Il Foglio qualche articolo 202601-

 

La folle idea di “passare alla storia”

Il rischio non è soltanto il neocolonialismo. Sono quei tre, Trump Putin e Xi, diversamente uguali nel loro progetto paranoico e narcisista: specchiarsi nell’ideogramma mostruoso della storia

Macron si è stufato, e non ha certo tutti i torti quando sbotta contro il nemico americano e soci, ma il problema posto da Trump, Putin e Xi non è solo la spinta neocoloniale o neoimperiale, l’egemonismo a tutti i costi, e sono costi alti. Certe cose le intuiscono solo coloro che sono vaccinati dal comunismo totalitario, ideologia o falsa coscienza che ha fatto della storia l’ideogramma mostruoso in cui si specchia la grande politica mondiale, lo scopo e la giustificazione del tutto. Macron è un liberale, al massimo un socialdemocratico, un centrista, una persona perbene che ha avuto la fortuna e la sfortuna di vincere le elezioni due volte nel paese più riottoso del mondo al liberalismo (con la Russia). L’insonnia mi ha suggerito l’altra notte, in combutta con il mio passato, il vero motivo per cui l’anticomunista Trump vuole tutto quello che gli serve e lo vuole subito, i comunisti Putin e Xi altrettanto, sebbene in forme più classiche o millenaristiche. Vogliono “passare alla storia”. Questo mi sembra il problema. Sono tre uomini diversissimi, in competizione e in collusione al tempo stesso, e convergono verso un identico obiettivo che sa di business, di conquista immateriale e territoriale, terra e denaro al posto di terra e sangue, e se possibile un misto delle due coppie mitizzanti del Novecento.

La cattura di Maduro, sacrosanta, e dell’olio venezuelano, sottratto al contrabbando tra autocrazie in nome della superiorità democratica, populista, Maga, e dell’america (first!) e del suo re incontrastato (first!) vale l’acquisto, con le buone o con le cattive, della Groenlandia, quello sì un residuo coloniale abbastanza insensato del Regno di Danimarca ora sotto le grinfie dell’aquila Usa. Ma è già militarmente sua, secondo un trattato del 1951, si dice. Eppure con l’acquisto e l’incorporazione di un nuovo stato, l’isola più grande del mondo (first!), sebbene ghiacciata e abitata da una popolazione equivalente a una infinitesima microfrazioncella di un borough di New York (una trentina di coop a Manhattan), farebbe di Trump un nuovo Teddy Roosevelt, un caso museale di presidente naturalista a suo modo, di presidente esploratore e conquistatore, e già si sprecano i paragoni futuri con Thomas Jefferson, che con quel deal ai danni del colonialismo francese, la compera della Louisiana, fece grandi, grandissimi, gli Stati Uniti d’america. Terre rare, d’accordo, anche se gli esperti non sono sicurissimi del deposito minerario del permafrost groenlandese. Rotte artiche d’accordo, sebbene il senso comune dica che sono già sotto controllo Usa, viste le diciassette basi militari americane una volta insediate in loco e ora perfettamente ricostruibili senza acquisizioni territoriali, per il solo effetto del Trattato con la Danimarca nell’epoca fondativa della Nato. Ma volete mettere riuscire in quello che non era riuscito a Harry Truman, vincitore finale della guerra mondiale, sganciatore di atomiche su Hiroshima e Nagasaki, costruttore della Guerra fredda e della successiva epoca di pace armata fondata sulla deterrenza reciproca? Forse glielo ha suggerito Ronald Lauder, il Grande cosmetico, ma di più ha certamente potuto il progetto tra paranoico e narcisista di “passare alla storia” senza ulteriore indugio. Golden Age. Aere perennis. Monumenti di bronzo e di ghiaccio.

A loro volta, gruppi di sabotaggio e ricognizione ucraini si infiltrano nella parte meridionale della città, dove individuano punti di decollo dei droni e posti di osservazione russi. I combattimenti continuano a Pokrovsk e nella vicina città di Myrnohrad, ma ora il nemico ha concentrato i suoi sforzi sui fianchi, vicino ai villaggi di Hryshino e Rodynske, nel tentativo di tagliare fuori la logistica. “Non possono avanzare frontalmente, quindi hanno scelto la tattica di aggirare queste città”, spiega un rappresentante del 7° Corpo d’armata, di stanza nella regione di Donetsk, via Whatsapp. Qui viene utilizzata una tattica diversa: grandi gruppi di fanteria, piuttosto che piccoli gruppi di fanteria composti da pochi uomini. “Di recente abbiamo distrutto una colonna di 10 motociclette”, dice Serhiy. E vicino a Myrnohrad, gli ucraini hanno distrutto un carro armato. Il nemico sta utilizzando una grande varietà di armi nei suoi attacchi, tra cui artiglieria e aerei. Ma i droni stanno giocando un ruolo chiave nella battaglia per Pokrovsk per entrambe le parti. “L’80 per cento dei colpi è portato a segno dai droni e solo il 20 per cento dall’artiglieria e da altre armi”, osserva Okishev. I russi hanno un vantaggio: le bombe aeree teleguidate, che l’esercito ucraino non è attualmente in grado di contrastare. Tuttavia, per contrastare i droni russi è quasi pronta una nuova soluzione tecnologica che punta all’utilizzo della fibra ottica.

L’obiettivo principale delle Forze di difesa ucraine è attualmente il mantenimento delle rotte logistiche. La fanteria e le truppe d’assalto ucraine a volte devono percorrere 10-15 chilometri a piedi, a volte anche per giorni, per spostarsi da un punto all’altro, poiché i trasporti in una zona di fuoco sono sotto la vista totale del nemico e rappresentano un rischio significativo. I russi affrontano sfide logistiche simili. “Le loro rotte logistiche sono sotto il nostro controllo di fuoco”, afferma il militare. Nel frattempo, i soldati ucraini hanno il vantaggio di droni pesanti, che possono consegnare cibo, acqua e munizioni alle loro posizioni. I soldati russi, d’altra parte, sono talvolta costretti a percorrere 20-25 chilometri a piedi, trasportando anche provviste e munizioni.

Vladimir Putin ha ripetutamente annunciato la cattura di Pokrovsk. Nel bel mezzo dei negoziati di pace, vuole dimostrare la sua superiorità sul campo di battaglia. Ma non ha ancora raggiunto questo obiettivo. Pertanto, nuove forze arrivano costantemente in questa direzione. Per esempio, è arrivata un’unità d’élite russa, la 76esima Divisione aviotrasportata, che, secondo Okishev, avrebbe dovuto combattere altrove. La resistenza ucraina, dice il portavoce, è dovuta principalmente alle persone che tengono la linea. Ma ci sono sempre carenze. “Si possono acquistare droni, sistemi robotici terrestri e ottenere armi dai partner occidentali, ma serve qualcuno che li gestisca e li mantenga”, osserva Serhiy.

Quanto a lungo l’ucraina riuscirà a mantenere il controllo del settore di Pokrovsk, dove la situazione sta diventando critica, dipenderà da molti fattori che potrebbero rivelarsi decisivi in questa battaglia, come il numero di forze aggiuntive che la Russia dispiegherà : “Ma conosciamo tutti i piani del nemico e siamo pronti”, conclude Okishev.

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Cari teorici del post liberalismo, cosa sarebbe l’occidente senza libertà?

Poche

cose sono costanti, a destra come a sinistra, come il disprezzo per la libertà. Poco importa che proprio la libertà sia stata il minimo comune denominatore dello sviluppo, materiale e non, del mondo occidentale. Anche quando la si usa, si tende ad abusarne fino a farla diventare un sinonimo dell’eguaglianza: il concetto, diceva Alexis de Tocqueville, per cui l’uomo democratico nutre una passione senza pari. La libertà frantuma l’ordine sociale, crea anomia, divide gli animi: insomma, una vergogna da contestare e poi correggere. Ma con cosa? Secondo i post liberali, con il bene comune: concetto tanto vago da poter essere così impiegato a totale piacimento. E infatti, alla domanda sul contenuto che esso veicola, la confusione emerge. In questo caso, tuttavia, con una certa coerenza i fautori di tale nuova-vecchia dottrina ambiscono a ricreare condizioni socio-culturali pre moderne: e dunque, sostituendo la libertà con il bene comune, l’individualismo con un certo organicismo collettivistico, ecco che verrebbe meno quella condizione di cronica frammentazione tanto aborrita.

Parlando di post liberalismo va comunque osservato che non si tratta di un movimento di pensiero coeso o di un gruppo dai contorni ben definiti. Il libro di Matt Sleat, PostLiberalism (Polity), ha quindi il pregio di sciogliere qualche nodo e presentare in maniera sintetica e chiara le coordinate di questa dottrina oggi alla ribalta. Il punto di partenza, lo abbiamo detto, è il rifiuto della libertà e del liberalismo che vanno sostituiti con una visione politica votata al bene comune. Da ciò, Sleat deriva quelle che sono le caratteristiche principali del post liberalismo: la tendenza, o anche meglio la presunzione perfezionistica di creare le condizioni migliori di vita di una comunità; un certo confessionalismo, per cui il Cristianesimo assurge a religione della comunità e, si badi bene, si fonde con l’ordine politico e civile; un muscolare intervento dello stato per applicare i principi sopradetti con politiche che vi si conformino; la predilezione per l’elitismo, che serve per guidare il popolo dove altrimenti non potrebbe arrivare da solo (ricordate Rousseau?). A ben vedere, non vi è nulla di particolarmente nuovo. Quello che forse più colpisce, almeno fino a un certo punto, è il favore con cui questo pensiero attecchisca ad esempio là dove libertà e il liberalismo erano in precedenza visti con favore (pensiamo al Partito Repubblicano americano).

Sleat prende a riferimento soprattutto due nomi che rappresentano questa teoria: Patrick J. Deneen e Adrian Vermeule. Il primo in particolare merita considerazione, se non altro per la fortuna che ha avuto con Why Liberalism Failed. Più recentemente, il teorico politico americano ha anche pubblicato Regime Change. Towards a Postliberal Future (tradotto anche in italiano) in cui argomenta la propria visione di un “conservatorismo del bene comune” che miri davvero a conservare invece che a favorire la libertà. Reminiscente, molto più di quanto non ammetta, della critica di Christopher Lasch, Deneen insiste su tre parole chiave: stabilità, ordine, continuità. Ciò significa favorire condizioni socio-culturali, politiche ed economiche che consentano una vita incentrata meno sul progresso e più sulla preservazione di ciò che era prima di decenni di progressismo (sia di destra sia di sinistra). I contorni dell’ordine politico auspicato sono tutt’altro che chiari. Nondimeno, evidenti sono gli orientamenti prescelti: l’idea è quella di sostituire l’individualismo con il comunitarismo, la libertà con il bene comune, l’economia di mercato con uno statalismo orientato all’autosufficienza nazionale. Ciò che caratterizza di più il post liberalismo, nota Sleat, è forse la sua eccessiva fede in una politica taumaturgica e ingegneristica: cioè l’idea che questa nuova élite intellettuale si ritenga in possesso di un manuale d’uso per creare un diverso e migliore ordine politico. Una pia illusione. Come del resto appare la soluzione proposta dall’autore: la riscoperta di quei new liberals inglesi di fine Ottocento che, a ben vedere (e lo ammette persino Sleat!), erano anch’essi persuasi della necessità di una “politica della fede” al servizio, per dirla con Michael Oakeshott, “della perfezione dell’umanità”. Cambiano i pretesti (sviluppo del vero sé, bene comune), ma costante è l’avversario da combattere: la sporca, gretta, egoistica libertà individuale, senza la quale occorrerebbe chiedersi ogni tanto dove saremmo.

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