Il Ponte su Venezuela
Ardeni
Di fronte a un assurdo attacco a uno Stato sovrano qual è il Venezuela, un attacco che ci ricorda, pur in condizioni completamente diverse, il Vietnam, l’Afghanistan, l’Iraq e in definitiva tutta una politica aggressiva degli Usa, abbiamo ritenuto importante aprire sulla nostra rivista uno spazio che permetta ai nostri collaboratori – che ringraziamo – di esprimersi al riguardo.
Il Ponte
Interventi di Pier Giorgio Ardeni, Angelo d’Orsi, Domenico Gallo, Jeffrey D. Sachs, Enzo Scandurra, Francesco Sylos Labini, Alessandro Volpi
Contro l’imperialismo da gangster rovesciamo il tavolo dell’alleanza e rilanciamo il multipolarismo
L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, il rapimento del presidente Nicolas Maduro e della moglie sono atti di una gravità inaudita. Uno Stato sovrano violato impunemente, per sequestrarne il presidente e portarlo di fronte alla giustizia a difendersi dalle accuse di organizzare il narcotraffico, questa la motivazione ufficiale, con un’azione di puro gangsterismo. Con l’aggravante, come ha ammesso lo stesso Trump, di puntare in realtà a gestire le risorse petrolifere del paese e «guidarlo verso una transizione giudiziosa». Insomma, qualcosa che dovrebbe essere considerato inaccettabile: rapire il capo di Stato di un paese il cui regime è inviso per poi controllarlo e governarlo, come era già accaduto con l’Iraq di Saddam Hussein e la Libia di Muammar Gheddafi. Con la differenza che, in quei casi, si cercò, a giustificazione dell’intervento, quantomeno l’approvazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. No, in questo caso gli Stati Uniti hanno agito unilateralmente e sfrontatamente in un atto di guerra per il quale il presidente Trump non ha neppure richiesto l’autorizzazione del Congresso, come stabilito dalla legge. Il che pone gli Usa in cima alla lista di quegli Stati “canaglia” che essi stessi avevano stilato all’indomani dell’attacco alle torri gemelle nel 2001.
Di fronte a questo, si pongono due questioni. La prima è capire il perché di tale inusitata iniziativa. Quale minaccia poneva il Venezuela? Perché gli Usa sono intervenuti per decapitarne il potere e prendere la guida del paese (e ancora non è chiaro come)? La seconda è: come dobbiamo reagire? Quali prospettive politiche si aprono? L’aggressione al Venezuela ha squarciato un velo: il leone imperialista ha dato una zampata per uscire da quella che percepisce come un’agonia e vuole riprendersi il controllo del mondo sul quale la sua supremazia sembrava indiscussa. E il mondo non ha che da temere e deve pertanto reagire cercando il modo migliore per non cadere in una spirale di violenza e disordine senza fine.
Il declino americano
È già stato sottolineato – per esempio da Alessandro Volpi – che l’aggressione al Venezuela sarebbe la «palmare dimostrazione della profonda crisi degli Usa che sono schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese, da una inflazione pronta a esplodere per i dazi e se Trump ordinerà alla Fed una riduzione dei tassi e da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite». Di fronte a questo stato di cose, «Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un paese ricchissimo di risorse, per rianimare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria». «Per un’economia in crisi – afferma Volpi – la guerra è, agli occhi di Trump, la soluzione migliore e la legittimazione che ha ricevuto dalle servili élites europee, a cominciare dal governo Meloni, sembra dargli, drammaticamente, ragione».
Certo, se ha ragione Zizek a dire di Trump che «he does business as war and war as business», è anche vero che «lo sceriffo della nuova America» (cit. J.D. Vance) ha comunque agito secondo una logica in cui le ragioni di breve periodo – come il ruolo del dollaro e l’insostenibilità del debito Usa (cfr. anche Rogoff su «Foreign Affairs») – si sommerebbero a quelle più strutturali, come la perdita della supremazia economica mondiale ma, soprattutto, una sempre maggiore debolezza dell’economia, causata dalla de-industrializzazione e dal livello dei consumi, esacerbato dalle disuguaglianze crescenti. Oltre, naturalmente, alla sua personale megalomania “imperiale”. Se queste ragioni giustificherebbero l’azione gangsteristica, cerchiamo di capire dunque quanto di vero ci possa essere.
Il Pil degli Stati Uniti, se valutato a parità di potere d’acquisto, rappresenta oggi solo il 14,65% di quello mondiale, superato da quello cinese che ormai si avvicina al 20%, mentre il Pil della UE è appena al 14%. Il “sorpasso”, secondo i dati IMF-WB, è avvenuto nel 2016 e da allora la quota cinese non ha fatto che crescere, mentre quella Usa e UE è sempre calata (nel 1980, la quota UE era il 27,5%, quella Usa il 21,6% e quella cinese appena il 2,1%). La primazia americana, in altre parole, è ormai superata e in declino da molto tempo.
Certo, il Pil pro capite americano è di 89.600 dollari, quello europeo quasi la metà (46.800 dollari, a parità di potere d’acquisto) e quello cinese solo di 13.810 dollari. Ma nel paese le disuguaglianze di reddito sono enormi, molto maggiori che in molte altre nazioni. Negli Usa, infatti, i divari di reddito sono tali che il reddito medio dell’1% più ricco è di oltre 1,3 milioni di dollari, mentre il 99% più povero ha una media di circa 50.000 dollari, una differenza di 26 volte. L’indice di Gini per gli Stati Uniti è pari a 0,42, contro lo 0,36 della Cina e lo 0,294 della media UE.
Gli Stati Uniti sono il maggiore importatore del mondo, con un volume di importazioni pari a più di 4.000 miliardi di dollari (dati 2024) e un volume di esportazioni di 3.192 miliardi. Gli Stati Uniti sono importatori netti sia globalmente che nei confronti dei principali partner, con l’eccezione del Canada (primo mercato per i beni e servizi prodotti negli Usa). L’industria manifatturiera Usa resta la seconda del mondo dopo la Cina, con il 17% del totale mondiale, dietro al 30% cinese e davanti al 5% di Giappone e Germania. La produzione statunitense, tuttavia, è andata crescendo negli ultimi anni nei settori ad alta tecnologia e alto valore aggiunto, perdendo colpi nei settori delle produzioni di massa. La de-industrializzazione ha avuto effetti non solo sull’output complessivo ma ha colpito soprattutto l’occupazione, ora scesa a 27 milioni di addetti nella manifattura e nelle costruzioni (meno di un quinto degli occupati totali). La quota degli occupati nell’industria era vicina al 28% nel 1951 e da allora è andata costantemente diminuendo, soprattutto nel nuovo secolo, fino al livello attuale appena superiore al 12%. Nell’ultimo decennio, in particolare, l’industria ha perso quasi 750.000 addetti (compensata, in parte, dalla tenuta del settore edile).
Il crollo dell’industria, tuttavia, è avvenuto in concomitanza con l’aumento dell’import di prodotti della manifattura dalla Cina, più economici, ma soprattutto in ragione dell’aumento dei settori finanziari, dei servizi e dell’high-tech, ove ha trovato sbocco la maggiore crescita dell’occupazione (gli occupati totali sono oggi 164 milioni, erano 149 nel 2006).
Se anche la crescita dell’economia Usa nell’ultimo decennio è stata comunque sostenuta, tra il 2,5 e il 3% – spinta dai consumi delle fasce più affluenti della società americana –, essa è stata inferiore a quella cinese (attorno al 7,5% medio) e superiore a quella della UE (tra l’1,6 il 2,8%). Oggi la Cina è leader mondiale nel settore manifatturiero (in particolare elettronica, macchinari, veicoli elettrici), dominando le catene di fornitura globali, mentre il suo settore dei servizi (tecnologia, finanza, vendita al dettaglio online) ne spinge il Pil, grazie anche ai contributi dell’agricoltura (pollame, colture) e ai punti di forza emergenti nell’intelligenza artificiale, nell’economia digitale e nella tecnologia verde avanzata (batterie), rendendola la forza dominante sia nei servizi industriali in uscita che in quelli digitali. Gli Usa, dal canto loro, sono ancora una forza dominante nel digitale, nell’energia (in petrolio e gas oggi i maggiori produttori mondiali), nei prodotti farmaceutici e sanitari e, soprattutto, nella finanza.
La loro influenza globale, tuttavia, è andata ridimensionandosi negli ultimi anni e la Cina viene vista come una potenza crescente e minacciosa. In molti settori, la dipendenza americana dai cinesi è divenuta cruciale, in particolare per i beni di largo consumo, i prodotti farmaceutici (principi attivi) e i minerali essenziali (terre rare) per la tecnologia e la difesa, mentre oltre il 90% dei prodotti statunitensi contiene componenti cinesi.
Il declino americano come potenza economica è, in sostanza, relativo. È l’esposizione finanziaria che preoccupa, per gli effetti che questa può avere, mentre la de-industrializzazione appare temibile più per ragioni sociali interne (di scarsa importanza, in effetti, per Trump) e per ragioni strategiche. Gli Usa sono comunque un player ancora fondamentale nell’economia globale, ma è la perdita della supremazia e del controllo assoluto sui mercati e sulle catene di fornitura che li innervosisce. In quest’ottica, mentre Africa e Asia sono quasi date “per perse” nella conquista di una dominanza economica strategica, l’America latina è vista come un bacino che non deve assolutamente cadere sotto l’influenza cinese (o russa). Nel sub-continente oggi sono cresciuti paesi come Brasile e Messico che non sono più trattabili con supponenza. Il Venezuela è partner importante per la Cina nel petrolio e il controllo delle sue riserve, quindi, rientra in quest’ottica: prendere la Cina, il maggior compratore di petrolio al mondo, “per la gola” e metterla in difficoltà.
Il declino americano – da unica superpotenza di riferimento a primus inter pares – nasconde quindi la volontà di poter disporre delle risorse del mondo come si è sempre fatto, da vero impero “centro del mondo”. Un gigante con i piedi d’argilla, però, un paese sempre più diviso e dilaniato, segnato da divisioni di classe e condizione che hanno radici profonde.
Un paese malato
Gli Stati Uniti sono il paese al mondo con il più alto numero di morti per droga, per arma da fuoco e per incidenti stradali, giusto per selezionare alcuni indicatori, oltre ad avere un’alta mortalità infantile e un’età media più bassa di paesi simili a economia avanzata. 110.000 morti all’anno per droga – una vera e propria epidemia da oppiacei – ovvero 31,2 morti per 100.000 abitanti, contro una media europea di appena 2,5, di cui 19,1 in Scozia, il più alto. Negli Usa ben 13,7 persone ogni 100.000 abitanti muoiono per un colpo d’arma da fuoco (più della metà per suicidio). Nel 2023, i morti sono stati quasi 47.000, contro i 6.500 in tutta la UE (meno di 1 ogni centomila abitanti, il 75% dei quali per suicidio). I morti a causa di un incidente stradale sono stati 41.000, 12,2 morti ogni 100.000 abitanti, contro i 20.000 in Europa, cioè 4,5 morti per 100.000 abitanti (e i 7,8 della Romania, il paese con più vittime). Sono questi tre indicatori di malessere e di mal vivere che si commentano da soli.
Il tasso di mortalità complessivo in Europa, peraltro, se si escludono gli anni della pandemia, è passato dai 10,4 morti per mille abitanti del 2019 ai 10,8 del 2023. Negli Usa, è pari a 9,2 morti per mille abitanti. Il tasso di mortalità infantile, invece, è di 5,6 morti per mille neonati vivi, contro i 3,3 della UE. L’aspettativa di vita alla nascita negli Usa è di 78,4 anni (75,4 per gli uomini, 81,1 per le donne, dati 2023). In Europa, ha raggiunto gli 81,4 anni (78,7 per gli uomini, 84 per le donne), con variazioni che vanno dai 75,8 della Bulgaria, 75,9 della Lettonia e 76,6 della Romania agli 83,8 dell’Italia e 84 della Spagna.
Un paese malato, che soffre di patologie sociali e individuali profonde, le cui cause sono, ovviamente, anche economiche. Negli Stati Uniti 37 milioni di persone – l’11% della popolazione – vivono sotto la soglia di povertà (dati 2023, nel 2024 la quota è scesa al 10,6%). In Europa, secondo Eurostat, la media nel 2023 è stata del 6,8%, con variazioni che vanno dal 24,3% di Romania e Grecia all’1,4% della Slovenia.
È chiaro che la condizione di povertà dipende largamente dalla demografia e dalle caratteristiche socio-economiche: è più alta per neri e ispanici, giovani e persone con bassi livelli di istruzione ed è tipica anche di molte persone che lavorano in occupazioni a bassa remunerazione. In Europa, come negli Usa, varia fortemente da regione a regione. Tanto maggiore è la prevalenza delle condizioni di povertà ed esclusione, tanto maggiore è la propensione alla criminalità, all’uso di droghe, alla violenza. E negli Usa, a differenza della maggioranza delle città europee, vi sono zone off-limits, di segregazione ed esclusione, opposte alle gated communities dei ricchi.
Il paradiso del capitalismo
Il paradiso del capitalismo? Sì, quello selvaggio. Negli Stati Uniti un’élite sempre più ricca si è giovata della finanza, poggiandosi su quei pochi giganti dell’high tech (il cui aumento vertiginoso dei capitali però rischia di essere una bolla). Il paradiso, sì, ma di un capitalismo oligarchico, che ha mandato in fumo il “sogno americano”, con la compressione della middle class e lo schiacciamento della working class. Nei cinquant’anni tra il 1970 e il 2020, il reddito della classe media è cresciuto del 50% in termini reali, quello delle classi ricche del 70% mentre quello della working class appena del 49% (Pew Research Center). Oggi, il 50% delle famiglie appartiene alla middle class (erano il 61%), laddove il 21% si trova nella classe superiore (erano il 14%). I ricchi oggi detengono metà del reddito nazionale (ne avevano il 29% mezzo secolo prima).
Nel 2024, il coefficiente di Gini calcolato sul reddito disponibile era negli Stati Uniti intorno allo 0,48 (un’alta disuguaglianza), con il quinto più ricco con più del 52% del reddito totale e il quinto più povero con solo il 3,1%. Nell’Europa capitalista, invece, l’indice di Gini segna valori decisamente più bassi e una media attorno a 0,294, con una distribuzione del reddito più uniforme in paesi come Slovacchia, Repubblica Ceca, Slovenia e Belgio (sotto 0,25), rispetto a Bulgaria (0,384), Lituania (0,353) e Lettonia (0,342) e anche Italia (0,322), dove le regioni Campania, Calabria e Sicilia hanno un indice superiore a 0,353, tra i più alti in Europa (in UK, l’indice è pari a 0,329).
Le élites economiche, in ogni caso, hanno da tempo guadagnato un’influenza sulle politiche dai tempi di Reagan che non ha eguali negli altri paesi. La patria del neoliberismo ha visto il trionfo delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni e della de-regolamentazione – tanto sotto i Democratici che con i Repubblicani – che con Trump ha conosciuto una curvatura che ha dato luogo a un capitalismo oligarchico in cui i padroni della “grande finanza” dei fondi e dell’high-tech si sono definitivamente “comprati” lo Stato (si vedano, tra gli altri, gli ultimi due libri di A. Volpi).
Le disuguaglianze crescenti, maggiori che in Europa, hanno comunque dato linfa al populismo trumpiano, già dal 2016, conquistando fasce crescenti di blue e white-collar workers della middle ma anche della lower class con le promesse della re-industrializzazione e dell’isolazionismo. Ed è per questo che la combinazione tra il turbo-capitalismo finanziario e il populismo suprematista appaiono come due facce della stessa medaglia. Trump e la sua cricca vogliono far tornare l’America prima tanto nella produzione di ricchezza e beni per il largo consumo, potenzialmente stimolando anche l’occupazione, a spese degli altri paesi (che spiega il perché delle guerre dei dazi).
La logica militare
In questo quadro, la stessa espansione militare rientra non solo nella logica di superpotenza ma in quella economica, ai fini di garantire la supremazia globale. Negli ultimi quarant’anni, la spesa per armamenti statunitense ha avuto un aumento costante, particolarmente dopo l’11 settembre 2001 e negli anni 2010-11, raggiungendo nel 2024 i mille miliardi di dollari. Gli Stati Uniti spendono da soli più del 40% del totale mondiale (dati SIPRI) e più di quanto spendono i primi nove paesi in graduatoria. La Cina, il secondo paese per ammontare, spende oggi meno di un terzo degli Usa, il 2% del Pil (contro il 3,8% degli Stati Uniti).
Nessun paese si avvicina, neanche lontanamente, a quanto devolvono gli Stati Uniti agli armamenti. La spesa russa non raggiunge i 150 miliardi di dollari, il 7% del Pil (un esborso notevole, per finanziare la guerra in Ucraina, che però mostra anche la dimensione relativa della spesa della Russia). L’Europa, a sua volta, destina alla spesa militare ben 450 miliardi di dollari, tre volte tanto la Russia.
L’allargamento della Nato, voluto dagli Stati Uniti e accomodato dai paesi europei, è stato funzionale alla logica di superpotenza degli Usa. La spesa militare del paesi Nato ha oggi raggiunto i 1.500 miliardi di dollari. E oggi appare chiaro come l’ampliamento della Nato, anche dopo il 2004, sia stato concepito in chiave antirussa, con l’idea di portare quel paese a implodere. La Russia ha retto, certo, il suo Pil è cresciuto a un tasso del 7% medio annuo, grazie ai proventi di petrolio e gas e anche se oggi l’esborso per la spesa militare appare sostenuto, essa sembra ben lontana da quella dissoluzione che si auspicava. E oggi, quella potenza e quella supremazia che la sola economia non basta più a imporre, gli Usa paiono volersela conquistare con le armi: indirettamente, finanziando Israele per dominare il Medio Oriente e direttamente, come stanno facendo in Venezuela e minacciano di fare in tutto il continente americano.
Nuovi imperialismi e multipolarità
Che l’aggressione al Venezuela e il sequestro del suo presidente e della first lady siano un atto di imperialismo è evidente. Si potrà anche valutare l’effetto di un “regime change”, ma è chiaro che non è accettabile che questo possa avvenire sotto il controllo militare di un altro paese, in queste condizioni. L’azione di Trump è all’insegna della legge della giungla, dell’imposizione con la forza di un cambiamento istituzionale che è contro ogni accettata prassi internazionale. Che poi tutto questo avvenga con l’obiettivo dichiarato di “guidare” il paese e rimettere in piedi la sua industria petrolifera aprendo alle compagnie americane appare disgustosamente inaccettabile. Trump vuole riappropriarsi delle risorse di un paese non tanto per guadagnarci, quanto per togliere alla Cina un fornitore importante.
Ora, in un certo senso gli Stati Uniti hanno sempre avuto attitudini “imperialiste” e la dottrina Monroe ne è certamente un esempio. In passato, operavano più in segreto, fomentando colpi di Stato e foraggiando milizie. Dopo la fine della guerra fredda, quando si sono sentiti investiti del ruolo di “poliziotto del mondo” per abbattere dittature ed esportare democrazia (ci andrebbero sempre le virgolette, quanto le argomentazioni erano costruite ad arte), sono intervenuti sempre e pesantemente, cercando però un imprimatur, un assenso dell’Onu, costruendo alleanze allo scopo. Ciò che risalta ora è l’assoluta arbitrarietà, la decisione di procedere da soli, senza alcun consenso internazionale neppure di facciata. Non c’è nessuna fiducia né riconoscimento nei confronti dell’Onu, nessun interesse a giustificare azioni che sono tanto temerarie quanto prepotenti. Non è solo Trump che fa lo sceriffo: è una cerchia, rappresentativa di un’oligarchia, che concepisce il mondo in modo “medievale”, dove quello che conta è la forza brutale e la potenza.
È questa non solo una logica imperialistica pura, ma essa è talmente viziata da un gangsterismo di fondo che ci porta a una domanda. Possiamo davvero continuare a pensare a Trump come a un alleato? Gli Usa sono oggi uno Stato canaglia, tanto e più di quanto lo erano quelli che essi dipingevano come tali. Agiscono indisturbati, di fatto disconoscendo l’Onu e qualunque possibile consesso internazionale in cui motivare e giustificare le proprie azioni. Certo, le alleanze sono tra paesi, indipendentemente da chi li governa, ma i segnali non sono incoraggianti e andrebbero presi sul serio. La Nato, per metà della sua esistenza, è stato lo strumento per gli Usa per garantire che l’Europa rientrasse nella sua area di influenza, contro l’Unione Sovietica. Dissolta l’Urss, la Nato si è nel tempo trasformata in uno strumento di pressione contro la Russia, per provocarne l’indebolimento e l’eventuale sparizione (una mira allettante, essendo questa una potenza nucleare). Le cose, però, non sono andate come si auspicava nei quartieri generali della Nato. La Russia ha reagito, più per proteggere e controllare le aree che riteneva vicine – abitate da popolazioni russe o russofone – che per una sua volontà imperialistica (chi si diletta oggi con questo argomento, solo perché anche in Russia governa un’oligarchia sotto l’autocrate Putin non riesce a dimostrare la validità di questo argomento).
Trump e la sua cricca non hanno in mente l’accettazione del mondo multipolare che si andava delineando già da prima della pandemia. La Cina, l’India, l’Indonesia e finanche il Brasile sono oggi potenze economiche emergenti, che si dividono e conquistano mercati. La Russia, che aveva nei paesi UE i suoi principali partner commerciali, ha trovato modo di diversificare. L’Unione Europea stessa è un concorrente, più che un alleato, ed è militarmente vassalla, così va trattata. E Trump, nella logica imperiale che lo guida, vuole oggi immaginare un mondo suddiviso tra tre “imperi”, gli Usa, la Russia e la Cina. Con la differenza che la Cina non ha queste ambizioni imperialistiche (cfr. Sylos Labini), oltre a quelle di un primato economico e tecnologico in cui si relaziona con una pletora di paesi nel mondo.
Che l’Europa possa accettare tutto questo appare finanche incredibile. Neppure l’Europa della Merkel, per non dire di quella di Delors o di Prodi, avrebbe mai anche solo preteso di considerare come possibile un’azione come quella di Trump. I tempi sono cambiati, perché è l’economia che è cambiata, oltre a essere cambiata la politica e i suoi leader. I neo-con, dopo aver mantenuto il potere per anni, sono stati superati da sovranisti, destre estreme e tecno-populisti. Ma è il capitalismo del nuovo neoliberismo che si è liberato dallo Stato, controllandolo, “comprandoselo”, che oggi prevale. Pochi fronzoli democratici e di rispetto del diritto internazionale: ciò che conta è stabilire l’ordine che oggi conviene ai forti, ai dominatori. Nemmeno il più stolto oggi può dire che a nessuno interessi la democrazia in Venezuela (o in qualunque altro posto). I venezuelani, se qualcosa avevano ottenuto dal regime di Chavez o di Maduro, era un miglioramento delle loro condizioni di vita. Ora potrà tornare ad essere, se gli Usa lo consentiranno senza mandare i loro soldati con «gli scarponi sul terreno», una repubblica delle banane in mano alle big oil companies yankee.
Le reazioni in Europa all’azione piratesca di Trump sono state pietose e spregevoli. Non solo si sorvola sulla palese violazione di ogni diritto, di ogni legge di convivenza, ma si discute – sui media e tra politici e commentatori – sull’opportunità di un cambiamento di regime in Venezuela come se nulla fosse, indipendentemente da come ci si è arrivati. Tuttavia, se il principale partner dell’alleanza di cui facciamo parte così si comporta, una qualche riflessione dovremmo farla.
La prima, ovviamente, si riferisce non solo al fatto di esigere spiegazioni: può un atto di pirateria internazionale restare impunito? Come può un partner affidabile muoversi al di sopra della legge senza che nessuno lo critichi, lo giudichi? L’appartenenza alla Nato giustifica una nostra accettazione? Ovviamente no. Ed è per questo che dovremmo, ora, rovesciare il tavolo: dell’alleanza Nato – come fidarsi di un alleato così? – e della UE così com’è oggi. Le destre e i liberal di casa nostra addirittura plaudono e considerano legittimo l’intervento Usa. Non osiamo immaginare cosa faranno ora che Trump minaccia Messico, Cuba e Colombia e finanche la Groenlandia.
In realtà, la reazione alla violenta azione trumpiana mette in evidenza una linea di frattura che potrebbe rivelarsi proficua per il futuro per i progressisti pacifisti e globalisti. Agli “americanisti” che accettano questo nuovo stato di cose – il cui possibile prospetto è solo il caos globale – governato da un’America nuovamente al centro dell’impero, temibile e minacciosa, dovremmo iniziare a contrapporre il “multipolarismo” di chi vede l’Europa nel ruolo di ponte, all’insegna della pace, della neutralità e della diplomazia. Arrivare a negoziare con la Russia una convivenza non belligerante potrebbe essere un passo, sottraendosi alla logica di potenza di Trump (e anche di Putin, se ve n’è una), garantendosi il disimpegno attento dagli Usa che lo stesso Trump occhieggia. Lo stesso, potrebbe essere certificato con la Cina.
È chiaro, però, che tutto questo potrà avvenire solo se vi sono cambiamenti più radicali nelle nostre politiche e nelle tendenze di fondo. Anche in Europa, negli ultimi anni, si è affermato un capitalismo delle élites oligarchiche che governano l’economia e le istituzioni. I partiti della cosiddetta sinistra si sono allontanati dai ceti popolari, cui dovrebbero invece tornare a guardare per rimetterli in gioco, ridare loro fiducia nella democrazia e non lasciarsi conquistare dalle illusioni populiste sovraniste. Per rilanciare l’idea di un reale progresso economico per le genti e gli strati meno abbienti è necessario un cambio di paradigma.
La nefasta congiuntura attuale si presta. Un fronte progressista pacifista, anti-trumpiano (e anti-Netanyahu), anti-imperialista e contro il capitalismo delle oligarchie. Rifiutiamo il Far West per rilanciare il multipolarismo e quel capitalismo “ben temperato” che era stato possibile immaginare in altra epoca ma a cui abbiamo rinunciato.
Pier Giorgio Ardeni
ChatGPT
Ecco un abstract sintetico e coerente con il taglio politico-analitico dell’articolo, adatto a rivista o dossier.
Abstract
L’articolo analizza l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela come atto di imperialismo diretto e unilateralismo gangsteristico, inserendolo nel quadro del declino relativo della supremazia americana e della crisi strutturale del capitalismo statunitense. Il sequestro del presidente Maduro viene interpretato non come un’operazione di “difesa della democrazia”, ma come una manifestazione brutale di una strategia di potenza volta al controllo delle risorse energetiche e al contenimento della Cina, principale partner petrolifero di Caracas.
Attraverso un’ampia ricostruzione economica e sociale, il testo mostra come gli Stati Uniti restino una potenza centrale ma sempre più fragile: gravati da debito pubblico e privato insostenibile, deindustrializzazione, disuguaglianze estreme e profonde patologie sociali, essi tendono a compensare la perdita di egemonia economica con l’uso crescente della forza militare. La spesa bellica, il ruolo della NATO e l’allargamento dei conflitti vengono letti come strumenti di governo dell’economia globale e di difesa di un capitalismo oligarchico-finanziario sempre più separato dal consenso democratico interno.
Nel contesto di un mondo ormai multipolare, l’aggressione al Venezuela segnala il rifiuto statunitense di accettare un ordine internazionale basato su equilibrio, diritto e cooperazione. L’Europa, descritta come subalterna e priva di autonomia strategica, appare incapace di reagire se non con una sostanziale acquiescenza. L’articolo conclude invocando una rottura con l’atlantismo automatico, il rilancio di un multipolarismo fondato su
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Il rapimento di Maduro: il diritto internazionale divenuto banditismo
L’onorevole Tajani sarà ricordato in saecula saeculorum per l’immortale sentenza: «Il diritto internazionale conta ma fino a un certo punto». Forse ieri il nostro improbabile ministro degli Affari Esteri, avrà pensato che Donald Trump abbia appreso da lui medesimo la nuova concezione “oscillante” della legalità su scala mondiale. Ma, lo diciamo con tenerezza a Tajani, non si vanti troppo o, all’opposto, non sia contrito davanti a quello che, con impudicizia il quotidiano «La Stampa» ha etichettato, con titolo cubitale in prima pagina, Golpe venezuelano. Non si vanti troppo, ministro, perché che il diritto internazionale contasse fino a un certo punto ce ne eravamo accorti anche noi, modesti osservatori privi di leve di comando. Il diritto è ormai divenuto semplicemente la legge del più forte, e gli Stati Uniti, da questo punto di vista, sono sempre stati all’avanguardia. Con l’attacco al Venezuela, la storia delle relazioni internazionali (disciplina insegnata nelle università) ha avviato soltanto un nuovo capitolo, che, in verità, nello stupore accigliato o plaudente del mondo, conferma ciò che da sempre è noto.
Gli Stati Uniti d’America sono il regno dei cowboy, e i loro dirigenti hanno operato in ogni situazione esattamente come i progenitori – spesso la feccia d’Europa che attraversava l’Atlantico in cerca di quella fortuna non raggiunta in patria – che ammazzavano i pellerossa e gli rubavano le terre, insediandovisi, senza tanti complimenti. La stessa pratica dei sionisti in Palestina, tanto per precisare. Per i “colonizzatori” nelle grandi praterie del West, come per i “coloni” delle antiche terre palestinesi, non v’era neppure la necessità di fornire giustificazioni: tutto era affidato ai rumori dei colpi di Colt e di Winchester, come oggi, a Gaza o in Cisgiordania, si odono, a guisa di spiegazione, soltanto le esplosioni dei missili e dei droni.
Il fatto avvenuto il 3 gennaio 2026, salutato con un osceno commento su X di uno dei peggiori esponenti del più sgangherato “giornalismo” italiano, con un beffardo (ma in realtà solo patetico): «Thank you Donald! Bentornato Occidente!» rappresenta non soltanto la fine assoluta del “diritto internazionale”, ma la sua sostituzione col banditismo. In nessun altro modo si potrebbe definire il rapimento (chiamato beffardamente “arresto”, arresto del tutto illegittimo, perpetrato da uno Stato straniero entrato illegalmente nel territorio di un altro Stato) di Nicolàs Maduro, legittimo presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, uno Stato sovrano a tutti gli effetti. Del resto il nostro governo ha sentenziato che gli Usa, per quanto in modo discutibile, hanno affermato un “diritto”, agendo contro Maduro, che sarebbe perseguibile per narcotraffico e terrorismo, oltre a essere, secondo il Meloni-pensiero, presidente abusivo. Siamo davvero alle comiche.
È evidente che con il blitz su Caracas, Trump manda messaggi al proprio elettorato, quello che lo segue e lo applaude a prescindere; ma il messaggio più importante è diretto all’intero Subcontinente americano: un avviso di sfratto per i governi non proni a Washington, che mentre abbandona il terreno europeo, si concentra sul proprio ex “giardino di casa”, anche per ragioni economiche, legate al petrolio, e alla valuta di scambio dello stesso. Infine il messaggio è rivolto alle potenze della Terra, a cominciare da Cina, Russia, e forse India: voi non sarete mai come noi: gli Usa sono e restano l’unica superpotenza, e noi possiamo disegnare un ordine mondiale “nuovo”, a nostro piacimento. Forse non potendo proprio ripristinare l’unipolarismo tanto caro a lui, e non essendoci un secondo paese in grado di stare sul medesimo piano del suo, Donald pensa, senza ancora dichiararlo, a un ordine tripolare, Usa-Cina-Russia, come opzione comunque preferibile al multipolarismo, che invece deve continuare a essere la prospettiva a cui mirare.
Al di là delle motivazioni concrete o propagandate (tutti sanno che il terrorismo e il narcotraffico sono fandonie), il rapimento di Maduro è tra gli atti più osceni compiuti dalle democrazie occidentali. E viene dopo azioni criminali contro Ceaușescu, Milosevic, Saddam Hussein, Gheddafi, Assad (ancora vivo, ma in esilio). Lo zio Sam agisce come Minosse per Dante: «giudica e manda». Manda a morte, direttamente. L’ “omicidio mirato” del generale iraniano Soleimani, avvenuto a Baghdad, su ordine Usa, in un altro 3 gennaio, nel 2020, fu l’esempio più eclatante, rimasto impunito. Ovvero Minosse imprigiona, dopo aver catturato i suoi nemici ovunque essi siano: come non ricordare l’azione contro Panama con la cattura di Noriega, che era peraltro un esecutore della volontà degli Usa, prima di diventare loro inviso?
Chi sarà il prossimo? E allora che senso ha l’Onu se non può impedire azioni di questo genere? Del resto ricordiamo tutti le prodezze dei servizi segreti israeliani quando andavano in giro a catturare, processare e mandare a morte gerarchi nazisti (e poche voci si levarono allora perché tutti erano ben memori della Shoà, e coltivavano disprezzo e risentimento verso quella gentaglia), ma hanno proseguito poi con i dirigenti palestinesi e anche con quelli iraniani, e ora soffiano sul fuoco per far cadere il governo di Teheran, partecipando direttamente i loro uomini alle “spontanee manifestazioni” contro il “regime degli Ayatollah” (perché quello dei rabbini è ovviamente migliore, con il genocidio perpetrato a Gaza e l’occupazione della Cisgiordania).
I liberali del nostro Occidente, coloro che si riempiono la bocca con parole grosse (libertà, democrazia, diritto, civiltà, progresso), sono pronti a cancellare ogni valore che a parole difendono e propugnano quando entrano in gioco gli interessi materiali. Esempio? Il petrolio venezuelano, il gas iraniano, le terre rare dell’Ucraina, le immense risorse d’ogni genere conservate in Russia.
Quali che siano gli sviluppi della situazione, una cosa è chiara: gli Usa non riusciranno a sottomettere il Venezuela, se ne facciano una ragione. Ma intanto si è compiuto un nuovo passo verso il baratro della guerra dei mondi. Dalla quale usciremo tutti sconfitti, o direttamente morti.
Bisogna che, immediatamente, tutti i popoli si mobilitino, che tutti i governi liberi dall’ipoteca yankee levino all’unisono la loro voce, bisogna che l’Onu convochi il Consiglio di sicurezza, e passi poi la parola anche all’Assemblea generale. La presa di posizione delle ultime ore della Repubblica Popolare Cinese è un segnale importante: il ministro degli Esteri cinese (ne esistono di veri, non di farlocchi come il nostro) invita gli Usa immediatamente a porre fine all’aggressione, a liberare Maduro (e la sua consorte) e a restituirli al loro popolo. Russia e Iran si sono associati a questa linea. Vedremo gli sviluppi. Donald Trump, il gradasso signore della Guerra e della Pace, dovrà rimangiarsi le parole di giubilo con cui ha annunciato l’aggressione al Venezuela, oppure impegolerà gli Usa in un nuovo Vietnam? Che fu la più clamorosa sconfitta della storia statunitense. A quanto pare la storia non insegna nulla.
Angelo d’Orsi
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ChatGPT
Ecco un abstract sintetico dell’articolo, in italiano.
Abstract
L’autore denuncia con forza l’azione statunitense contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro come un punto di svolta negativo nelle relazioni internazionali: non più diritto, ma banditismo di Stato. Richiamando ironicamente la frase di Tajani secondo cui il diritto internazionale conta fino a un certo punto, l’articolo sostiene che gli Stati Uniti – storicamente predatori e colonizzatori – hanno oggi esplicitato senza veli questa logica, compiendo un rapimento illegittimo in territorio straniero. L’episodio è interpretato come un messaggio rivolto non solo al proprio elettorato, ma a tutto il continente americano: governi non allineati vengono avvertiti che Washington può agire unilateralmente per controllare risorse strategiche, in primis petrolio, e imporre un nuovo ordine, potenzialmente tripolare. L’autore condanna anche l’ipocrisia occidentale: i valori liberali o democratici vengono rapidamente abbandonati quando entrano in gioco interessi materiali. L’articolo richiama infine all’urgenza di mobilitazione globale, del coinvolgimento dell’ONU e delle potenze non allineate per bloccare ulteriori derive imperialistiche e preservare la pace, ricordando il ruolo di Cina, Russia e altri nel richiedere la fine dell’aggressione.
Nota di contesto: la vicenda del rapimento è documentata anche da resoconti giornalistici che descrivono l’operazione militare e l’arresto di Maduro, confermando la portata dell’azione americana. (corriere.it)
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ChatGPT
Ecco un abstract sintetico dell’articolo:
Abstract
L’articolo condanna con forza il rapimento di Nicolás Maduro come un atto di banditismo internazionale che segna la fine del diritto internazionale. L’autore parte dall’ironia rivolta al ministro Tajani e alla retorica secondo cui il diritto internazionale conti solo fino a un certo punto, per sottolineare come l’azione degli Stati Uniti contro un capo di Stato sovrano rappresenti l’affermazione della legge del più forte. Il gesto è presentato come un messaggio rivolto non solo all’elettorato interno di Trump ma all’intero continente americano e alle potenze mondiali, volto a riaffermare la supremazia statunitense e a contrastare la crescente influenza di Cina, Russia e altri paesi.
Il rapimento è inserito in una serie di azioni precedenti, da Ceaușescu a Saddam Hussein fino all’omicidio di Soleimani, che mostrano un ricorso sistematico alla forza e all’arbitrio. L’autore denuncia l’ipocrisia delle democrazie occidentali, pronte a sacrificare valori come libertà e diritto quando entrano in gioco interessi materiali, e mette in guardia dall’escalation verso un conflitto globale.
Conclude auspicando una mobilitazione mondiale contro l’aggressione, con richieste di intervento dell’ONU e solidarietà da parte di paesi liberi dall’egemonia statunitense, citando positivamente la presa di posizione cinese e il sostegno di Russia e Iran. L’appello è a difendere l’ordine internazionale basato su regole reali, non su un nuovo imperialismo mascherato da legittimità, e a evitare di precipitare in una guerra di portata planetaria.
Nota di contesto: analisi simili sul tema della morte del diritto internazionale sono apparse anche in altri commenti ed editoriali di inizio gennaio 2026, che segnalano come certi interventi militari abbiano sancito un nuovo capitolo per le regole internazionali. (avantionline.it)
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Signor Presidente, Illustri Membri del Consiglio di Sicurezza,
La questione all’ordine del giorno oggi non riguarda il carattere del governo del Venezuela. La questione è se uno Stato membro – mediante la forza, la coercizione o il soffocamento economico – abbia il diritto di determinare il futuro politico del Venezuela o di esercitare il controllo sui suoi affari interni.
Questa domanda tocca direttamente l’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite, che vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato. Il Consiglio deve decidere se tale divieto debba essere rispettato o abbandonato. Abbandonarlo comporterebbe conseguenze della massima gravità.
Contesto e quadro generale
Dal 1947, la politica estera degli Stati Uniti ha ripetutamente fatto ricorso alla forza, ad azioni coperte e alla manipolazione politica per ottenere cambi di regime in altri paesi. Si tratta di un fatto storicamente documentato con grande precisione. Nel suo libro Covert Regime Change (2018), la politologa Lindsey O’Rourke documenta ben 70 tentativi di cambio di regime da parte degli Stati Uniti tra il 1947 e il 1989.
Queste pratiche non si sono interrotte con la fine della Guerra Fredda. Dal 1989, importanti operazioni di cambio di regime condotte dagli Stati Uniti senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza hanno incluso – tra le più rilevanti – Iraq (2003), Libia (2011), Siria (dal 2011), Honduras (2009), Ucraina (2014) e Venezuela (dal 2002 in poi).
I metodi impiegati sono ben noti e ampiamente documentati: guerra aperta; operazioni segrete dei servizi di intelligence; fomentazione di disordini; sostegno a gruppi armati; manipolazione dei media tradizionali e dei social network; corruzione di ufficiali civili e militari; assassinii mirati; operazioni sotto falsa bandiera; e guerra economica volta a far collassare la vita civile.
Queste misure sono illegali secondo la Carta dell’Onu e hanno come esito tipico la violenza continua, conflitti letali, instabilità politica e gravi sofferenze per la popolazione civile.
Il caso del Venezuela
Le recenti azioni degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela sono chiare.
• Nell’aprile 2002, gli Stati Uniti erano a conoscenza e approvarono un tentativo di colpo di Stato contro il governo venezuelano.
- Negli anni 2010, finanziarono gruppi della società civile attivamente coinvolti in proteste contro il governo, in particolare nel 2014. Quando il governo intervenne per reprimere le proteste, gli Stati Uniti risposero con una serie di sanzioni.
- Nel 2015, il presidente Barack Obama dichiarò il Venezuela una «minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti».
- Nel 2017, durante una cena con leader latinoamericani a margine dell’Assemblea Generale dell’Onu, il presidente Trump discusse apertamente l’opzione di un’invasione militare del Venezuela per rovesciare il governo.
- Tra il 2017 e il 2020, gli Stati Uniti imposero sanzioni drastiche alla compagnia petrolifera statale. La produzione di petrolio crollò del 75% tra il 2016 e il 2020, e il Pil pro capite reale (a parità di potere d’acquisto) scese del 62%.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha ripetutamente votato contro misure coercitive unilaterali. Secondo il diritto internazionale, solo il Consiglio di Sicurezza ha l’autorità per imporre sanzioni di tale portata.
Il 23 gennaio 2019, gli Stati Uniti hanno riconosciuto unilateralmente Juan Guaidó come “presidente ad interim” del Venezuela. Il 28 gennaio 2019, hanno congelato circa 7 miliardi di dollari di beni sovrani venezuelani detenuti all’estero e conferito a Guaidó l’autorità su parte di tali fondi.
Tutte queste azioni fanno parte di un continuo tentativo di cambio di regime da parte degli Stati Uniti che dura da oltre vent’anni.
L’escalation globale degli Stati Uniti
Nell’ultimo anno, gli Stati Uniti hanno effettuato bombardamenti in sette paesi, nessuno dei quali autorizzato dal Consiglio di Sicurezza e nessuno compiuto in legittima autodifesa ai sensi della Carta dell’Onu. I paesi colpiti includono: Iran, Iraq, Nigeria, Somalia, Siria, Yemen, e ora Venezuela. Nell’ultimo mese, il presidente Trump ha minacciato direttamente almeno sei Stati membri dell’Onu, tra cui Colombia, Danimarca, Iran, Messico, Nigeria e ovviamente Venezuela. Queste minacce sono riassunte nell’Allegato I di questa dichiarazione.
La posta in gioco oggi
I Membri del Consiglio non sono chiamati a giudicare Nicolás Maduro.
Non sono chiamati a valutare se l’attacco statunitense e l’attuale blocco navale contro il Venezuela conducano alla libertà o alla sottomissione. I Membri del Consiglio sono chiamati a difendere il diritto internazionale e, nello specifico, la Carta delle Nazioni Unite.
La scuola realista delle relazioni internazionali, brillantemente rappresentata da John Mearsheimer, descrive correttamente la condizione di anarchia internazionale come una «tragedia della politica delle grandi potenze». Ma il realismo è una descrizione, non una soluzione. La sua stessa conclusione è che l’anarchia internazionale conduce alla tragedia.
Dopo la Prima guerra mondiale fu creata la Società delle Nazioni per evitare simili tragedie mediante il diritto internazionale. Ma negli anni Trenta le grandi potenze non difesero il diritto internazionale, e ciò condusse a una nuova guerra mondiale. Le Nazioni Unite nacquero da quella catastrofe come il secondo grande tentativo dell’umanità di subordinare l’anarchia internazionale alla legge. Come recita la Carta, l’Onu è stata fondata per «salvare le generazioni future dal flagello della guerra, che due volte nell’arco di una vita ha portato indicibili dolori all’umanità».
Poiché viviamo nell’era nucleare, un fallimento non è più contemplabile. L’umanità perirebbe. Non ci sarebbe una terza possibilità.
Azioni richieste al Consiglio di Sicurezza
Per adempiere alle sue responsabilità ai sensi della Carta, il Consiglio di Sicurezza dovrebbe affermare con urgenza i seguenti punti:
- Gli Stati Uniti devono cessare immediatamente ogni minaccia esplicita o implicita e ogni uso della forza contro il Venezuela.
- Gli Stati Uniti devono revocare il blocco navale e tutte le misure militari coercitive non autorizzate dal Consiglio.
- Gli Stati Uniti devono ritirare immediatamente le proprie forze militari e di intelligence presenti nel territorio e nelle vicinanze del Venezuela, compresi i mezzi navali, aerei e altri assetti schierati con fini coercitivi.
- Il Venezuela deve rispettare la Carta delle Nazioni Unite e i diritti umani sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
- Il Segretario Generale deve nominare immediatamente un Inviato Speciale, incaricato di coinvolgere le parti venezuelane e internazionali rilevanti e di riferire al Consiglio entro 14 giorni con raccomandazioni in linea con la Carta.
- Tutti gli Stati Membri devono astenersi da minacce unilaterali, misure coercitive o azioni armate non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza, nel pieno rispetto della Carta.
In conclusione
Signor Presidente, Illustri Membri,
La pace e la sopravvivenza dell’umanità dipendono dal fatto che la Carta delle Nazioni Unite rimanga uno strumento vivo del diritto internazionale o venga lasciata decadere fino all’irrilevanza. Questa è la scelta che oggi si presenta a questo Consiglio. Grazie.
Jeffrey D. Sachs
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Avanti il prossimo…
Se non altro Trump ha una sua sfrontatezza o la ragionevole follia tipica dei malati di mente che saltano tutte le mediazioni linguistiche per arrivare a pronunciare ciò che i politici sanno già, ma mai direbbero esplicitamente. Conta il business, il resto sono invenzioni semantiche, false narrazioni per dimostrare, a posteriori, che quell’intervento era necessario (la difesa dei cristiani in Nigeria, il traffico di droga in Venezuela, ecc.). Né il tycoon ne fa mistero: presto «le compagnie americane entreranno nel paese per sistemare le infrastrutture e iniziare a fare soldi», afferma proditoriamente all’indomani dell’invasione.
L’Europa tace o ha brevi sussulti tipici (chiede “moderazione”!) di un moribondo che sa di non potersi opporre allo strapotere del Premio Nobel per la Guerra perché si muove nella sua stessa lunghezza d’onda (vi ricordate l’esperimento di macelleria sociale provocato in Grecia?). È paralizzata dalla necessità di “rispettare” i trattati e le organizzazioni sovra-nazionali (Onu, trattati di Helsinki del 1975) in tema di diritti e quindi sempre di un passo indietro rispetto al Super Presidente che di quei trattati e di quei diritti fa strame. Ucciso il multilateralismo e messa in mora ogni regola internazionale che ostacola l’avanzata vittoriosa degli imperi.
Dopo aver provato la sua forza muscolare costruendo palazzi e grattacieli un po’ ovunque nel mondo, il Super Presidente estende il suo esperimento alla geopolitica, forte del consenso interno e probabilmente di un tacito accordo con le altre due potenze: Cina e Russia (staremo a vedere prossimamente l’invasione di Twain, di Cuba e il tacito massacro ucraino?).
La vecchia favola dell’aggressore e dell’aggredito, puntualmente rispolverata da ogni mass media, è stata subito dimenticata perché questa volta l’aggressore sono senza mezzi termini gli Stati Uniti. Due pesi e due misure, altra invenzione semantica caduta miseramente in disgrazia nel giro di poche settimane.
Riesumata (ma non era da sempre valida?) la dottrina Monroe del 1823, che stabiliva i confini del “giardino di casa”: dalla Terra del Fuoco all’Alaska, dal Polo Sud a quello Nord (la Groenlandia, il Golfo del Messico che cambia nome in Golfo degli Stati Uniti), gli Usa si ripropongono di riscrivere le regole della politica internazionale, dove il diritto è scritto con la forza e il destino di interi popoli alla mercé dei voleri di Usa, Cina e Russia.
La «Repubblica tecnologica», così l’ha definita Marco Damilano («Domani», 4 gennaio), è quella immaginata dagli oligarchi di Trump che teorizza una Repubblica dei più ricchi e forti senza uguaglianza tra i cittadini. Democrazia, concorrenza leale, organismi sovranazionali sono diventati ferri vecchi, parole vuote nel distopico mondo nazistoide fondato su pochi concetti ultrareazionari che auspicano la piena libertà del capitalismo.
Ciò che più d’ogni cosa preoccupa è la deriva europea. Raffaele Simone sostiene («Domani», 4 gennaio) che i ceti intellettuali e politici dell’Occidente hanno abdicato alla funzione di guida ideale, cedendola, senza accorgersene, agli ideologici della Big Tech, titolari di immense “Compagnie Stato” che ripetono su scala enormemente maggiore il piano di saccheggio delle seicentesche Compagnie delle Indie, puntando alla privatizzazione integrale del pianeta.
E ora che accadrà, ci chiediamo increduli e tramortiti da questo atto di pirateria internazionale che in un colpo ha segnato il crollo del diritto internazionale e del multilateralismo? Forse apparirà paradossale rispetto al realismo volgare imperante, ma proprio ora c’è la necessità di un’alternativa difficile qual è quella promossa da «Costituente Terra» di Luigi Ferrajoli. Giunti, o quasi, in fondo al burrone non servono più denunce pelose o condanne o indignazioni, quanto piuttosto una mobilitazione generale a sostegno di questa unica alternativa possibile all’apocalisse planetaria, all’esibizione indiscussa della forza.
Enzo Scandurra
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Ecco un abstract sintetico del testo Il rapimento di Maduro: il diritto internazionale divenuto banditismo.
Abstract
L’articolo denuncia con tono fortemente critico il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte di forze statunitensi come un atto di banditismo internazionale, che segna la fine di qualsiasi rispetto reale del diritto internazionale. Partendo dall’ironia sul commento di un politico italiano secondo cui il diritto internazionale conta solo fino a un certo punto, l’autore sostiene che l’episodio conferma ciò che già si sapeva: gli Stati Uniti, storicamente abituati ad agire da potenza dominante, ora operano senza remore in violazione delle norme internazionali. Il sequestro viene definito un’aggressione illegittima a uno Stato sovrano, un’azione criminale che segue precedenti interventi contro leader o governi considerati scomodi. Il testo mette in luce che tale gesto ha significato politico e strategico: intimidire i governi latinoamericani non allineati, riaffermare la supremazia statunitense e l’accesso a risorse strategiche come il petrolio, oltre a lanciare un avvertimento alle potenze globali. L’autore chiama alla mobilitazione dei popoli e dei governi non subordinati alla politica statunitense, invocando il coinvolgimento dell’Onu e un fronte internazionale di opposizione all’imperialismo, per preservare un ordine multipolare e difendere la sovranità nazionale.
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Imperialismo e diritto internazionale. Le differenze tra la guerra in Ucraina, la questione di Taiwan e l’intervento in Venezuela
Una lettura diffusa degli avvenimenti internazionali recenti tende ad accomunare i tre leader delle superpotenze attuali – Trump, Putin e Xi Jinping – presentandoli come figure mosse da un comune impulso imperialista. Di conseguenza, i conflitti in cui sono coinvolti – o lo sarebbero potenzialmente, come nel caso della Cina – vengono considerati tra loro analoghi. Ma si tratta di una semplificazione fuorviante e profondamente errata. Comprendere le ragioni di un conflitto è un passaggio essenziale per poterne individuare possibili soluzioni; per questo, analizzarne a fondo le cause è un esercizio tanto importante quanto imprescindibile.
Ucraina: una guerra per la sicurezza, non per l’impero
La guerra in Ucraina riguarda, innanzitutto, l’architettura di sicurezza della Russia – e, di riflesso, anche quella dell’Europa. Non si tratta di un’operazione di conquista imperialista: l’intervento russo è avvenuto in risposta a una guerra civile nel Donbass, iniziata nel 2014, e più in generale alla crescente pressione dell’espansione Nato verso est. La richiesta centrale di Mosca è sempre stata la neutralità dell’Ucraina.
Numerosi documenti ufficiali e analisi indipendenti hanno chiarito le motivazioni alla base del cosiddetto “progetto Ucraina”, avviato già negli anni novanta sotto l’amministrazione Clinton. Fin dall’inizio, l’obiettivo strategico fu quello di inglobare l’Ucraina nella Nato e, più in generale, nel blocco euro-atlantico. Alla base di questa strategia vi è una linea di continuità storica: l’opposizione statunitense al flusso di gas russo verso l’Europa, già evidente sin dagli anni ottanta. In altre parole, impedire l’emergere di una relazione economica e geopolitica strutturata tra Russia e Germania – e, più in generale, tra Russia ed Europa – è sempre stata una priorità per Washington.
Come spiegava in modo molto chiaro già oltre dieci anni fa George Friedman, fondatore dei think tank Stratfor e Geopolitical Futures: «L’interesse primordiale degli Stati Uniti – per il quale, nel corso dei secoli, abbiamo combattuto guerre, dalla Prima e Seconda guerra mondiale fino alla Prima e alla Seconda guerra fredda – è sempre stato il rapporto tra Germania e Russia. Unite, queste due potenze rappresentano l’unica forza in grado di costituire una vera minaccia per gli Stati Uniti. La paura fondamentale degli Usa è la combinazione tra capitale e tecnologia tedeschi, risorse naturali russe e manodopera russa: è questa la sola alleanza che, storicamente, ha davvero fatto paura a Washington».
«Per evitare che ciò accada, gli Stati Uniti devono costruire un assetto alternativo: ed ecco spiegata la strategia dalla linea baltico-nera. I russi, dal canto loro, hanno sempre detto chiaramente che un’Ucraina filo-occidentale è inaccettabile. Ma l’elemento cruciale resta la Germania, che non ha ancora deciso da che parte stare: economicamente potentissima, geopoliticamente fragile, storicamente incerta su come coniugare le due dimensioni. Questa è, dal 1871, la “questione tedesca”, la vera questione d’Europa».
L’intervento russo è stato giustificato da Mosca facendo riferimento al principio della Responsibility to Protect (R2P), formalizzato nel 2005 dalle Nazioni Unite, secondo il quale la comunità internazionale ha il dovere di intervenire qualora uno Stato non sia in grado o non voglia proteggere la propria popolazione da crimini gravi quali genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica o crimini contro l’umanità. Il 21 febbraio 2022 la Russia ha riconosciuto l’indipendenza delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk, annunciando l’invio di truppe con l’obiettivo dichiarato di proteggere le popolazioni russofone da quello che ha definito un “genocidio”.
Tuttavia, il principio di R2P prevede esplicitamente l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, autorizzazione che in questo caso non è mai stata concessa. Di conseguenza, l’intervento russo deve essere considerato illegale secondo il diritto internazionale, come ribadito anche dall’Assemblea generale dell’Onu, che non ha riconosciuto le repubbliche separatiste del Donbass – analogamente a quanto avvenuto in altri casi controversi, primo fra tutti quello del Kosovo.
L’indipendenza del Kosovo rappresenta infatti uno dei precedenti più dibattuti del diritto internazionale contemporaneo ed è spesso richiamata – da Mosca come da altri attori – per giustificare il riconoscimento di entità separatiste come quelle del Donbass. Nel 1999, la Nato intervenne militarmente contro la Serbia (allora parte della Repubblica Federale di Jugoslavia) senza alcuna autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, formalmente per porre fine a presunte gravi violazioni dei diritti umani contro la popolazione albanese del Kosovo. Pur invocando motivazioni umanitarie, quell’intervento violava la Carta delle Nazioni Unite, che consente l’uso della forza solo in caso di legittima difesa o con un mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza.
Nel caso del Donbass, la Russia ha adottato una logica in parte analoga a quella utilizzata dall’Occidente nel caso kosovaro: ha denunciato presunti crimini contro le popolazioni russofone, ha riconosciuto le entità separatiste e ha dichiarato di intervenire per proteggerle. Tuttavia, anche in questo caso, non vi è stato alcun mandato Onu, né un processo multilaterale o un negoziato internazionale.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con una larghissima maggioranza, ha condannato l’aggressione russa e ribadito il principio dell’integrità territoriale dell’Ucraina, rifiutando di riconoscere sia le repubbliche del Donbass sia le successive annessioni, inclusa quella della Crimea nel 2014. Il fatto che la Russia abbia invocato il precedente del Kosovo – che essa stessa aveva duramente contestato all’epoca – mette in luce l’uso strumentale e selettivo del diritto internazionale da parte delle grandi potenze, impiegato non come insieme coerente di norme, ma come strumento geopolitico adattato di volta in volta agli interessi strategici del momento.
Taiwan: una questione interna alla Cina, non un progetto espansionista
Anche nel caso della Cina, evocare il concetto di imperialismo è del tutto fuori luogo. La questione di Taiwan rientra nel principio della One China Policy, ovvero la posizione ufficiale della Repubblica Popolare Cinese secondo cui esiste una sola Cina, di cui Taiwan è parte integrante. Pechino considera Taiwan una provincia ribelle da riunificare, se necessario anche con l’uso della forza.
Con la Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (1971), la rappresentanza della Cina presso le Nazioni Unite è stata attribuita alla RPC, con l’espulsione della cosiddetta «Repubblica di Cina» (Taiwan). Sebbene la risoluzione non si esprima esplicitamente sullo status giuridico di Taiwan, essa è utilizzata da Pechino come fondamento politico per sostenere che la comunità internazionale riconosce l’esistenza di una sola Cina.
In questo contesto, numerosi Stati – tra cui gli Stati Uniti e l’Italia – hanno stipulato dichiarazioni bilaterali con la RPC (come i Tre Comunicati Usa-Cina del 1972, 1979 e 1982), in cui riconoscono la RPC come unico governo legittimo della Cina, non riconoscono Taiwan come Stato indipendente
e rinunciano a mantenere relazioni diplomatiche ufficiali con l’isola. Tuttavia, la maggior parte di questi paesi continua a intrattenere con Taiwan rapporti economici, commerciali, culturali e persino militari in forma non ufficiale, all’interno di un delicato equilibrio diplomatico.
Gli Stati Uniti, per esempio, forniscono a Taiwan armamenti avanzati per aiutare Taipei a sviluppare capacità difensive credibili contro le pressioni della Cina. Un recente pacchetto imponente da 11,1 miliardi di dollari, annunciato nel dicembre 2025, include proprio questi sistemi-chiave. Queste forniture, autorizzate nell’ambito del Taiwan Relations Act, mirano a sostenere la strategia di “guerra asimmetrica” di Taiwan. Tuttavia, suscitano forti condanne da parte di Pechino, che le considera un’interferenza negli affari interni e una violazione della propria sovranità nazionale.
Venezuela: un nuovo capitolo nell’ingerenza occidentale
Ben diverso è il caso del Venezuela, che si inserisce nella lunga sequenza di interventi occidentali degli ultimi trent’anni: dalla Jugoslavia all’Iraq, dall’Afghanistan alla Libia, fino alla Siria. Tutti esempi di sistematica violazione del principio di non ingerenza negli affari interni degli Stati, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, uno dei pilastri fondamentali del diritto internazionale. Le eventuali eccezioni sono soggette a un mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che può autorizzare interventi in nome della sicurezza collettiva: nessuno dei casi sopra elencati rientra in questa categoria.
In Venezuela, ciò che interessa realmente agli Stati Uniti è il controllo delle sue immense riserve petrolifere. Se, come già accaduto con la Guyana, Washington dovesse estendere il proprio controllo anche al Venezuela, si ritroverebbe a dominare oltre la metà delle riserve mondiali di petrolio. Se a questo si aggiungesse anche l’Iran – ed è qui che entra in gioco Israele – l’effetto strategico su Russia e Cina sarebbe devastante: Mosca subirebbe pressioni sul prezzo del petrolio, mentre Pechino, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, verrebbe messa in seria difficoltà.
Il declino dell’egemonia occidentale
Lo spettacolo offerto dai leader europei e dai loro cortigiani, intenti a giustificare l’ennesimo intervento occidentale in America Latina, è desolante. Riflette non solo cinismo, ma anche un’incapacità strutturale di comprendere il nuovo ordine mondiale in formazione. Cinque secoli di dominio occidentale e tre decenni di unipolarismo statunitense hanno eroso, fino quasi a cancellarli, gli strumenti culturali, politici e diplomatici necessari per affrontare la transizione multipolare in corso. Di fronte alla crisi del proprio modello, le élites euro-atlantiche reagiscono con ostinazione, alzando il livello della retorica bellicista.
Per questi motivi per gli attuali governi europei la guerra in Ucraina non deve finire: ogni escalation viene giustificata, pur di non dover ammettere il fallimento strategico e accettare un confronto alla pari con chi oggi chiede una revisione dell’ordine globale. Ma due ostacoli rendono questa strategia insostenibile.
Il primo è l’economia. Le sanzioni, l’autosufficienza energetica forzata e la deindustrializzazione stanno minando le fondamenta produttive dell’Europa. Come già scritto: si vuole combattere una guerra con soldati che non ci sono, armati con armi che non sono ancora state prodotte, e pagate con soldi che non esistono. Il secondo è l’opinione pubblica. Se qualche anno fa la narrazione sui “valori occidentali” e sul “giardino ordinato” poteva ancora esercitare fascino, oggi anche i più distratti iniziano a percepirne il vuoto e la falsità.
La realtà sta bussando con crescente insistenza. E questa volta non sembra disposta ad aspettare. Non sarà la propaganda a fermarla, né la censura, né nuove sanzioni o alleanze militari. Ciò che serve è un nuovo approccio alle relazioni internazionali fondato sul rispetto del diritto, sulla sovranità degli Stati e sul riconoscimento di un mondo realmente multipolare.
Francesco Sylos Labini
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ChatGPT
Ecco un abstract sintetico in italiano:
Abstract
L’articolo contesta la lettura uniforme dei conflitti contemporanei come espressione di un medesimo impulso imperialista dei leader di USA, Russia e Cina. Sostiene che una comprensione precisa delle ragioni di ciascun caso è fondamentale per immaginare soluzioni adeguate.
Ucraina: la guerra va interpretata innanzitutto come questione di sicurezza per la Russia, non come mero progetto espansionistico; si associa all’espansione NATO e alla volontà di controllare l’assetto geopolitico europeo. L’intervento russo è criticabile dal punto di vista del diritto internazionale, ma il quadro strategico è diverso da un’aggressione su base imperialista pura.
Taiwan: la disputa è presentata come questione interna alla Cina, fondata sulla politica di Una sola Cina e sui precedenti diplomatici; non si configura come un progetto di conquista esterna, benché la tensione sia alta e alimentata da dinamiche di potenza, soprattutto tramite gli armamenti forniti dagli USA.
Venezuela: caso emblematico di ingerenza occidentale, con obiettivi reali legati al controllo delle risorse petrolifere e all’egemonia di lungo periodo. Qui l’articolo individua continuità con interventi precedenti dell’Occidente e denuncia violazioni sistematiche del principio di non ingerenza sancito dalla Carta ONU.
L’autore conclude che l’atteggiamento euro‑atlantico mostra cinismo e incapacità di gestire la transizione verso un ordine mondiale multipolare; perciò l’Europa finisce per sostenere conflitti non per valori universali, ma per paura di perdere influenza. Serve un nuovo approccio fondato sul rispetto del diritto internazionale, della sovranità e su riconoscimento reale del pluralismo globale, invece che su retorica bellicista o doppi standard.
Nota di contesto: sul piano giuridico, è ampiamente discusso anche da osservatori esterni che l’uso della forza contro il Venezuela rappresenti un caso di aggressione illegittima, in violazione delle norme internazionali. (fanpage.it)
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La guerra per fermare un declino inesorabile
L’attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti è un atto gravissimo, e pericolosissimo, per una infinita serie di ragioni. Ma a me preme sottolinearne una. Si tratta della palmare dimostrazione della profonda crisi degli Usa che sono schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese, da una inflazione pronta ad esplodere per i dazi e da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite.
Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un paese ricchissimo di risorse, per rianimare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria. Del resto, tutta la strategia di Trump va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari Usa in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del canale di Panama, o all’hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay e in Cile, per non parlare del salvataggio di Milei e delle aggressioni a Lula.
Gli Usa in pesante declino stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche, sostituendola o affiancandola ai dazi, per continuare a imporre il dollaro come valuta internazionale e imporre al mondo acquisti di debito, coperti dalle risorse delle terre “colonizzate”. Il saldo legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un’intera area, spaventando le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell’energia; l’unica a cui Trump può puntare.
La guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà un altro modo per piegare le economie europee e per acquisire risorse. In sintesi, io penso che l’attacco al Venezuela sia la scelta definitiva di Trump di ricorrere alla guerra per fermare un declino inesorabile. In questo senso, le dichiarazioni di Giorgia Meloni sulla legittimità dell’attacco militare di Trump al Venezuela sono gravi per almeno tre ragioni. La prima: segnano la totale e assoluta subordinazione della destra e dei liberal italiani alla volontà unilaterale da parte degli Usa di risolvere militarmente ogni questione che ha a che fare con i loro interessi economici, senza alcuna necessità di consultazione con le organizzazioni internazionali, né tanto meno con i presunti alleati.
La seconda: un simile servilismo si nutre della speranza di ricevere un trattamento di favore da parte di Trump, senza cogliere il senso della gravità della crisi americana e quindi accettando fino in fondo il ruolo di servo sciocco solerte a fornire risparmi e capitali, a pagare dazi e armi e a non tassare i servizi americani. Trump naturalmente disprezza e usa questa Europa nella certezza che il vecchio continente accetti tutto, persino le guerra. Con tale posizione, Meloni si mette definitivamente fuori da qualsiasi ipotesi multipolare.
La terza: la dichiarazione di Meloni giustifica la guerra Usa perché difensiva contro la guerra ibrida di Maduro contro gli Stati Uniti. Ora, una tale dichiarazione apre le porte a una guerra continua; qualsiasi potenza militare voglia impossessarsi di un territorio può farlo, accusandolo di propaganda, di narcotraffico o di quant’altro. Siamo davvero arrivati al punto finale: il governo italiano sta con i governi terroristi, dagli Usa a Israele.
Alessandro Volpi
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ChatGPT
Ecco un abstract sintetico del testo che hai fornito:
Abstract
L’autore denuncia il rapimento illegittimo del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti come un atto di banditismo che segna la fine del diritto internazionale. Il pezzo mette in luce la coerenza storica della pratica statunitense di violare norme internazionali quando conviene ai propri interessi, ricollegandola a esempi passati di interventi e colpi di mano. L’azione di gennaio 2026 è descritta come un messaggio rivolto non solo all’elettorato interno di Trump, ma anche ai governi latinoamericani e alle grandi potenze, per riaffermare la supremazia statunitense e minacciare l’emergere di un ordine multipolare. L’autore contesta le narrazioni ufficiali su terrorismo o narcotraffico, sostenendo che siano pretesti, e critica il sostegno o la reticenza di parti dell’Occidente, segnalando un’ipocrisia sistemica. Il testo richiama quindi alla mobilitazione internazionale, alla convocazione di organi multilaterali come l’ONU, e cita il sostegno di Cina, Russia e Iran alle richieste di cessare l’aggressione e liberare Maduro. L’analisi si conclude con un ammonimento sul rischio di scivolare verso un conflitto globale, sottolineando che non imparare dalla storia espone l’umanità a un futuro di guerra e distruzione.
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