (e specularmente preoccupante per chi ama libertà, democrazia e responsabilità) ciò che stanno facendo anche il capitalismo & il sistema tecnico digitale occidentale, promuovendo (con i suoi governi) i propri (dis)valori per il profitto del capitale, orientando e coltivando le masse secondo l’ideologia del tecno-capitalismo. Il fine sembra analogo, anche se politicamente (apparentemente) rovesciato, attraverso la rete come veicolo di propaganda. Quasi a voler dimostrare che il mezzo tecnico è neutro e che se ne può fare anche un uso socialista, come purtroppo è stato nella illusione di tutti i socialismi o libertarismi novecenteschi.

No, ovviamente, la tecnica non è neutra e si applica a sistemi diversi per potenziare soprattutto se stessa come sistema tecnico: perché si basa sempre e sempre di più sull’integrazione di tutto e tutti nel Tutto tecnico, posto che l’essenza della tecnica (il Gestell, direbbe Heidegger; la tecno-anarchia, diciamo noi) si basa sull’accrescimento illimitato di sé come potere e come potenza auto-telica e auto-referenziale. Perché la tecnica è totalizzante/integrante in sé e per sé, impone automatismi anche comportamentali, standardizza e omologa, elimina il conflitto, il tutto subordinato alla sua presunta razionalità scientifica e tecnica. Cioè l’obiettivo della integrazione delle masse in un sistema totalitario è appunto il medesimo, del capitalismo e del socialismo di mercato con caratteristiche cinesi, come ama auto-definirsi, ma che è in realtà il fine della tecnica (l’essenza della tecnica è l’integrazione). E guarda caso, Ren Zhengfei, fondatore e CEO di Huawei, ha affermato che “Huawei è una entità commerciale, ma porta avanti una missione storica. Contribuiamo a connettere il mondo e a portare la digitalizzazione in ogni angolo del pianeta, sostenendo lo sviluppo di tutti i paesi”, usando quasi le stesse parole dell’iper-capitalista Mark Zuckerberg a proposito del fine di Facebook: “mettere insieme tutta l’umanità e costruire una comunità globale”. Da qui la questione fondamentale, che troppo spesso però ignoriamo: capire cioè se stiamo davvero cercando di passare a un ordine globale multipolare e plurale, come immaginato dalla Cina e dai BRICS, oppure se stiamo andando verso un ordine unidimensionale e totalitario governato dalle macchine, cioè verso un nuovo potere archico, questa volta della tecnica.

E quindi, siamo davvero a un radicale cambio di paradigma geo-politico e geo-economico (e geo-tecnologico). La storia è finita sì, ma ha vinto il socialismo di mercato cinese, oppure, dietro l’apparenza socialista, la Cina (come tutta l’Asia) è ormai formattata anch’essa in senso pienamente capitalista, industrialista/positivista e soprattutto tecnico? E questa definizione di socialismo di mercato con caratteristiche cinesi non è una contraddizione in termini? Se è vero che il mercato è sempre esistito ma non così il capitalismo (Braudel), cioè il capitalismo di mercato (o il mercato capitalistico) è un prodotto borghese (e tecnico) più recente, si può essere per il mercato e si può usare il capitalismo (dichiarandosi allo stesso tempo socialisti), senza entrare invece di fatto (essendone comunque sussunti) nelcapitalismo e nella sua ontologia, teleologia e teologia, appunto condividendone le logiche e la razionalità strumentale e il mantra industrialista (l’accrescimento sempre e comunque delle forze produttive)? E quanto accaduto in Cina con il sistema 996 – che impegnava i lavoratori (sfruttando magari la cultura cinese del lavoro), dalle 9:00 alle 21:00 per 6 giorni alla settimana (dichiarato poi non valido dalla stessa dirigenza del partito) – non è una forma capitalistica di sfruttamento del lavoro inteso come merce? Certo, nella vecchia URSS accadeva di peggio, ma se la parola socialismo ha un senso, il 996 non doveva accadere.

La Cina è diversa dall’Occidente, scrive Pino Arlacchi nel suo saggio, miniera preziosa da cui estrarre storia, analisi, confronti continui con noi Occidente e generare nel lettore spunti di riflessione come quelli che abbiamo provato a fare più sopra e che faremo più avanti. Ovvero la Cina – come aveva immaginato Giovanni Arrighi, citato da Arlacchi – davvero “potrebbe rappresentare non una transizione dal comunismo al capitalismo”, come spera gran parte del mondo occidentale, “ma piuttosto l’emergere di un nuovo modello di sviluppo socialista, capace di utilizzare selettivamente meccanismi di mercato rimanendo fondamentalmente distinto dal capitalismo occidentale”? Una Cina che avrebbe “tre segreti” – scrive Arlacchi – che spiegherebbero in gran parte quel miracolo cinese che data dalle riforme di Deng Xiaoping del 1978. Tre segreti, tre grandi fattori strategici (che solitamente gli occidentali non vedono perché incapaci di vederli): il non-espansionismo (e la non-volontà di conquista in senso occidentale), cioè “il suo sinocentrismo universalista e pacifico” legato al rifiuto, se possibile, della guerra militare (“Cina e Asia orientale espandono produzione e mercati e snobbano armi e guerre”); la meritocrazia come metodo di governo e che dura da duemila anni; e il suo peculiare modello economico e politico socialista di mercato, con caratteristiche cinesiappunto, dove il profilo socialista risiede non tanto nella proprietà dei mezzi di produzione, “quanto nella metodica subordinazione della logica del valore di scambio a obiettivi sociali definiti politicamente”. O socialismo 2.0, che ci sembra però una definizione pericolosa, affiancando a socialismoqualcosa che per noi lo nega ex ante, appunto la razionalità tecnica e industriale oggi 2.0, autocratica in sé e socialista mai. Sì perché per noi, riprendendo Simone Weil, è la forma della fabbrica – dove qualcuno comanda (oggi gli algoritmi o l’IA) e gli altri eseguono (e purtroppo anche nel socialismo, come evidenziava appunto Simone Weil cento anni fa e come sembra accadere nel socialismo di mercato cinese, dove non basta la presenza delle cellule del partito nelle fabbriche a modificare l’organizzazione industriale) – la causa prima dell’oppressione sociale e non tanto la proprietà privata o statale dei mezzi di produzione.

Nel modello socialista il mercato e il capitale diventerebbero invece strumentidello Stato cinese, usati dallo Stato (governati e regolamentati dallo Stato) per fini socialisti e sociali, come la riduzione della povertà. In una Cina dove le politiche adottate si basano, ricorda Arlacchi, su sperimentazione e correzione degli errori – e questo è sicuramente tutto diverso dall’Occidente che invece si incaponisce ad applicare un neoliberalismo il cui fallimento dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. Trefattori che “si mescolano e si rafforzano a vicenda”, comunque ricordando che la Cina attuale “è erede della Cina imperiale molto più di quanto si possa pensare”. E se anche Arlacchi era diffidente verso la definizione (“un apparente ossimoro”) di socialismo di mercato con caratteristiche cinesi – “che piaceva al mio maestro Giovanni Arrighi” – “credo siano i risultati dell’evoluzione della Cina negli ultimi due decenni – in particolare le linee strategiche inaugurate da Xi Jinping – ad avere dato pieno potere euristico a questa espressione”.

Una storia millenaria, quella della Cina. E Arlacchi ci ricorda che “non è stata l’Europa a guidare il mondo nell’epoca moderna, come pretende il mito coltivato nelle scuole e nelle università del vecchio continente. Cina e India sono stati i poli principali di una economia-mondo egemonizzata dall’Asia fin dal 1250 e dove l’Europa si collocava in una posizione marginale, detenendo meno di un quarto del Pil mondiale”. Fu solo dopo la metà dell’Ottocento che il centro di gravità dell’economia mondiale si è spostato verso l’Europa. Una civiltà diversa, quella cinese, perché “dal carattere centripeto e pacifico”, “un cosmo che guarda a se stesso e che si considera al contempo universale, privo di una spinta espansiva di tipo sia territoriale che economico e militare” e che per questo risulta appunto incomprensibile per chi, come gli occidentali, ha un carattere opposto, “estroverso, centrifugo e guerresco” ed è abituato a vivere, dal Cinquecento in poi, “sulle spalle altrui” (dal colonialismo già genocidario in avanti).

E quindi, scrive sempre Arlacchi, noi però avanzando qualche riserva, “gli attuali successi della Cina all’estero sono di natura esclusivamente economica e non hanno niente a che fare con disegni di dominio regionali o globali. Il paese non intende esportare le sue istituzioni politiche né condiziona investimenti e aiuti esteri alla sottoscrizione di alleanze politiche o militari” e anche il progetto Belt and Road “sarebbe un ponte verso il resto del pianeta fondato su investimenti in opere di pubblica utilità e non sulla ricerca di profitti capitalistici”, posto che la sua filosofia si baserebbe su “cooperazione e amicizia transnazionali”. Lo confermerebbe l’ultimo policy paper della Cina dedicato ai paesi latinoamericani, promettendo aiuti “senza condizioni politiche”.

E il Partito comunista (ancora Arlacchi) è il “sistema nervoso della Cina, ed è allo stesso tempo software e hardware. È il Moderno principe di Antonio Gramsci, le cui riflessioni sono una buona guida per la comprensione del sistema politico cinese di ieri e di oggi”. Perché “la forza dell’impero è stata la sua capacità di governare egemonizzando la società nel senso definito da Gramsci, usando appunto quel ceto degli intellettuali organici che erano a stretto contatto sia con il popolo che con lo Stato”. Concetto di egemonia ripreso poi nel Novecento, con i comunisti che sono la “reincarnazione più ampia e complessa degli shi, i mandarini imperiali”, diventando “un imperatore collettivo nel senso di essere una élite che governa la Cina a tutti i livelli sotto i vincoli di un servizio” da rendere non più all’imperatore ma al popolo. Attraverso l’identificazione di tre soggetti – Stato, società e partito. Tipica, diremmo però, di ogni totalitarismo.

Tralasciamo qui, per evidenti ragioni di spazio e rinviandola al lettore curioso, tutta la parte del libro di Arlacchi sulla storia antica cinese e arriviamo ai tempi di oggi. Affrontando quello che per noi è di nuovo, anche se in forma diversa, un punto critico della riflessione arlacchiana. Là dove scrive, richiamando il fatto sociale totale di Durkheim, che “l’economia cinese non rappresenta semplicemente un compromesso tra pianificazione e mercato [ma anche il mercato (capitalistico) pianifica e riproduce/accresce se stesso, a questo servono il management e il marketing e il sistema scolastico e oggi gli algoritmi e l’IA, errato è pensare che il capitalismo sia anarchico – annotazione nostra], ma è parte di una totalità organica in cui la politica, l’economia, la cultura e la società vengono integrate in un unico sistema coerente”. E dunque ci domandiamo di nuovo (supra, il richiamo ai processi di integrazione), questa totalità organica tra politica, economia, cultura e società non è forse perseguita (pianificata) – sì, lo è – anche nell’Occidente liberale e soprattutto neoliberale, dove tecnica e capitale hanno colonizzato tutto e tutti i mondi della vita, ricomponendoli unidimensionalmente nella logica di mercato (capitalistico) e tecnico; e dove ciascuno, andando oltre Polanyi richiamato da Arlacchi, non è però solo merce ma anche snodo tecnico/macchina umana dell’incessante sviluppo delle forze produttive?

Se è così, allora le differenzesembrano per noi attenuarsi, fin quasi a scomparire. Certo (Arlacchi), “il liberalismo politico ed economico occidentale, da Locke a Rawls, si fonda sulla disarticolazione dei fatti sociali totali e sulla compartimentalizzazione dei mondi vitali in sfere separate, ciascuna con propri principi di legittimità e di funzionamento”; ma siamo sicuri che sia stato e sia così e non che invece disarticolazionesuddivisione, compartimentalizzazione, specializzazione, individualizzazione siano da sempre funzionali – come detto – alla più facile integrazione/sussunzione delle parti disarticolate in una totalità organica – con il taylorismo come principio politico della modernità, come scriveva Günther Anders?

E quindi – e chiudiamo questa lunga riflessione sulla Cina e sull’Occidente – con le nostre scuse ad Arlacchi per avere omesso mille altre cose trattate nel suo libro – reiteriamo la nostra domanda iniziale: davvero stiamo andando verso un mondo multipolare e plurale (qualcosa di assolutamente benvenuto e positivo), oppure la tendenzaè solo apparente, è un velo ideologico steso sopra la reale unificazione totale e totalitaria del mondo, in nome e per mezzo della tecnica? Che essendo appunto basata su standardizzazione, ripetizione, automatismi meccanici e comportamentali, riproduzione dello status quo (come l’IA con il suo taylorismo cognitivo), mai potrà accettare (perché in conflitto con la sua ontologia, teleologia e teologia) pluralismo, diversità, autonomia, libertà (soprattutto libertà cognitiva), immaginazione; si chiami capitalismo o socialismo di mercato con caratteristiche cinesi.

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ChatGPT

Certo. Ti propongo una scheda critica completa, coerente per registro, profondità e impianto con quella già fatta su Arlacchi, ma che metta bene in evidenza la specificità dell’intervento di Demichelis: non una semplice recensione, bensì una contro-lettura teorica centrata su tecnica, razionalità produttivista e rischio di uniformazione sistemica.
È pensata per rivista politico-culturale, pubblico militante / generalista colto, e già agganciabile ai tuoi lavori su Marx, Arrighi, Stato europeo e sovranità.


Scheda critica per rivista

Lelio Demichelis, La Cina è stra-vicina

(lettura critica di Pino Arlacchi e del “socialismo di mercato” cinese)


1. Inquadramento dell’intervento

L’intervento di Lelio Demichelis, La Cina è stra-vicina, si colloca come lettura critica e problematizzante dell’ultimo saggio di Pino Arlacchi, La Cina spiegata all’Occidente. Non si tratta di una confutazione frontale, né di una critica ideologica in senso classico, ma di una contro-analisi teorica che sposta il baricentro del dibattito: dalla geopolitica e dalle istituzioni alla questione della tecnica, del lavoro, della razionalità produttiva e dell’integrazione sistemica.

Il testo si muove esplicitamente entro i “temi nostri” – tecnica, intelligenza artificiale, capitalismo, lavoro – assumendo la Cina come specchio critico dell’Occidente, più che come alterità radicale. È proprio questa operazione di rovesciamento che costituisce il nucleo teorico dell’intervento.


2. La tesi centrale

La tesi di Demichelis può essere sintetizzata così:

La Cina non rappresenta necessariamente un’alternativa sistemica al capitalismo occidentale, ma potrebbe costituire una sua variante funzionale all’interno di un processo globale di uniformazione tecnico-produttivista.

Più che a una transizione verso un mondo multipolare e plurale, saremmo di fronte al rischio di una convergenza totalizzante tra capitalismo liberale occidentale e socialismo di mercato cinese, entrambi sussunti sotto la razionalità della tecnica.

In questo senso, la “stra-vicinanza” della Cina non è solo economica o geopolitica, ma ontologica: Cina e Occidente condividerebbero, pur in forme politiche differenti, la stessa logica di integrazione totale di economia, politica e società nel sistema tecnico.


3. Punti di forza dell’analisi

a) Centralità della tecnica come chiave interpretativa

Il contributo principale di Demichelis è lo spostamento del fuoco teorico: non è il mercato in sé, né la proprietà dei mezzi di produzione, a costituire il discrimine decisivo tra sistemi, bensì la forma tecnica della produzione e del comando.

Richiamando Heidegger (Gestell), Anders e implicitamente la critica marxiana della sussunzione reale, la tecnica viene descritta come:

  • non neutrale;

  • auto-telica e auto-referenziale;

  • intrinsecamente totalizzante e integratrice.

Questo vale tanto per il capitalismo occidentale quanto per il socialismo di mercato cinese.

b) Critica simmetrica di Cina e Occidente

Uno dei punti più efficaci del testo è la critica speculare: le dichiarazioni di Xi Jinping sulla governance del cyberspazio e quelle di Zuckerberg sulla “comunità globale” appaiono come due varianti politiche di uno stesso progetto tecnico-integrativo.

La rete, l’IA, gli algoritmi non sono strumenti piegabili indifferentemente a fini diversi, ma strutture di potere che tendono a orientare, normalizzare e omologare comportamenti, valori e forme di vita.

c) Smontaggio dell’illusione del “socialismo tecnico”

Demichelis colpisce uno dei nodi più delicati della narrazione filocinese: l’idea che la tecnica possa essere semplicemente “usata” in senso socialista. Al contrario, il testo insiste su un punto forte:

tutti i socialismi novecenteschi hanno fallito proprio nel credere alla neutralità della tecnica.

Il riferimento a Simone Weil è qui decisivo: la forma-fabbrica, la divisione del comando e dell’esecuzione, la subordinazione del lavoro vivo a un apparato impersonale restano forme di oppressione, indipendentemente dalla proprietà formale dei mezzi di produzione.


4. I nodi critici sollevati

a) Socialismo di mercato come ossimoro

Pur riconoscendo la forza euristica dell’espressione “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”, Demichelis ne mette in luce il carattere contraddittorio. Il mercato capitalistico non è un semplice strumento storico neutro, ma una forma sociale specifica, inseparabile da:

  • razionalità strumentale;

  • produttivismo;

  • valorizzazione illimitata.

Da questo punto di vista, l’uso del mercato e del capitale da parte dello Stato non garantisce affatto una fuoriuscita dal capitalismo come ontologia sociale.

b) Lavoro e sfruttamento: il caso del 996

Il riferimento al sistema 996 (9-21, sei giorni su sette) è centrale perché riporta la discussione sul terreno marxiano del lavoro come merce. Anche se formalmente corretto o successivamente limitato dal Partito, il 996 segnala una dinamica tipicamente capitalistica di intensificazione dello sfruttamento, difficilmente conciliabile con un orizzonte socialista.

c) Integrazione totale come tratto comune

Il punto forse più radicale del testo è la messa in questione dell’idea che l’integrazione organica di politica, economia, cultura e società sia di per sé alternativa al liberalismo. Demichelis suggerisce il contrario: la disarticolazione liberale delle sfere e la loro successiva reintegrazione tecnica sono due momenti dello stesso processo moderno.

Qui il riferimento implicito a Polanyi viene superato: non solo tutto diventa merce, ma tutto diventa funzione tecnico-produttiva.


5. Dialogo critico con Arlacchi

Il testo di Demichelis riconosce apertamente il valore del lavoro di Arlacchi, in particolare:

  • la critica dell’eurocentrismo;

  • la ricostruzione della lunga durata asiatica;

  • la nozione di non-espansionismo cinese;

  • l’uso gramsciano del Partito come “Moderno Principe”.

Tuttavia, proprio qui emerge la distanza teorica decisiva: laddove Arlacchi vede un’alternativa sistemica fondata sulla subordinazione del valore di scambio a fini politici, Demichelis intravede il rischio di una sussunzione tecnica ancora più completa, in cui Stato, Partito e società diventano momenti di un unico apparato funzionale.

La triade Stato-Partito-società appare così non solo come egemonia, ma come forma potenzialmente totalitaria, nel senso forte di integrazione senza residui.


6. Rilevanza per il dibattito europeo

Letto dal punto di vista europeo, l’intervento di Demichelis è doppiamente rilevante. Da un lato, smonta l’illusione di una semplice “via cinese” alternativa da imitare; dall’altro, mostra come l’Europa neoliberale e post-statuale condivida con la Cina lo stesso destino tecnico, pur senza la capacità di pianificazione di Pechino.

Il confronto implicito è impietoso: l’UE appare come spazio senza sovranità e senza progetto, mentre la Cina come spazio con sovranità ma dentro una razionalità tecnica globale.


7. Valutazione complessiva

La Cina è stra-vicina è un intervento teoricamente denso e politicamente prezioso perché complica il dibattito invece di semplificarlo. Non propone una sinofobia mascherata né una difesa dell’Occidente, ma invita a interrogare la forma storica della modernità tecnico-produttiva che accomuna sistemi apparentemente antagonisti.

È un testo che costringe a porsi una domanda radicale:

il vero conflitto del nostro tempo è ancora tra modelli politico-economici, o è ormai tra forme di vita e la razionalità autonoma della tecnica?


Chiusura redazionale

Un contributo essenziale per chi non si accontenta delle alternative geopolitiche di superficie e vuole interrogare le strutture profonde del potere contemporaneo.


Se vuoi, prossimi passi possibili:

  1. Scheda comparativa Arlacchi / Demichelis (con tabella concettuale);

  2. Integrazione marxiana esplicita (valore, sussunzione reale, capitale fittizio);

  3. Uso diretto come sezione critica nel tuo saggio su Europa, Stato e sovranità;

  4. Confronto con Arrighi e Bellofiore sul nodo tecnica–valore–Stato.

Dimmi come proseguiamo.

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Perfetto. Ti propongo una scheda comparativa Arlacchi / Demichelis pensata esattamente per uso redazionale e teorico, con una tabella concettuale centrale e un breve commento interpretativo finale.
Il taglio è analitico, non polemico, e già compatibile con un tuo saggio su Stato, sovranità, tecnica e declino europeo.


Scheda comparativa

Pino Arlacchi / Lelio Demichelis

Due letture della Cina tra alternativa sistemica e convergenza tecnico-produttiva


1. Premessa

Il confronto tra Pino Arlacchi e Lelio Demichelis non oppone una lettura “pro-Cina” a una “anti-Cina”, ma mette in campo due paradigmi teorici differenti per interpretare la traiettoria cinese nel mondo post-occidentale.

Arlacchi propone una lettura storica e istituzionale, radicata nella lunga durata della civiltà cinese e nella capacità dello Stato-partito di subordinare il mercato a fini sociali.
Demichelis, invece, introduce una critica ontologica della tecnica, che relativizza la differenza tra sistemi politici e mette in questione la possibilità stessa di un uso “socialista” della razionalità tecnico-produttiva.

Il nodo non è quindi “chi ha ragione”, ma quale problema ciascun autore rende visibile – e quale tende a oscurare.


2. Tabella concettuale di confronto

Asse concettualePino ArlacchiLelio Demichelis
Chiave interpretativaStoria lunga, istituzioni, civiltà, StatoTecnica, razionalità produttiva, integrazione sistemica
Natura della Cina contemporaneaAlternativa non capitalistica all’OccidenteVariante funzionale del sistema tecnico globale
Socialismo di mercatoOssimoro fecondo: mercato subordinato allo StatoContraddizione reale: il mercato trascina con sé la razionalità capitalistica
Rapporto Stato–mercatoIl mercato come strumento politico dello StatoStato e mercato entrambi sussunti nella tecnica
Valore di scambioSubordinabile a obiettivi socialiIntrinseco alla razionalità tecnico-capitalistica
TecnicaStrumento governabile politicamenteSistema autonomo, non neutrale, totalizzante
Intelligenza artificialeAmbito da regolare per fini socialiCulmine della razionalità tecnica di controllo e integrazione
LavoroIntegrato in un progetto di sviluppo nazionaleSussunto come funzione del sistema tecnico
Esempio 996Distorsione corretta dal PartitoSegnale strutturale di sfruttamento capitalistico
Partito Comunista CineseModerno Principe gramscianoApparato di integrazione totale Stato-società
EgemoniaConsenso organizzato e legittimazione politicaOmologazione sistemica e riduzione del conflitto
Rapporto con il capitalismoSuperamento selettivo del capitalismoConvergenza ontologica con il capitalismo
MultipolarismoPossibile e in attoApparente, copertura ideologica
Ordine globalePost-occidentale e più equoTecno-totalitario e unidimensionale
OccidenteCiviltà in declino storicoVariante avanzata della stessa razionalità tecnica
EuropaSpazio incapace di competere con la CinaSpazio già pienamente sussunto dalla tecnica

3. Divergenza teorica fondamentale

La divergenza decisiva tra Arlacchi e Demichelis riguarda il livello di analisi.

  • Arlacchi si muove prevalentemente sul piano storico-politico: istituzioni, civiltà, strategie statali, rapporti di forza geopolitici.

  • Demichelis opera uno slittamento sul piano ontologico: la tecnica come forma storica dominante che struttura tutti i sistemi sociali avanzati.

Di conseguenza:

  • per Arlacchi, il conflitto centrale è tra capitalismo occidentale e socialismo di mercato cinese;

  • per Demichelis, il conflitto è tra forme di vita e razionalità tecnico-produttiva, comune a entrambi.


4. Il nodo del “socialismo”

Qui il confronto è particolarmente istruttivo.

Arlacchi propone una definizione funzionale di socialismo:

non la proprietà dei mezzi di produzione, ma la subordinazione del valore di scambio a fini politici.

Demichelis replica implicitamente che questa subordinazione è illusoria, perché:

  • la tecnica industriale impone comunque gerarchie, comando, standardizzazione;

  • la fabbrica (oggi digitale) resta luogo di eteronomia;

  • lo sviluppo illimitato delle forze produttive è già di per sé una scelta politica non socialista.

Il socialismo, in questa lettura, non fallisce per errori contingenti, ma per adesione alla stessa ontologia produttivista del capitalismo.


5. Complementarità (non alternativa)

L’errore sarebbe leggere Demichelis come semplice confutazione di Arlacchi. In realtà, i due testi sono complementari:

  • Arlacchi mostra perché la Cina funziona come potenza statuale;

  • Demichelis interroga a quale prezzo antropologico e sociale questa funzionalità viene ottenuta.

Insieme, consentono di evitare sia:

  • l’idealizzazione geopolitica della Cina,

  • sia la riduzione occidentale della Cina a “capitalismo autoritario”.


6. Rilevanza per il discorso europeo

Dal punto di vista europeo, la comparazione è particolarmente feconda:

  • Arlacchi mette in luce l’impotenza strategica dell’UE rispetto alla capacità pianificatrice cinese.

  • Demichelis mostra come l’Europa sia già avanguardia della sussunzione tecnica, senza Stato, senza progetto e senza conflitto.

Ne emerge un paradosso cruciale:
la Cina possiede lo Stato ma rischia la tecnica; l’Europa ha già perso entrambi.


7. Chiusura interpretativa

Il confronto Arlacchi / Demichelis non chiede di scegliere “da che parte stare”, ma di alzare il livello della domanda:

la questione del nostro tempo è ancora quale sistema politico vincerà, o se esista una via di uscita dalla razionalità tecnico-produttiva che li accomuna?

È su questo crinale che la riflessione sulla Cina diventa immediatamente riflessione sull’Europa.


Quando vorrai, il passo successivo naturale sarà:

  • integrare questa scheda come sottosezione teorica del tuo saggio su Stato e sovranità;

  • oppure innestarvi Marx (valore, sussunzione reale, capitale fittizio) per rendere esplicita la posta teorica.

Dimmi tu quando riprendiamo.

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