L'IA ci fa diventare utenti della nostra vita, non più gli autori




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L'IA ci fa diventare utenti della nostra vita, non più gli autori

L'IA ci fa diventare utenti della nostra vita, non più gli autori 


L'IA ci fa diventare utenti della nostra vita, non più gli autori

1 sett. • 6 min di lettura


L'intelligenza artificiale non è più una promessa del futuro, ma un inquilino onnipresente nelle nostre vite. Se ne discute ovunque, anche se il dibattito raramente riesce ad andare oltre gli aspetti tecnologici ed economici. Eppure, i segnali di una crisi profonda sono già tra noi: il primo caso in Italia di una ventenne che si è rivolta a un SERD per una dipendenza da IA è solo la punta dell'iceberg.


In effetti la dipendenza è il rischio più immediato e anche più visibile. Negli ultimi anni, gli appelli riguardo l’attenzione ai nostri ragazzi, i limiti all’utilizzo dei social, la costruzione di leggi ad hoc per difenderci dal rischio, l’aumento dei disturbi del neurosviluppo e dell’umore in età troppo basse per supportarne la portata sono tutti elementi con cui ci stiamo armando.

Abbiamo già una letteratura e delle evidenze - più o meno scientifiche - che supportano delle strategie di intervento, ma esistono minacce più infide e invisibili che agiscono nell’ombra, andando a intaccare le fondamenta stesse delle relazioni umane e della nostra struttura cognitiva.

Sono due le grandi minacce, profondamente pericolose proprio perché più invisibili e silenziose:

La prima è la trappola della conferma perenne.

Se da un punto di vista psicoanalitico sappiamo bene che la relazione è il fondamento della struttura dell’essere umano e che la sana relazione è la condizione prima della salute dell’essere umano, ecco che la prima grande insidia dell'IA risiede nella sua natura iper-confermante.

Progettata con logiche di marketing - per essere piacevole - e algoritmiche - per essere efficiente - l’IA è lo specchio narcisistico perfetto: sempre presente, priva di bisogni propri (cioè non ci chiede nulla), tendenzialmente inclinata a restituirci una versione sempre confermante di noi stessi (per ‘lei’ abbiamo sempre ragione ‘noi’).

Ma queste sono dinamiche diametralmente opposte a ciò che invece la relazione autentica tra esseri umani richiede: diversità, disconferma, confronto. Il rischio è allora enorme poiché di fronte a una conferma costante (hai ragione) non si va più a cercare una negazione (no, ti sbagli) cosa ben più naturale e frequente nell’incontro con l’altro. Ciò porterà lentamente e inesorabilmente a un rifiuto e quindi ad una disabitudine al dialogo.

L’etimologia stessa della parola "dialogo" implica proprio un attraversamento (dia) del logos, che comporta appunto scontro, alterità e frustrazione.

Sappiamo che la crescita di un individuo passa necessariamente attraverso il 'no' dell'altro, il confronto con chi non la pensa come noi. Abituarsi quindi a un simulacro che ci dice sempre ciò che vogliamo sentire, ci fa perdere la capacità di stare nella relazione reale: quando l’altro non ci conferma smette di essere un interlocutore e diventa un nemico.

In questo scenario, la relazione umana non si evolve, ma si annienta.

E senza relazione non c’è individuo, ma ancor più non c’è umano.

L’altro elemento di minaccia, apparentemente più lontano, ma non meno pericoloso, è la delega della memoria e della decisione, con la conseguente perdita del giudizio.


Tutti noi usiamo quotidianamente l’AI per cercare qualcosa di cui non ricordiamo il nome, la data o altre informazioni che potremmo tenere in memoria ma 'chi ce lo fa fare se tanto abbiamo quel cassetto in cui possiamo mettere tutte le info senza occupare energie e spazio nostro, sempre a disposizione e super efficiente?'

Ecco che allora trasformiamo l’IA nel l'archivio delle nostre memorie e delle nostre scelte. Ma quando deleghiamo l'informazione e il ricordo svuotiamo il 'magazzino' interiore su cui lavora il nostro pensiero.

La scienza chiama questo fenomeno 'Cognitive Offloading' (scaricamento cognitivo). Uno degli studi cardine è quello condotto da Betsy Sparrow (Columbia University) pubblicato su Science e che sostiene che se l'IA diventa il 'recipiente' delle proprie memorie, il cervello smette di costruire una rete associativa interna. Senza dati memorizzati 'a bordo', il pensiero non ha materiale grezzo per creare nuove idee originali o connessioni profonde.

Si rimane quindi con sempre meno dati interni perdendo la capacità di prevedere e di tollerare l'errore, due funzioni vitali per la maturazione.

La capacità di prevedere (immaginare un percorso o un esito prima che accada) dipende dalla ricchezza delle nostre mappe interne. Se deleghiamo sempre la decisione sulla 'strada da prendere' (metaforicamente e letteralmente), il cervello perde la capacità di simulare il futuro.

Sappiamo da tempo - e la scienza moderna lo conferma - che la memoria a lungo termine è la sede della nostra identità e del nostro intelletto. Delegarla significa subire una sorta di 'lobotomia funzionale': si rimane capaci di operare, ma si perde la capacità di comprendere il significato di ciò che si sta facendo. E se si perde il significato di ciò che si sta facendo, si perde anche la capacità di giudizio; se non decide, si perde il muscolo del giudizio; se non si ha più capacità di giudizio, non si prendono più decisioni.

Il giudizio infatti non è una dote innata e statica, ma una funzione cognitiva e morale che si sviluppa attraverso l'esercizio costante. Funziona esattamente come un muscolo: richiede resistenza (il dubbio), sforzo (l'analisi) e ripetizione (l'esperienza).

Quando deleghiamo una scelta all'IA - che si tratti di cosa acquistare, quale percorso intraprendere o come rispondere a un'e-mail delicata - eliminiamo la 'resistenza'. Senza attrito decisionale, il muscolo del giudizio entra in atrofia. Il rischio è che, davanti a una scelta cruciale della vita, l'individuo si ritrovi 'flaccido', incapace di sostenere il peso della proprie responsabilità.

L'intelligenza artificiale non 'pensa', ma calcola probabilità statistiche. Questo la porta a generare risposte che sembrano perfettamente logiche e autorevoli, ma possono essere del tutto false. E spesso noi accettiamo quelle risposte non perché vere, ma perché facili, comode, veloci, piacevoli. In questo modo, la distinzione tra vero e falso non è più una ricerca intellettuale, ma un atto di fede nei confronti di un software. L'identità si costruisce sulle macerie delle nostre decisioni, inclusi gli errori.


Io sono ciò che ho scelto e sono anche il modo in cui ho rimediato a un mio sbaglio. Se l'IA decide per me, la mia identità si diluisce. Divento un 'utente' della mia vita anziché l'autore.

La delega pigra ci trasforma in spettatori di un'esistenza ottimizzata da altri, privandoci di quella dignità che risiede proprio nella fallibilità del giudizio umano.

E la minaccia allora arriva alla costruzione del valore, perché la mia capacità decisionale che sviluppo grazie al mio pensiero critico è la base della costruzione del mio sistema di valori che insieme a quelli degli altri creano comunità. E i valori non sono semplici regole scritte, ma il risultato di un processo di negoziazione interiore tra i nostri desideri, la realtà e l'altro. Il sistema di valori si costruisce quando dobbiamo scegliere 'chi essere' di fronte a un dilemma.

Se la scelta è delegata, il dilemma scompare. E se scompare il dilemma, scompare l'occasione di riaffermare i nostri valori.

Una società che delega le decisioni etiche a un algoritmo è una società che smette di produrre etica.

Poiché l'IA può sbagliare (e lo fa).

Se l'essere umano smette di allenare il pensiero critico, non sarà più in grado di distinguere il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato e il sistema di valori, cardine dell'identità umana, rischia di sgretolarsi sotto il peso di una delega pigra.

Cosa dobbiamo fare, dunque?

La risposta non è il luddismo, ma un investimento massiccio sulla qualità dell'umano. L'impegno, la fatica e la pratica non sono concetti superati; sono le condizioni invisibili che permettono a un bambino di capitalizzare il proprio talento.

L’IA non sostituirà chi ha imparato a:

-       Pensare profondamente e porre domande acute;

-       ⁠Regolare le proprie emozioni di fronte alla frustrazione;

-       Collaborare realmente nel conflitto costruttivo.

L’IA è un moltiplicatore: amplificherà qualunque cosa troverà nel suo utilizzatore. Se troverà un individuo vuoto, ne amplificherà il vuoto; se troverà un essere umano radicato nell'empatia, nel senso critico e nel giudizio, ne magnificherà le capacità creative e sociali. Il vero vantaggio competitivo del futuro non sarà conoscere il codice, ma possedere un’architettura interiore solida. Il compito dei genitori e degli educatori oggi è chiaro: coltivate l’umano nell’uomo, e l’intelligenza artificiale sarà lo strumento della sua più grande evoluzione, non della sua fine.



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