Orgoglio coloniale di Paola Caridi
Orgoglio coloniale
di Paola Caridi
I cinque secoli della nostra colpa, la colpa occidentale di aver colonizzato il mondo, diventano – per il segretario di stato USA Marco Rubio, nel suo discorso alla conferenza per la sicurezza a Monaco di Baviera – l’epopea sulla quale costruire il futuro. “Per 5 secoli, prima della fine della seconda guerra mondiale, l’Occidente si è espanso. I suoi missionari, pellegrini, soldati, esploratori sono andati oltre le loro spiagge per attraversare oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire enormi imperi che si sono estesi nel pianeta.”
È l’orgoglio coloniale, versione Terzo Millennio, dopo un tempo in cui vi era stata un’ammissione di responsabilità. Qui invece, in Marco Rubio e non solo, non c’è nessun senso di colpa, solo il senso della forza totale che si esplicita in chiave militare, culturale, economica, e pure religiosa (cristiana) come Rubio spiega diffusamente. Schiacciare, imporre, definire. Dobbiamo “costruire un nuovo secolo occidentale”, dice Rubio a Monaco. Da brividi, la frase e il luogo deputato. L’olimpo occidentale di Marco Rubio comprende Mozart (la musica o i cioccolatini?), Dante e Shakespeare, Michelangelo, i Beatles e i Rolling Stones, come un bignami dell’occidente stereotipato. E proprio in quest’ordine. Alla fine, il condimento è fatto dalle volte della Cappella Sistina e dalle “guglie svettanti” della cattedrale di Colonia. Orizzontale e verticale, come la Croce, insomma.
Il resto, non esiste. Neanche il suo, di resto. Di cubano, com’è Marco Rubio, non solo di statunitense. Tutto americano, certo, senza però la complessità che Bad Bunny aveva espresso con una splendida comunicazione pop al Superbowl. L’America definita tale dal colonizzatore Cristoforo Colombo, è risignificata dai colonizzati come Bad Bunny per dire ai colonizzatori: non ci dimentichiamo della nostra storia plurimillenaria, l’abbiamo ora composta tra ieri e oggi. Per Marco Rubio, invece, c’è solo un anacronistico ancoraggio alla nostra comune feroce storia coloniale degli ultimi 500 anni, la stessa storia che fa piazza pulita dei nativi, degli indigeni, della relazione con la terra e l’acqua.
È il sovranismo che si esplicita con la sua faccia più chiara, trasparente e senza infingimenti. E di questo sovranismo gretto, semplificato e dunque ancor più violento e autoritario, fa parte il Board of Peace. È la nuova società delle nazioni sovranista, di cui l’Italia meloniana vuole far parte perché – ancora una volta – Roma vuol sedere al tavolo dei potenti. In quale veste, non è chiaro, ma ancora una volta sembra proprio sarà in un ruolo subalterno, subordinato.
Perché società delle nazioni sovranista? Perché vuole fare piazza pulita di quel po’ di gestione internazionale condivisa del mondo rappresentata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Soprattutto negli anni Novanta, proprio dopo la spallata al Muro di Berlino e alla guerra fredda, l’Onu è infatti riuscita a esprimere il massimo di un’amministrazione sovranazionale. Con tutte le contraddizioni del caso, come quelle in Ruanda e nei Balcani, dove gli Stati hanno condotto una politica nazionale nello stesso momento in cui l’Onu si stava dotando di strumenti sovranazionali, come il peacekeeping e i tribunali penali internazionali.
È durato poco il tempo di una Onu parzialmente sganciata dagli Stati-nazione che tentavano di ricostruire un “ordine” da gestire, se possibile senza cedere più di tanta sovranità, ma le Nazioni Unite hanno comunque continuato a esercitare un ruolo. Fino a che, già negli scorsi due decenni, l’Onu è stata indebolita proprio nella dimensione della lealtà internazionale: una lealtà che ha segnato alcune generazioni di funzionari, fedeli all’Onu e non subalterni ai propri paesi di origine. Con il passare del tempo, l’influenza degli Stati membri nell’indicare i loro uomini, le loro donne nell’Onu è stata sempre più evidente, seguendo un “manuale Cencelli” che ha svuotato la dimensione internazionale e l’ha costretta entro le maglie delle potenze nazionali di turno.
È per queste ragioni che Trump ha trovato, oggi, un terreno fertile che gli consente, da campione sovranista, di poter mettere da canto l’Onu. Marco Rubio lo ha detto chiaro a Monaco: non c’è bisogno di smantellare il vecchio ordine, ma deve essere riformato. Le Nazioni Unite hanno un potenziale enorme per essere un “strumento buono per il mondo”. Uno strumento, nient’altro, nelle mani di un nuovo ordine. Di un nuovo “Consiglio”.
Un “Consiglio” alla superficie folkloristico, per il modo in cui si esplicita, anche dal punto di vista della comunicazione. Soprattutto, un “Consiglio” pericoloso, per i diritti e le libertà, e altrettanto pericoloso perché riporta indietro le lancette della storia, posizionandosi di nuovo in una politica dichiaratamente coloniale e di potenza. Ad aggiungere pericolo a pericolo, c’è una incisività del “Consiglio” che nasce dalla stessa origine delle Nazioni Unite. Altrettanto verticistica. Nel 1945 le Nazioni Unite nascono da un’operazione di vertice degli alleati e vincitori della seconda guerra mondiale: cinque Stati (e c’era Taiwan, non certo la Cina) che decidono i destini del mondo fuori dalla Società delle Nazioni, che pure era ancora in piedi. Per poco ancora, di lì a poco soppiantata dall’Onu. Perché, dunque, non provarci un’altra volta? Prendere in mano la situazione, inventarsi un “Board of Peace” che nasce dalla più importante crisi (genocidio incluso) dalla fine della seconda guerra mondiale, e costruire le basi per un nuovo ordine mondiale? Operazione spregiudicata, ma per nulla naif.
Perché ora? Perché su Gaza? Non solo perché Gaza è laboratorio. Gaza è oltre: Gaza pone la questione coloniale nella sua essenza. E l’Organizzazione delle Nazioni Unite è, a un tempo, il luogo deputato in cui la questione israelo-palestinese è stata cristallizzata, con la creazione di Israele, e l’organizzazione che, con la convenzione sul genocidio, costringe Israele ad assumersi colpa e responsabilità. Il nodo è che, ora, l’Onu è diverso profondamente dal 1948, quando 56 Stati furono chiamati a votare per la creazione di Israele. Era l’Onu espressione di un ordine specchiatamente coloniale. Ora l’Onu è l’espressione – malandata e contraddittoria – della sua stessa decolonizzazione. Espansa fino a contenere quasi quattro volte il numero degli Stati che l’hanno fondata, l’Onu non avrebbe (forse) approvato oggi la creazione di Israele che mortificava la storia e la vita della popolazione nativa, cioè i palestinesi. Non avrebbe, cioè, accolto le aspirazioni del movimento ebraico sionista secondo lo schema dell’epoca, mortificando – attraverso la ripartizione della Palestina – le legittime aspirazioni palestinesi. Mai dimenticare, infatti, che l’ipotesi dello spazio unico politico e istituzionale per ebrei e palestinesi era una delle alternative sul tavolo.
Ed è questo nodo che il “Board of Peace” vuole sciogliere, svuotando l’Onu di ruolo, funzioni, potere, cessione di sovranità. Siamo tornati al 1947, al 29 novembre 1947 e all’approvazione del piano di partizione che diede vita a Israele. E non ce ne eravamo accorti in un modo così chiaro.
ChatGPT
Ecco la sintesi per punti con analisi critica dell’articolo di Paola Caridi “Orgoglio coloniale”.
1. Tesi centrale
Il discorso di Marco Rubio alla Conferenza di Monaco rappresenta una riabilitazione orgogliosa dell’epopea coloniale occidentale.
Si starebbe affermando un nuovo sovranismo di potenza, volto a:
ridimensionare il ruolo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite,
sostituirlo con un assetto più verticistico (“Board of Peace”),
ridefinire l’ordine mondiale su basi occidentali e neo-coloniali.
Gaza e la questione israelo-palestinese costituiscono il banco di prova di questa ridefinizione.
2. Struttura argomentativa
A. Il discorso di Rubio come manifesto ideologico
Celebrazione dei cinque secoli di espansione occidentale.
Costruzione di un “nuovo secolo occidentale”.
Esaltazione culturale identitaria (Mozart, Dante, Shakespeare, ecc.).
Assenza di autocritica coloniale.
👉 Interpretazione dell’autrice: ritorno dell’orgoglio imperiale in chiave militare, culturale e religiosa.
B. Sovranismo e svuotamento dell’ONU
Proposta di riformare (non formalmente smantellare) l’ONU.
Trasformarla in uno “strumento” subordinato a un nuovo “Consiglio”.
Ritorno a un modello verticistico simile alla nascita dell’ONU nel 1945 (vincitori che decidono).
👉 Lettura: riduzione della dimensione multilaterale e universalistica.
C. L’ONU come prodotto della decolonizzazione
Nel 1947-48:
ONU composta da 56 Stati,
ordine ancora coloniale.
Oggi:
quasi quattro volte gli Stati fondatori,
espressione (imperfetta) di un mondo decolonizzato.
Implicazione:
oggi l’ONU non approverebbe una partizione come quella della Palestina nel 1947.
D. Gaza come laboratorio geopolitico
Gaza come punto di rottura.
L’ONU:
fu il luogo di legittimazione della nascita di Israele,
oggi è il luogo che può invocare convenzioni come quella sul genocidio.
Il “Board of Peace” servirebbe a:
aggirare il peso politico dell’ONU,
ridurre la centralità del diritto internazionale.
3. Punti di forza
1. Lettura ideologica lucida
Caridi individua:
il ritorno esplicito di un linguaggio di potenza,
l’abbandono della retorica post-coloniale autocritica,
la connessione tra sovranismo e verticalizzazione decisionale.
L’analisi del linguaggio simbolico (cultura, religione, identità) è penetrante.
2. Collocazione storica della questione ONU
Interessante l’idea che:
l’ONU sia passata da espressione di un ordine coloniale a spazio imperfetto della decolonizzazione.
Questo spostamento demografico e politico è un dato reale.
3. Centralità della questione palestinese
Il testo coglie che la questione israelo-palestinese:
è nodo coloniale irrisolto,
è banco di prova del diritto internazionale contemporaneo.
4. Criticità e limiti
1. Tendenza interpretativa unidirezionale
Il discorso di Rubio è letto esclusivamente come:
celebrazione coloniale,
progetto neo-imperiale.
Meno esplorata:
la dimensione strategica (competizione con Cina),
la logica realista di riforma degli organismi multilaterali,
le critiche strutturali all’inefficacia dell’ONU.
2. Idealizzazione implicita dell’ONU contemporanea
L’ONU è presentata come:
spazio della decolonizzazione,
garante potenziale del diritto.
Ma resta:
bloccata dal diritto di veto,
dipendente dagli Stati membri,
strutturalmente condizionata dai rapporti di forza.
La trasformazione in senso realmente post-coloniale è parziale.
3. Analogia 1947–oggi
Il parallelo con il 29 novembre 1947 è suggestivo ma forte.
Le condizioni geopolitiche sono profondamente mutate:
sistema multipolare,
diritto internazionale consolidato,
società civile globale.
Il rischio è di enfatizzare la ciclicità storica.
4. Uso normativo del concetto di colonialismo
Colonialismo qui significa:
imposizione,
gerarchia,
negazione dell’autodeterminazione.
Ma non viene analizzato se e come:
nuove potenze (Cina, Russia, potenze regionali)
possano anch’esse esercitare forme di potere gerarchico.
5. Nodo teorico centrale
Il cuore del testo è questo interrogativo:
Stiamo assistendo a un ritorno dichiarato della politica di potenza coloniale?
Due interpretazioni possibili:
Interpretazione critica (Caridi):
sì, il sovranismo occidentale rilegittima la gerarchia coloniale.
Interpretazione realista:
si tratta di ridefinizione dell’ordine in risposta alla crisi dell’egemonia.
Il testo assume nettamente la prima.
6. Valutazione complessiva
Meriti
Forte capacità di lettura simbolica e discorsiva.
Buona ricostruzione storica dell’evoluzione dell’ONU.
Individuazione chiara del nesso Gaza–ordine internazionale.
Analisi efficace del ritorno della retorica di potenza.
Limiti
Impianto fortemente normativo.
Scarsa problematizzazione delle alternative strategiche.
Rischio di idealizzare l’ONU contemporanea.
Ridotta considerazione della dimensione multipolare globale.
7. Questione aperta
Il punto decisivo è:
L’erosione del multilateralismo porterà a un ordine neo-coloniale o a una frammentazione multipolare?
La risposta dipenderà da:
capacità dell’ONU di riformarsi,
equilibrio tra grandi potenze,
tenuta del diritto internazionale,
dinamica della questione palestinese.
Se vuoi, possiamo:
confrontare questo testo con teorie post-coloniali (Fanon, Said),
metterlo in dialogo con l’approccio realista alla governance globale,
oppure analizzarlo alla luce della crisi dell’egemonia occidentale.
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