Banca di Francia riporta l’oro in casa: vende negli USA e guadagna quasi 13 miliardi. Ecco perché e cosa significa Storia di Valentina Nubola
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Banca di Francia riporta l’oro in casa: vende negli USA e guadagna quasi 13 miliardi. Ecco perché e cosa significa
La Banca di Francia ha realizzato un’operazione sull’oro che nasce come un intervento tecnico legato alla gestione delle riserve, ma che ha prodotto un risultato economico molto rilevante: una plusvalenza di quasi 13 miliardi di euro. Questo ha migliorato in modo significativo i conti dell’istituto e ha riportato l’attenzione su un tema spesso poco conosciuto, ma fondamentale: come vengono gestite le riserve auree in un contesto globale sempre più instabile.
Oro: che cosa sono le riserve auree e perché contano
L’oro è uno degli asset più importanti detenuti dalle banche centrali. A differenza della moneta, non è soggetto alle stesse dinamiche di svalutazione legate all’inflazione e viene quindi considerato una sorta di “riserva di sicurezza”, utile nei momenti di crisi perché non perde valore nel tempo. Proprio per questa funzione, le banche centrali ne detengono grandi quantità. La Banca di Francia, ad esempio, possiede circa 2.437 tonnellate di oro, tra le più alte al mondo. Questo oro però non è tutto nello stesso posto: una parte è conservata in Francia, mentre un’altra quota era custodita negli Stati Uniti (per rispettare gli accordi di Bretton Woods), nei caveau di New York.
La distribuzione geografica non è casuale. Serve a ridurre i rischi: avere l’oro in luoghi diversi protegge da eventuali problemi legati a un singolo Paese (politici, economici o di sicurezza). Allo stesso tempo, custodire parte delle riserve all’estero può facilitare alcune operazioni sui mercati internazionali. È proprio su questa parte detenuta fuori dalla Francia che si inserisce l’operazione recente. Tra il 2025 e l’inizio del 2026, la Banca di Francia ha venduto 129 tonnellate di oro negli Stati Uniti, pari a circa il 5% delle sue riserve totali. Non si è trattato di una scelta improvvisa, ma di un processo graduale, costruito nel tempo, con l’obiettivo di rendere le riserve più moderne e coerenti con le esigenze attuali.
La Francia vende l’oro negli Usa: come ha fatto e perché
Alla base di questa scelta c’è l’esigenza di conformarsi agli standard internazionali definiti dalla London Bullion Market Association, che regolano il commercio dell’oro. I mercati accettano più facilmente lingotti con caratteristiche precise, come purezza elevata, dimensioni standard e formati riconosciuti. Parte dell’oro custodito all’estero non rispondeva pienamente a questi requisiti, risultando quindi meno efficiente e meno facilmente scambiabile. Per questo la banca ha deciso di intervenire sostituendo l’oro meno aggiornato con oro conforme agli standard moderni. In concreto, non c’è stato alcun trasferimento fisico di lingotti dagli Stati Uniti alla Francia. La banca ha scelto una soluzione più efficiente: ha venduto l’oro non conforme e, con il ricavato, ha acquistato oro già aggiornato, custodito nei caveau di Parigi. Questo approccio ha permesso di evitare i costi legati a trasporto, sicurezza e lavorazione, sfruttando allo stesso tempo i prezzi elevati dell’oro sui mercati.
Secondo il governatore François Villeroy de Galhau, si tratta di un’operazione “eccezionale” e difficilmente replicabile nel breve periodo, ma utile per rendere più efficiente la gestione delle riserve. Più in generale, emerge una tendenza diffusa tra le banche centrali: da un lato una maggiore centralizzazione dell’oro nel proprio Paese, dall’altro una crescente attenzione non solo alla quantità, ma anche alla qualità e alla liquidità degli asset detenuti.
L’impatto sui conti: il ritorno all’utile
L’operazione è stata resa ancora più vantaggiosa dal livello dei prezzi dell’oro (anche se ai minimi di quattro mesi), approfittando anche della forza del dollaro sui mercati internazionali. Quando una banca centrale vende oro a un valore superiore a quello registrato a bilancio, realizza una plusvalenza, cioè un guadagno reale. In questo caso, la Banca di Francia ha trasformato una parte del valore delle proprie riserve in un utile concreto, ottenendo una plusvalenza complessiva di 12,8 miliardi di euro, distribuita su due anni: circa 11 miliardi nel 2025, circa 1,8 miliardi nel 2026.
Il risultato è stato evidente nei conti: la Banca di Francia ha chiuso il 2025 con un utile di 8,1 miliardi di euro, dopo la perdita di 7,7 miliardi registrata nel 2024. È importante sottolineare che operazioni di questo tipo non servono solo a generare liquidità, ma anche a migliorare la qualità complessiva del bilancio. Inoltre, l’utile non è stato distribuito allo Stato, ma reinvestito per rafforzare la solidità finanziaria dell’istituto.
Al di là dell’aspetto contabile, la scelta ha anche una dimensione strategica. Ridurre la quota di oro detenuta negli Stati Uniti significa diminuire l’esposizione a eventuali rischi esterni e aumentare il controllo diretto sulle proprie riserve. In un contesto geopolitico sempre più incerto, questo tema è tornato al centro dell’attenzione di molte banche centrali. La Francia, del resto, segue questa direzione da decenni. Già negli anni Sessanta, con Charles de Gaulle, aveva avviato il rientro di gran parte delle proprie riserve auree, anche per ridurre la dipendenza dal sistema legato al dollaro. Oggi, in un contesto nuovamente instabile, questa strategia torna attuale e si inserisce in un quadro più ampio che coinvolge diversi Paesi europei.
Il contesto: banche centrali sotto pressione
Guardando al contesto internazionale, la Francia resta tra i principali detentori di oro insieme a Stati Uniti, Germania e Italia, ma la distribuzione delle riserve tra Paesi continua a essere una scelta complessa, legata a equilibri storici e strategici. Allo stesso tempo, molte banche centrali si trovano oggi sotto pressione: l’aumento dei tassi di interesse ha fatto crescere i costi più rapidamente dei rendimenti, portando istituzioni come la Bundesbank, la Bce e la Federal Reserve a registrare perdite negli ultimi anni.
L’intervento francese si inserisce quindi in una visione più ampia, in cui l’oro non è più solo una riserva statica, ma uno strumento da gestire in modo dinamico. L’obiettivo non è soltanto conservarlo, ma aggiornarlo, valorizzarlo e adattarlo alle esigenze del presente e del futuro. Il processo non è ancora concluso e continuerà nei prossimi anni, con la sostituzione progressiva dei lingotti più datati, fino al completamento previsto entro il 2028.
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