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CENSURA WAP DOMANI


In Texas si censura Platone: il Simposio parla «di genere e razza»

A un docente di filosofia morale della Texas A&M University di College Station è stato chiesto di togliere i brani del dialogo platonico dal programma perché non poteva includere argomenti collegati a «ideologia razziale, ideologia gender o argomenti collegati a orientamenti sessuali o identità di genere». È solo l’ultimo episodio di censura legata alla retorica Maga dell’ideologia woke negli atenei

«O togli quei passi di Platone, o verrai assegnato a un corso differente»: è questo l’aut-aut che il dottor Martin Peterson, docente di filosofia morale alla Texas A&M University di College Station, si è visto recapitare nei giorni scorsi dall’ateneo. Il motivo? Peterson aveva indicato il Simposio tra i testi da affrontare per trattare tematiche legate al genere e alla razza all’interno del suo corso “Problemi morali contemporanei”. Ma la scelta è andata in conflitto con le nuove politiche interne all’università, pensate per allontanare le accuse di propaganda dell’ideologia “woke-progressista” da parte dei repubblicani che governano il Texas.

A partire da novembre gli accademici della Texas A&M non possono includere argomenti collegati a «ideologia razziale, ideologia gender o argomenti collegati a orientamenti sessuali o identità di genere», qualora si trovino a insegnare discipline fondamentali per un certo corso di laurea. Per le discipline accessorie può esserci una deroga, dopo l’approvazione da parte di una commissione dedicata. Ma non è questo il caso del corso del dottor Peterson, in partenza nei prossimi giorni: il suo insegnamento è considerato fondamentale per la Filosofia.

La polemica

Negli Stati Uniti è scoppiata la polemica, dato che la vicenda ha i contorni di una violazione delle libertà di parola e di insegnamento. L’American Association of University Professors (Aaup) ha condannato la decisione dell’ateneo. «In un’università pubblica – sostengono –, questa azione solleva problemi legali seri, che includono la violazione della libertà accademica protetta dalla Costituzione».

E su Platone: «Silenziare idee vecchie di 2.400 anni, di uno dei più influenti pensatori, tradisce la missione dell’istruzione superiore e nega l’opportunità agli studenti di confrontarsi in modo critico con il pensiero occidentale. Un’università di ricerca che censura Platone sta tradendo il suo dovere di verità, ricerca e fiducia pubblica».

Stessa linea per la Foundation for Individual Rights and Expression (Fire): «La commissione non ha solo promosso la censura, l’ha sdoganata con conseguenze immediate e prevedibili. Non si proteggono gli studenti oscurando una filosofia vecchia di 2.400 anni».

Infine lo stesso Peterson al New York Times: «Un professore di filosofia che non può insegnare Platone? Ma che università è questa?». Tuttavia, – riporta Daily Nous, testata specializzata in notizie sulla filosofia accademica – la decisione finale del docente è stata quella di rimuovere i passi del Simposio incriminati e sostituirli con lezioni su libertà accademica e di pensiero.

Dal canto suo, la Texas A&M ha tenuto a precisare che non sta censurando il filosofo ateniese, in quanto ospita corsi che «includono i lavori di Platone ma non trattano temi relativi a ideologie razziali e di genere». Insomma, vanno bene i famosi dialoghi, ma a patto che non si trattino certi temi.

Gli altri casi 

E qui si arriva al punto, dato che il tutto appare come un rovesciamento della narrazione sul fenomeno “woke”, in cui di solito chi tiene ai temi razziali e di genere viene accusato di scarsa tolleranza. Ma la decisione della governance dell’ateneo di adottare questo regolamento restrittivo riflette proprio la battaglia culturale che i repubblicani texani stanno portando avanti contro gli atenei.

Anche qui hanno fatto presto ad assorbire la retorica trumpiana delle università come focolai di dottrine “woke” o “progressiste” da estirpare. Tant’è che, proprio alla Texas A&M, un docente è stato licenziato lo scorso novembre e due amministrativi sono stati rimossi perché nel corso si riconoscevano più di due generi.

Il braccio di ferro tra politica e università è però comune negli Stati repubblicani. Sempre a novembre, in Indiana, un professore è stato rimosso dall’insegnamento dopo aver mostrato una grafica che etichettava lo slogan Make America Great Again come supremazia bianca. In Florida i repubblicani hanno iniziato togliere i corsi come quello di Sociologia quelli obbligatori in alcuni atenei per evitare «l’indottrinamento liberale».

Certo, quando si parla di università, le ingerenze sulla libertà di insegnamento fanno più rumore. Tuttavia già dal 2021, in 14 stati repubblicani, sono entrati in vigore veri e propri indici dei libri proibiti, per bandire dalle scuole testi legati alle questioni razziali e sessuali.

Per l’anno scolastico 2023-2024 la no profit per la libertà di espressione, Pen America, ne ha contati più di 10mila. E nel calderone sono finite opere come Maus di Art Spiegelman, Il buio oltre la siepe di Harper Lee, Il mondo nuovo di Aldous Huxley, Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood e la saga di Twilight di Stephenie Meyer.

Il wokismo rovesciato del mondo di Trump

Autorevoli opinionisti insistono nello spiegare la politica liberticida della Casa Bianca come una risposta al fenomeno che ha ispirato la cancel culture, È invece un atto di imperio. Armato del potere coercitivo. Induce a pensare che non ci si debba preoccupare troppo di questa mannaia sulle università, visto che sono scuole d’élite. Il wokismo è l’anti-intellettualismo trumpista. Un mastodontico inganno. Identificare la cultura critica con il wokismo è una manipolazione. Per farsi nuova élite

Ci sono argomenti che spiegano e argomenti che ci confortano delle convinzioni che abbiamo. Il meccanismo funziona bene soprattutto nel mondo delle opinioni, tendenzialmente restie alla complessità. Prendiamo il caso della spiegazione delle ragioni della mannaia usata dal governo Trump con le università grandi e piccole, a partire da Harvard, che fa cronaca per la determinazione a resistere all’attacco della Casa Bianca. Fondi per la ricerca e le borse di studio congelati e permessi di soggiorno per gli studenti stranieri annullati.

Autorevoli opinionisti insistono nello spiegare questa politica liberticida come una risposta al wokismo, quel fenomeno di political correctness estremo che ha ispirato la cancel culture, la reinterpretazione della storia americana. Un fenomeno di puritanesimo che è diventato radicale a partire dalla prima elezione di Trump e dall’uccisione di George Floyd per mano della polizia.

La contestazione anti-machista e anti-razzista ha preso di mira l’universalismo: i diritti si sono fatti identitari, e la democrazia libèerale è stata spesso associata al colonialismo. In risposta, si sono levate diverse contestazioni nei campus contro il wokismo e per la libertà di parola. Associazioni di studenti hanno organizzato incontri e fondato blog per contestare questi fenomeni di censura linguistica. Alle parole si è risposto con le parole. Come si usa fare in democrazia e come si dovrebbe fare nelle università.

Avevo uno studente che si formava per insegnare nelle scuole superiori pubbliche e aveva una notevole abilità retorica. Un giorno scrisse un progetto di corso centrato sulla monumentalistica. Un’idea interessante ma condita con una ideologia predefinita che spiegava tutto. «Sei sicuro che questo sia il modo migliore per aprire la mente alla critica dello schiavismo e della discriminazione razziale?». La sua risposta era un fiume di parole che non lasciava scampo. Gli proposi di andare alla statua di Jefferson, situata davanti alla scuola di giornalismo, che egli avrebbe voluto sostituire con una raffigurante una schiava con un bambino. Obietto: non sarebbe meglio scrivere sotto la statua di Jefferson che possedeva schiavi invece di immortalare solo gli schiavi cancellando gli schiavisti? Restò per la prima volta senza obiezioni.

Il wokismo lo si combatta(va) discutendo. Il wokismo di Trump è un atto di imperio. Armato del potere coercitivo. Fa male a tutti e, soprattutto, alla cultura. È wokismo sostitutivo (non ha forse cambiato il nome del Golfo del Messico?). Ma questa sostituzione non è percepita se si spiega il trumpismo come reazione al wokismo presente nei campus. Anzi, induce a pensare che non ci si debba preoccupare troppo di questa mannaia sulle università, visto che, oltrettutto sono scuole d’élite. Come si può sentire solidarietà verso le istituzioni dei ricchi?

La punizione di Harvard non desta simpatia. Sono ormai numerosi i blog e i giornalisti che si cimentano in questa propaganda populista, quella stessa che Trump e i trumpisti propalano dalla Casa Bianca. L’attacco populista all’establishment, spiegava Richard Hofstadter, ha gonfiato un aspetto presente alle origini della cultura etica repubblica, a partire dal Great Awakening di metà Settecento: lo scorticamento degli acculturati, la messa alla gogna di color che sanno e, al contrario, la celebrazione della incultura perché genuina, buona, non ipocrita. E intanto i lestofanti approfittano. Trump elogia gli ignoranti; chiama a sé chi non sa.

L’esito di questa spiegazione è rendere periferico l’attacco alla libertà di pensiero, parola, stampa e insegnamento; anzi, di occultare l’obiettivo: l’azzeramento della libertà di ricerca perpetrato anche con l’identificazione della cultura liberal con il woke. Se non che, il wokismo è proprio l’anti-intellettualismo trumpista. Un mastodontico inganno, nel quale cascano tanti importanti commentatori. Un inganno rischioso e che fa il lavoro della destra a sinistra.

È vero, invece, che l’obiettivo della repressione della cultura non è liberare le università dal wokismo. È la subordinazione del modo di pensare libero e critico al dogma nazional-etno-razzista del Make America Great Again.

Identificare la cultura critica con il wokismo è una manipolazione; ed è un obiettivo micidiale. Assai chiaro nelle posizioni rappresentate da JD Vance, l’ispiratore del lamento risentito dei bianchi impoveriti (non per loro responsabilità, ovviamente) contro le grandi istituzioni culturali, alle quali lo stesso Vance ha avuto accesso grazie alle borse di studio. Quelle stesse che ora il suo governo ha congelato. Vendicarsi di chi ha bisogno di borse di studio. Anche a questo aspira la guerra contro le élite – a farsi nuova élite. 


Gli antichi e la cancel culture. Quando la stroncatura è ingiusta

La via per comprendere la cultura “altra” dei classici è lasciarci urtare dalle domande che questa suscita. Autodifesa di un libro che non liquida affatto la cancel culture con una sprezzante alzata di spalle

Ho sempre nutrito una certa invidia verso chi pratica la stroncatura. Sicurezza di tono (e di se medesimi), una frase presa ad emblema per un intero libro, quattro battute più o meno ben scritte, e voilà, il signore è servito. E pensare che magari il recensito (stroncato) ha impiegato mesi, a volte anni, a raccogliere il materiale e ad elaborarlo per costruire la sua argomentazione, praticando il difficile mestiere del saggista o dello studioso serio. Ma tant’è, chi stronca va di fretta.

di fretta è andata Lorenza Pieri recensendo su questo giornale il mio ultimo lavoroChi ha paura dei Greci e dei Romani? Dialogo e cancel culture, appena uscito da Einaudi. Il mio libro viene infatti presentato come un disinformato pamphlet in cui si difenderebbero i classici dagli “allarmanti” movimenti culturali che, negli Stati Uniti, ne vorrebbero la censura; e per documentare questo pericolo si appoggia a qualche marginale fatto di cronaca di nessuna rilevanza.

Insomma, la Pieri mi dipinge come un sacerdote della cultura greca e romana, il quale si assume il compito di proteggerla da attacchi che, in realtà, non esistono. Naturalmente non è così, anzi è tutto al contrario. A proposito della documentazione, ad esempio, basta scorrere le mie pagine per incontrare note fitte di indicazioni puntuali, nelle quali, per supportare le mie affermazioni, rimando a riviste americane specializzate, articoli del New York Times, libri di professori e professoresse statunitensi.

Non certo unicamente alle ingenue parole di condanna dell’Odissea pronunziate da una qualche professoressa di high school, come sembra ritenere la Pieri. A proposito, lo so anch’io che in America non c’è il liceo classico, non c’è bisogno che mi venga ricordato (ho insegnato a Berkeley dal 1992 al 2018). La cosa più imbarazzante, però, è ancora un’altra. Il mio libro non liquida affatto la “cancel culture” o il movimento “decolonizing classics” con una sprezzante alzata di spalle da sotto la mia veste sacerdotale. Al contrario.

Discuto e approfondisco i motivi, storici e sociali, che in America stanno dietro movimenti come questi, riconoscendone quindi anche le ragioni; e metto anzi in evidenza il fatto che in Europa, sui classici in particolare, c’è molto da lavorare, proprio per mettere in discussione tutti quegli aspetti delle culture antiche che urtano non solo la sensibilità di chi, in America, si ispira al movimento “decolonizing classics”; ma in generale il sentire di qualsiasi persona che abbia un’idea un po’ più nobile dei diritti umani e dell’esistenza in generale.

Come la pratica della schiavitù, pervasiva nelle società antiche, il ruolo marginale riservato alla donna, la difficile posizione degli omosessuali, e così via.

Via alla comprensione

Chi mi conosce sa che da anni combatto una battaglia per propugnare uno studio dell’antichità greca e romana non più come matrice della cosiddetta civiltà occidentale, ma come una cultura “altra” da noi, una palestra per incontrare il diverso e lavorare perciò su di “noi” attraverso il confronto con “loro”. Questa stessa via antropologica all’antico, che come ripeto perseguo da anni, l’ho proposta anche in questo libro. In quale contesto? Vediamo un esempio.

Di fronte a certi classici ritenuti “scomodi”, come le Metamorfosi di Ovidio, in cui ricorrono episodi di stupro, il movimento “decolonizing classics” arriva a proporne addirittura la cancellazione dal syllabus, ovvero ne cosparge il testo di “trigger warning”: avvisi agli studenti che la lettura di quest’opera potrebbe causare disagio o malessere.

Sinceramente non condivido questo atteggiamento censorio, lo ritengo sbagliato perché spegne la scintilla più preziosa che possa accendersi nella mente di uno studente: la curiosità, la voglia di capire, di interrogare e di interrogarsi. Quella che propongo è piuttosto una via storica e antropologica alla lettura e alla comprensione di questo tipo di testi.

Di fronte agli stupri che, nella mitologia greca, vengono spesso compiuti dalle divinità maschili su ninfe o donne mortali, dobbiamo infatti porci prima di tutto delle domande: questo significa forse che in Grecia si poteva stuprare tranquillamente una donna? No di certo, non confondiamo il finzionale con il reale. Ma perché l’immaginario greco punta anche su temi come questi? Ecco una questione preziosa, che può suscitare il problema – comparativo – che anche il “nostro” spazio finzionale, come le serie Netflix o altra cinematografia, non esitano a mettere in scena stupri.

C’è una differenza però – altra domanda, altra curiosità – fra questi due immaginari, il “nostro” e il “loro”? E se sì quale? E qual è, per noi e per loro, il rapporto fra il mondo della fiction e quello della vita reale? Già, infatti Greci e Romani avevano le schiave, le nostre società per fortuna non hanno più questa istituzione … Insomma, un bravo professore o una brava professoressa, con le Metamorfosi in mano, possono suscitare appassionanti discussioni storiche e antropologiche con i propri studenti.

Se però cancellano semplicemente Ovidio dal syllabus, beh, tutto questo non potrà mai avvenire. Mi spiego con un altro esempio, che peraltro sviluppo a lungo nel mio libro. Plauto crea molto spesso battute ironiche fondate sulle crudeli percosse inflitte agli schiavi. E allora che si fa? Smettiamo di leggere le sue commedie, ovvero ne censuriamo delle parti? Oppure facciamo finta di niente, quasi che battute del genere fossero espressioni come qualsiasi altra, di cui cercare al massimo una buona traduzione? Come ancora avviene a scuola o in certe aule universitarie. Né l’una né l’altra cosa.

Comparazione antropologica

Piuttosto, ciò che occorre fare è vincere l’anestesia comica o l’assuefazione classicistica, che l’abitudine a queste tipo di letture potrebbe provocare in noi, per sentirsi urtati da simili invenzioni– e a questo punto partire nuovamente con le domande, non con la cancellazione. Perché Plauto si serve proprio del corpo dello schiavo per creare battute di spirito?

Come le recepivano gli spettatori, fra i quali, oltretutto, sappiamo esserci stati anche degli schiavi? Che società era, quella romana, se usava la violenza come intrattenimento? Magari domande come queste, invitandoci a imboccare la via della comparazione antropologica, possono farci accorgere che anche “noi”, nelle nostre fiction e nei nostri videogiochi, utilizziamo un’enorme quantità di violenza come intrattenimento. E vi sembra normale? Si tratta anzi di un fenomeno talmente pervasivo e sconcertante, che non se ne parla mai.

Come del resto viene dichiarato esplicitamente nel titolo, il mio libro è prima di tutto ispirato al “dialogo”. Per questo la bussola che mi ha guidato nella ricerca è sempre stata quella di trovare una “via di cresta” (come più volte ripeto) fra certi eccessi della “cancel culture” o “decolonizing classics”, e la banalità piatta e volgare delle reazioni italiane e europee che talora si scatenano di fronte a questi atteggiamenti – cioè proprio quelle che la Pieri, davvero paradossalmente, mi attribuisce. Ma si sa, chi stronca un libro non ha il tempo di leggerlo.


Trump e il fattore F: sintomi del nuovo fascismo

La questione che interessa studiosi su entrambi le sponde dell’Atlantico non è nominalistica. Rivela la difficoltà a identificare il trumpismo, se come una forma rude di autoritarismo o una forma blanda di fascismo

La questione F che interessa studiosi su entrambi le sponde dell’Atlantico non è nominalistica. Rivela la difficoltà a identificare il trumpismo, se come una forma rude di autoritarismo o una forma blanda di fascismo.

Marc Lazar e Olivier Burtin hanno tenuto una conversazione su Le Monde su questi temi, mentre da alcuni mesi si susseguono analisi su The Jacobin, The New York Times, Dissent Magazine e altre testate.

Il rompicapo è irrisolvibile se affrontato per incasellare il trumpismo nel fascismo storico. Non solo perché siamo di fronte a un governo, quello statunitense, che ancora e nonostante gli stiracchiamenti sta dentro i limiti della costituzione, ma anche perché manca quel che diede specificità indiscussa al fascismo: la politica come violenza e l’uso della violenza come mezzo per ottenere obbedienza, eliminare l’opposizione e infine far saltare il sistema costituzionale.

L’assalto al Campidoglio

Quest’ultima cosa ha rischiato di avvenire con l’assalto al Campidoglio il 6 gennaio 2021. Non ha avuto successo ma ha cambiato la natura del trumpismo e ha indotto alcuni storici, come Robert Paxton prima restio a usare la catogoria del fascismo fuori del contesto che l’ha generata e nutrita, a risolvere i dubbi e a considerare il trumpismo una forma di fascismo.

Non si va molto lontano neppure prendendo la strada dell’ideologia. Nonostante le similitudini col fascismo, è assente dal trumpismo la mistica dello stato – semmai c’è la volontà di demolire lo stato amministrazione secondo la religione techno-capitalistica e anarco-liberista.

Circa il nazionalismo, è indubbio che il suprematismo bianco e la xenofobia possono prendere con facilità il posto del razzismo fascista – e sono presenti negli Stati Uniti non da oggi. La dottrina della Race First che ha marciato insieme al mito del Deep South con George C. Wallace, poi catapultata sulla scena federale quando il governatore divenne leader di un movimento populista rappresentativo del working man contro l’establishment progressista.

L’epopea del populismo americano raccontata da Michael Kazin alcuni anni fa è come un dizionario storico della lunga marcia verso il trumpismo, con l’innesto dell’attacco contro lo stato sociale ad opera del maccartismo.

Album di famiglia

La storia è stata setacciata in tutte le sue pieghe e si ferma sempre di fronte al fattore F. Forse perché, come mi dice un collega, non avendo avuto mai un regime fascista, si può con grande facilità sostenere posizioni e idee che sono fasciste a tutti gli effetti. Negli States manca l’anti-fascismo perché è mancato il fascismo. E tutto è possibile.

Una via d’uscita dall’impasse definitorio è stata offerta da Viktor Orbán e Vladimir Putin che alcuni anni fa hanno sfoderato il neologismo «democrazia illiberale». Ma, direbbe Norberto Bobbio, chi si affida a questa idea per denotare il trumpismo dovrebbe dirci cosa è una democrazia senza la certezza dei diritti di libertà.

Forse, il metodo dell’album di famiglia potrebbe esserci d’aiuto. Non è necessaria, cioè, l’identità esistenziale col fascismo per designare un fenomeno come fascista. Meglio allora far cadere la comparazione col regime storico e anche con la sua ideologia (ammesso che il fascismo ne avesse una sistematica). Meglio seguire la strada dei metodi della propaganda e di persuasione.

Stile fascista

Dai megafoni e dalle piazze irregimentate ai social network e all’intelligenza artificiale. Il mezzo cambia la forma della politica e trasforma il fascismo stesso – per esempio rende possibile una violenza non fisica e che ha tuttavia effetti molti simili a quelli dei metodi del passato: umilia le opposizioni, genera paura a esporsi (lo si vede nelle università americane) e conformismo delle opinioni, designa nemici da eliminare ed esercita simboliche carneficine sui siti.

Forma una società remissiva a fronte di leader arroganti, genera la manipolazione e la distorsione delle informazioni e in questo modo vengono minate la ragione individuale e la capacità di consenso ragionato.

Allena alla violenza quotidianamente anche con la pratica ormai accettata largamente delle politiche anti-immigrazione. Non l’ideologia, non il regime, ma la diffusa mentalità che si diffonde facilmente e ha alcune coordinate chiare: il tradizionalismo intollerante; l’uguaglianza solo tra uguali; la definizione di “chi siamo” per sottrazione (di quel che è di disturbo).

La mentalità potrebbe essere una traccia di quel che il fascismo del Ventunesimo secolo potrebbe essere. Come ha scritto Federico Finchelstein, «i fascisti in erba (wannabe fascists) non sostengono apertamente il fascismo, ma gravitano verso lo stile politico e i comportamenti fascisti



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