Alba Parziale IL NUOVO ORDINE MONDIALE: fb 9-1-26

 



IL NUOVO ORDINE MONDIALE:

GANGSTER E VASSALLI STUPIDI DEI GANGSTER. MA "MADURO E' IL DITTATORE"!
Per me, ormai, sono tutti schifosi, dal primo esponente della maggioranza Ursula, all’ultimo dei lacché di AVS. Tutti. Tutti. Tutti. Nel nostro ippodromo italico (il parlamento dei cavallini da corsa, quando sentono odore di fama o quattrini), forse si salva qualcuno nel M5S, che riesce a fare un’analisi vera. Il resto sono tutti scatofagi, ma proprio di quelli che si nutrono di escherichia coli, come avevo detto l’altro giorno. Scatofagi che si vestono come patrizi e sotto i vestiti hanno l’effluvio tipico di chi ha leccato il culo a una colonia di gangster solo per accaparrarsi due voti, due spiccioli, due minuti di visibilità, due crediti formativi. Infatti hanno due neuroni nel cervello, che litigano pure fra loro.
E allora hanno cominciato a scimmiottare i veri banditi, quelli che prima si nascondevano dietro alle paroline e alle espressioni che sono riusciti a somministrare anche a noi come “volgo del nuovo millennio”, nei nuovi dizionari. Ci hanno infilato in testa espressioni e parole tipo "resilienza", tipo “senza se, senza ma”, “ma anche no”, “e qui mi taccio” (quale espressione più orribile di “qui mi taccio”, proprio la grammatica usata come carta igienica!), tipo “premesso che esiste un invaso e un invasore”, oppure tutto quello sfoggio di coglionaggine per distruggere ciò che resta della nostra identità linguistica. E nasce l’uso di “summit”, pronunciato all’americana dicendo “sAmmit”, l’uso di “media” che sempre pronunciato all’americana diventa “mIdia”, per arrivare a roba tipo plurali fatti con le chiocciole o con gli asterischi per non offendere né i pansessuali, né chi non ha un’identità ben definita. Puttanate. Puttanate per toglierci la capacità di capire cosa ci sta succedendo intorno. Ma ora, mi chiedo, ora che questi pavoni del nuovo ordine linguistico mondiale devono esprimersi su ciò che accade, su questa assurda situazione che ci meritiamo eccome, quando scrivono gli articoli sui giornali, quando scrivono i documenti per le conferenze, se lo ricordano ancora di mettere la chiocciolina o l’asterischino perché nessuno si senta offeso?
Io mi sento offesa, e spero che questo mio sentirmi offesa possa essere condiviso da molti altri. Anzi, mi sento presa per il culo da questi gangster e, ahimè, dai nostrani vassalli dei gangster che continuano a cagarsi sotto davanti alla cruda verità e che, pur di non perdere il loro posticino nei luoghi istituzionali, continuano a dire che Nicolas Maduro è un dittatore, che Vladimir Putin è un dittatore, che Orban è un mezzo dittatore. Per Ilaria Salis in catene è venuto giù il finimondo, che pareva che la sconfitta dell’umanità e che la decenza etica e morale fosse morta in Ungheria. Per quei poveri disgraziati che muoiono in mare, per quelli che sono stati freddati senza un giusto processo dagli USA nei Caraibi, no, per loro no. Figurati se ci si preoccupa delle catene ai polsi e ai piedi! Loro potrebbero essere dei narcotrafficanti! Anzi, dei narcoterroristi! E quindi non valgono i principi del mondo occidentale, della democrazia, della carta dei diritti dell’Uomo! Per loro non vale un cazzo, perché la più grande democrazia del mondo ha deciso che sono narcotrafficanti o terroristi, così come decisero che gli iracheni erano “sterminatori con armi di distruzione di massa”, così come hanno deciso che Hamas è un covo di terroristi, così come hanno deciso che chi non sta bene a loro è cattivo e che i buoni, per l’appunto, se li scelgono col lanternino! Tutti impauriti, tutti zitti, tutti in riga a dire che in Venezuela c’è un regime, che i cattivi stanno tutti là. E poi toccherà a Petro, che diventerà cattivo anche lui perché nasconde le FARC sotto il lavandino del palazzo presidenziale, toccherà a Claudia Scheinbaum, che forse si salverà solo perché ha il cognome tedesco.
Siamo gestiti, non governati, gestiti. Siamo gestiti da un branco di delinquenti, di affaristi, di lacché, siamo gestiti da un clan vero e proprio di affabulatori che quando gli fa comodo raccattare voti scende compatto con noi in piazza con quelle cazzo di bandierine, sempre mantenendo un aplomb espressivo di giudizio, perché sia mai che gli scappi una parolina che disturbi lo status personale di “equilibristi” che si sono aggiudicati nel corso degli ultimi decenni! E li sentiamo parlare, nei comizi, nei talk show, tanto il canone della RAI lo paghiamo noi! Li sentiamo fare interventi in Parlamento, che sembrano i "pensierini" di terza elementare, quando la maestra ci dava la traccia e ci diceva: “Parla della tua esperienza alla manifestazione per i coccodrilli della Tasmania”.
Questo abbiamo: parassiti instabili mentalmente e ideologicamente, parassiti incapaci di vivere senza quelle simbiosi marce che li fanno sopravvivere. Senza identità, senza palle, senza conoscenza, senza base proprio. Li vorrei tanto incontrare, faccia a faccia, e confrontarmici con questi qua. Che sono esperti di Venezuela, di Palestina, di Africa, di Islam, di Antartide, di Artico, di strategie militari ed economiche. Costoro che in spagnolo sanno solo dire: “vamos a la playa”; in arabo ripetono “sumud” pensando che sia traducibile come “resistenza”, che quando devono usare una parola composta in tedesco pensano che l'accusativo latino sia un sistema giudiziario dell'ONU, vogliono parlare di cultura latinoamericana e ripetono sempre: “che Cuba, che Fidel, che il Che, che Allende, che Morales, che Chavez, che Mujica, che l’Argentina di Milei”. Confondono la Guyana con la Guayaba, ma fa lo stesso, quando devono fare il discorsino se lo fanno scrivere dai collaboratori e lo imparano a memoria, oppure fanno supposizioni. E analisi, perché si ritengono anche esperti analisti.
E allora, per chi avrà voglia di leggere un mezzo libro, vi racconto io qualcosa sulla storia recente del Venezuela!
Ve lo racconto, dato che, ogni due o tre mesi, piazzo il culo all’aeroporto Maiquetia di Santiago de Leon de Caracas, non semplicemente di Caracas, che tutti questi chiacchieroni neanche sanno che la capitale si chiama Santiago de Leon de Caracas.
Se ne sentono dire di tutti i colori. Che manca il cibo, che manca il sapone, che la gente cerca da mangiare nella spazzatura. Prima di tutto: stiamo parlando di Venezuela, un paese che da sempre è classificato come terzo mondo, e per quanto abbia il petrolio, non è il petrolio che fa ricco un paese. Il petrolio è il motivo per cui lo si vuole dominare. La ricchezza è dettata dallo sviluppo, e il Venezuela è considerato un paese in Via di sviluppo. Se fosse ricco come dicono i venezuelani che manifestano contro il loro governo che, a loro dire, li impoverisce, starebbe nel G8, o nel G20 da decenni, non starebbe nel “G44”. Il Venezuela è un paese dove, da sempre, i ricchi stavano nelle mega proprietà e nei posti chic, a Las Mercedes, ad Altamira, a Bello Monte, e i poveri vivevano per strada, mangiando dalla spazzatura dei ricchi. Adesso, i poveri, hanno delle case popolari a La Rinconada, a La Pastora, a El Valle, a Plaza Venezuela, e vogliono vivere normalmente, pur non togliendo niente ai ricchi. Bene: negli ultimi anni anche le fasce più indifese della popolazione, quelli che prima erano “gli invisibili” ai quali nessuno faceva caso, né se mangiavano dalla spazzatura, né se dormivano alla stazione di Bellas Artes, hanno avuto i loro diritti, hanno studiato nelle università dello Stato, si sono laureati e sono diventati poveri più che visibili. E con una certa dignità. E, allora, cosa sta succedendo realmente? Perché tante contraddizioni nel dover raccontare una situazione anche troppo semplice? Perché farla apparire complicata quando non lo è, affatto?
Il punto è che, in Venezuela, per anni, quasi tutto finiva in mano dei “bachaqueros” (che possiamo definire speculatori, rivenditori, approfittatori e che io non esito a definire delinquenti), che si mettevano in coda a qualsiasi ora (e questo era il loro lavoro) e che, pur di guadagnare facile, compravano tutti i prodotti non appena venivano messi in commercio (a prezzo politico, ossia ai prezzi minimi imposti dallo stato); insomma, li compravano e poi li rivendevano a prezzi esorbitanti. Erano (e sono) squadre e gruppi organizzati: fanno traffico di documenti di identità, pagando chiunque gli presti il “carnet” (oggi carnet della patria) per poter compiere i loro crimini. Cittadini “comuni”, quei cittadini comuni che si lamentano, che spesso troviamo a urlare: “Ah! Quel mostro di Maduro! La dittatura!”, che non sono membri né del governo, né del partito. Che, quando sono all’estero, convincendo i più della loro sfiga, approfittano per infilarsi ovunque, nelle associazioni a raccattare contributi, nelle famiglie sposando chi gli capita a tiro, nei luoghi di lavoro piagnucolando e dicendo che loro sono poveri venezuelani che scappano dalla dittatura. Gente che non ha mai fatto un cazzo nella vita, che ha sempre saputo parassitare come tutta la borghesia latinoamericana, una borghesia che, persi i privilegi e trovatasi nella condizione di “rendita zero” o di dover produrre e non in quella di dover sfruttare, ha preferito infamare il sistema pur di non rimboccarsi le maniche e fare quello che si fa in tutto il resto del mondo: lavorare per davvero.
Per anni e anni imprenditori o persone che hanno grosse scorte di denaro che gli proviene dall’estero in maniera “misteriosa”, forse a “loro insaputa”, che hanno sempre un parente o qualcuno collegato attraverso un conto corrente di un altro paese, riceveva e riceve denaro in euro o dollari. Poi hanno un conto in Venezuela (milionario) con il quale si permettono di sborsare cifre importanti in moneta locale del paese caraibico e che sono irrisorie rispetto ai conti che hanno all’estero. A volte queste stesse persone sono quelle che effettuavano e continuano a effettuare anche il cambio a nero, uccidendo l’economia di un paese.
In Venezuela c’è corruzione. È vero. Ma in qualsiasi paese in crisi economica esiste la corruzione, peraltro di basso livello e di scarsa incisività sul bilancio di uno Stato. E poi, noi, dall’Italia, vogliamo veramente prendere lezione di corruzione da Santiago de Leon de Caracas? Noi che paghiamo tangenti multimilionarie per far lavorare ENI in Africa o che sacrifichiamo anche la vita di ragazzini (il caso Giulio Regeni docet) per i nostri traffici internazionali per nascondere i nostri affari sporchi per ottenere concessioni per estrarre materie prime, dopo Mani Pulite e dopo aver avuto uno Stato che di corruzione e complotti ci ha tirato avanti 60 milioni di persone per più di settant’anni, vogliamo criticare? E negli altri paesi? In Giappone non c’è corruzione? In Europa non abbiamo avuto mai scandali di corruzione? Ma per favore! Se pure Audi, Volkswagen (in Germania), Chrisler e Ford negli Stati Uniti, sono riuscite a truffare addirittura sulle emissioni di CO2, cosa vogliamo criticare? E la Moretti? E i vertici UE indagati?
Non siamo proprio noi europei i leader dell’apertura delle società Off Shore in paesi che manco in Google Map si vedono bene, e che le rendiamo una sorta di ago della bilancia per fare i nostri nuovi colpi di stato in mercati esteri deboli? Suvvia, noi che diamo lezioni di correttezza! Siamo noi che decidiamo chi siano i dittatori, anche quando ce li abbiamo in casa e li chiamiamo lobbisti o presidenti.
In Venezuela mancano i ricambi. Chiaro, se la maggior parte dei paesi ti impone un “blocco” nel commercio e ti spara delle sanzioni, invece che dei proiettili (e più o meno il tipo di guerra produce gli stessi danni), è chiaro che non ci siano i pezzi per essere sostituiti. Se nessuno te li vende, non è che da paese senza una storia industriale come quella europea, ti puoi mettere a produrre componenti di meccanica in stile General Motors. Chi riesce a far entrare ricambi nel paese, sempre tramite conti correnti all’estero e speculazione monetaria, chiaramente, vende i suddetti articoli a prezzi esorbitanti. E si arricchisce ancora di più, alla faccia del governo.
In Venezuela c’è l’iperinflazione. È chiaro: se gli stessi abbienti venezuelani speculano con la moneta, cosa ci dovrebbe essere? Mare piatto, scogli lisci e sole a catinelle? Se inneschi una miccia, difficilmente si ferma. E per quanto il governo cerchi di ridurre il contante, per ridurre l’inflazione, finché gli speculatori (in nome delle pagine internet che, da Miami, stabiliscono il cambio, tipo “Dolar Today” o “Monitor Dolar”, che fanno il buono e il cattivo tempo dell’economia venezuelana) continueranno a guadagnare sul cambio, non potrà certo esserci una stabilità dei prezzi. Questi signori hanno dei circuiti di chatline, di gruppi whatsapp, dove si viene inseriti per vendere e comprare “divisa estera” come se fosse il mercato delle vacche: “Vendo cento dollari al miglior offerente”, e cominciano le offerte: “Io ti do 20.000 bolivares, io te ne do 21.000”, roba che sembra l’asta di Christie’s! Io ho i soldi e compro, di affossare l'economia, che cazzo me ne frega? Mi faccio due stipendi europei in mezza giornata chattando e prendendo appuntamenti nei bar per consegnare il contante come se fosse eroina!Esattamente come funziona in Borsa quando, con la compravendita di titoli azionari, si affossano le società per azioni. Solo che invece di fare un insider trading ad una società, lo si fa a basso livello.
In Venezuela c’è stata violenza fino a qualche anno fa. C’era sempre stata, come in ogni metropoli latinoamericana. Come a Lima, a Buenos Aires, a Rio de Janeiro. Non è che puoi sperare di avere una metropoli fatta da devoti e santi. Se la gente, dai campi, va nelle grandi città a cercare fortuna e non la trova, non è che si iscrive alla bocciofila di Orio al Serio. Tenta il tutto e per tutto per mangiare creando violenza, così, come un sistema di merda ci impone. Se ti servono i soldi e non lavori, rubi.
In Venezuela (e questo non lo dice nessuno), fare il pieno ad un auto di grossa cilindrata, ti costava qualche centesimo di dollari, oggi, più o meno, cinque euro. Devi fare una coda un po’ stressante, vero, ma la benzina è quasi regalata. Insomma, in quale paese si paga così poco per il trasporto? Quale paese ti regala benzina, gas ed energia elettrica? Vero, gli stipendi medi statali non arrivano a quaranta euro (ad oggi). Ma le bollette che si pagano per un mese di fornitura di gas, luce e telefono, non arrivano a dieci euro mensili. E allora di cosa stiamo parlando? Se in Italia si guadagnano 1.500 euro al mese e se ne spendono ottanta o cento euro ogni volta che si riempie il serbatoio dell’auto, dove sta tutta questa differenza? Se la mia utenza di gas mi costa (e non parlo dei mesi invernali) duecento euro al mese e in Venezuela tre euro, dove sta tutta questa disperazione? Quale paese "occidentale" paga cinque euro per riempire il serbatoio di una Jeep turbo diesel? E, ripeto, stiamo parlando di un paese del terzo mondo, non della Danimarca. E credo che la Danimarca, con il problema della perdita della Groenlandia, pena un bombardamento se non accetta, avrà qualche problema in più da ora in poi…
In Venezuela, qualche anno fa, si facevano le code. Se volevi un certo tipo di prodotto e questo prodotto era scarso, facevi la coda. Io a volte vedevo la gente in coda e automaticamente mi ci mettevo, pensavo che se c’era tanta gente, probabilmente avrei trovato qualcosa di interessante, anche se non sapevo cosa. Era un po’ una mania: coda uguale novità. Esattamente come qua si fa per l’iphone “Xchecazzosia”. Mi ricordo che si noleggiavano più documenti di identità in Venezuela che sulle navi di profughi. Gente che arrivava alla cassa con 8 o 10 documenti diversi, per fare scorte alimentari a prezzi politici e poi continuava a gridare: “Ah! La dittatura! Il cattivo di Chavez! Il cattivo di Maduro!”. Quello che non si dice è che le code si formavano dove si vendeva a prezzo popolare, chi aveva i soldi poteva tranquillamente andare al Centro Madeirense o in altri supermercati e comprare quel cazzo che voleva. Si è fatto un uso strumentale delle immagini della gente in coda, ma in coda c’erano i poveri, non quelli che viaggiavano sugli Airbus di Air France o Iberia per venire a lamentarsi a Roma o a Madrid!
Nel periodo più brutto, cioè quando ancora il Venezuela non era in grado di produrre per il suo fabbisogno, perché per decenni ha importato tutto in cambio del petrolio senza produrre neanche un chilo di grano, per un pacchetto di farina, per un barattolo di Mavesa (la margarina Venezuelana a cui nessun venezuelano rinuncia, manco per il cazzo), fagioli ed alimenti vari, si pagava qualcosa come 50 centesimi di euro. Ho conosciuto gente che veniva pagata 3 dollari per fare le code, molto più di quello che avrebbe guadagnato per un lavoro a tariffa oraria. I bachaqueros fanno questo: dalla mattina, alla sera. Fanno le code, come lavoro, e rende bene, soprattutto nel momento di rivendere ai colombiani che, addirittura, nelle zone di confine, comprano i soldi venezuelani (i biglietti, per intendersi) perché la carta filigranata vale di più del valore della moneta e viene riciclata e rivenduta allo stesso stato colombiano per battere nuova moneta a costi irrisori. Questa è la triste verità.
In Venezuela chi ha un conto corrente in euro o in dollari all’estero, gode soltanto della spirale prezzi-salari, perché si arricchisce ogni qual volta il Bolivar si svaluta. Tanto che i locali sono pieni di gente, i ristoranti lussuosi sono sempre “full” e si deve prenotare, i locali “in” hanno sempre ogni tipo di prodotto. Nel periodo più duro, a metà del decennio scorso, i vari “lamentatori seriali” sedevano al ristorante italiano “Guido”, vicino al Boulevard di Sabana Grande. E lì trovavano anche la parmigiana di melanzane e le lasagne. Una mangiata della madonna con meno di due euro. E mi chiedevo: perché a Guido non manca il pane, non manca lo zucchero, non manca la harina pan, non manca niente, manco la coca cola? Guido forse guida il suo ristorante con un potente, misterioso macchinario che stampa i prodotti in 3D?
Per un periodo, quello in cui si facevano “Las Guarimbas”, gli oppositori politici portavano la gente a manifestare contro il governo. E la pagavano, tanto erano super ricchi, dare due spiccioli a quattro coglioni era un vantaggio per loro: gli costavano poco per riempire una piazzetta e fare due foto, e ai manifestanti conveniva prendersi la mancetta che cadeva dal cielo. Allora, su questo vorrei porre un ulteriore riflessione. Mettiamo che in Italia si debba manifestare a Roma contro il governo, ok? Molte persone, per arrivare a Roma, dovrebbero comprare il biglietto per il treno o per il pullman, al limite usare bla bla car, mangiare nella capitale e passare una giornata fra un caffè e l’altro o a cercare bottigliette di acqua. Una spesa media, stando bassi, di cinquanta euro. Ecco, in molti non possono permetterselo perché magari, a casa, hanno due o tre figli e con cinquanta euro ci mangiano per una settimana. Mi chiedo: come è possibile che in Venezuela dove, appunto, stando alle dichiarazioni della gente, si perdeva peso e non si mangiava, la gente potesse passare mesi nelle piazze, senza lavorare, manifestando tutto il giorno se, a casa, aveva i figli che muorivano di fame? Quale genitore incosciente si farebbe licenziare dal lavoro per le continue assenze dovute all’orgoglio da manifestante, se non ha i soldi per mangiare? Quale studente andrebbe a farsi massacrare con le Nike e con ordigni artigianali (e non solo) in mano che costano più di otto mesi di stipendio medio? Insomma, o il Venezuela è il paese con il più alto tasso di schizofrenici e di malati di sindrome bipolare, oppure qualcuno, a questi tizi, li paga. E li paga più di quello che guadagnerebbero a spiattellare il loro culo su una sedia d’ufficio tutto il giorno. Perché la matematica non è un opinione, ma una scienza abbastanza attendibile. Se io dovessi dar da mangiare ai miei figli, mandarli a scuola, vestirli e curarli (o comprargli un telefonino al mese perché, puntualmente, glielo rubano – e questo sì, ahimè, è stato per diverso tempo un triste primato in quel di Caracas), non potrei permettermi di scorribandare da una piazza all’altra distruggendo vetrine, macchine della polizia, bloccando le arterie principali della circolazione veicolare della città, mandando in tilt il traffico per giorni interi. Qua, tizi come questi, verrebbero considerati teppisti (nella migliore delle ipotesi) o black block, secondo il protocollo della polizia che li menerebbe e che già qualcuno lo ha pure fatto fuori con proiettili veri. La polizia venezuelana, quando c’erano queste “Guarimbas”, nella maggior parte dei casi, non reagiva e portava anche troppa pazienza, beccandosi il lancio di bombe carta, di molotov e di altri ordigni che i manifestanti manco sapevano usare bene.
Tanti Venezuelani sono emigrati gridando: “Allarme, Allarme, alla dittatura!”. E gli stessi che hanno fatto questo, oggi, chiedono al loro presidente Maduro di mettere a disposizione i voli di Stato per poter rientrare nel loro paese perché, dopo l’esperienza non proprio benevola nel resto dell’America Latina o le pedate nel culo di Trump e la detenzione nelle carceri del Salvador (che non sono propriamente l’Holiday Inn), ammettono che – in fondo - a casa loro, tanto male non stavano. Mi chiedo io: quale DITTATORE CATTIVO E CRUDELE manderebbe i voli di Stato a riprendere i cittadini emigranti? Quale perseguitato politico chiederebbe al suo aguzzino di riportarlo in patria? Meditate gente, meditate, prima di parlare…
La dittatura è dittatura. E Nicolás Maduro, per quanto inesperto, per quanto alle prese con qualcosa che è più grande di lui, per quanto "leggero", per quanto impreparato su certi dettagli, può essere tutto, anche un esaurito. Ma mai un dittatore. E chi lo definisce tale, Fratoianni compreso, si dovrebbe solo vergognare. Vergognare perché le palle ce l’ha veramente sotto il buco del culo. E scusate il francesismo, ma io so di cosa parlo. E so chi è Nicolas Maduro. Nicolas Maduro è un uomo buono, che sta con tutti, che parla con tutti. Che non mi ha arrestata neanche quando gli ho detto che era tonto (perché gliel’ho detto) e che secondo me sbagliava di grosso a invitare quel puttanaio di gente alle conferenze internazionali. Gli ho detto di tutto, di più, come sono solita fare io. Pure che aveva il figlio più tonto di lui e che avrebbe dovuto imparare a tenere il bicchiere in modo corretto, dallo stelo e non dalla coppa. In meno di un’ora gli ho distrutto moralmente la famiglia, il sistema economico, gli ho dato dello scolaro per i suoi modi di fare e di innalzare le bandierine. E Maduro, invece di arrestarmi, mi ha offerto la torta di Guanabana, la coca cola, il caffè, e ha detto a quelli del bar di darmi due pacchetti di caffè Venezuela perché me lo portassi in Italia. L’ho finito, l’ho bevuto tutto. E non sono morta. Sono qua a scrivere un pippone senza fine. Il caffè mi ha tenuta sveglia. Sono sveglia, anche troppo. E tutti dovrebbero bere il Caffè Venezuela per svegliarsi. E tutti dovrebbero capire. E tutti dovrebbero farsi un’analisi della coscienza. E tutti dovrebbero smetterla di essere ipocriti. E tutti dovrebbero capire chi sono i dittatori. Non ci vuole molto, basta davvero il caffè.

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