PALANTIR dossier

 FONTE

https://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/32892-rezgar-akrawi-palantir-e-l-alleanza-tra-capitale-monopolistico-ed-estrema-destra.html

«Palantir» e l’alleanza tra capitale monopolistico ed estrema destra

di Rezgar Akrawi

palantir estrema destraILLO20ICEIl manifesto pubblicato da Palantir Technologies non è né un documento tecnico né una visione economica. È un documento politico esplicito che annuncia una nuova fase nella traiettoria del capitalismo digitale, una fase in cui esso ha abbandonato la pretesa di neutralità e ha deciso di smascherarsi, rivelando il proprio volto ideologico nella sua interezza. Palantir non è un caso isolato nel panorama tecnologico globale.

Si tratta di una delle diverse grandi aziende tecnologiche che vendono le proprie tecnologie a sistemi di repressione e di violazione dei diritti umani, ed è stata condannata dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, per il suo ruolo nell’abilitare deportazioni forzate, sorveglianza di massa e persecuzione dei dissidenti.

La cosa più grave di tutte è che rapporti documentati hanno rivelato una partnership diretta tra questa azienda, unitamente ad altre aziende tecnologiche occidentali come Google, Amazon e Microsoft, e l’esercito israeliano, fornendo sistemi di dati e di targeting che sono stati impiegati in operazioni militari su Gaza, rendendola un partner effettivo in crimini di guerra documentati contro i civili palestinesi. Sotto questo profilo, essa non si differenzia nella sostanza da altre grandi aziende del capitalismo digitale che praticano la stessa cosa in forme diverse e con gradi variabili di trasparenza.

È una dichiarazione di classe di un progetto per un’alleanza fascista digitale che non si fonda sulla sola violenza tradizionale, ma sulla sorveglianza digitale e la repressione, sull’analisi dei dati, sull’intelligenza artificiale, sulla manipolazione dell’opinione pubblica e sulla soppressione del dissenso attraverso metodi impercettibili eppure profondamente incisivi. Un’alleanza i cui crimini non rimangono entro i circoli élitari e gli uffici aziendali, ma si estendono ai campi di battaglia e ai corpi dei civili, incarnandosi oggi nella sua forma più chiara nel trumpismo, nelle sue alleanze, nei suoi crimini e nelle sue guerre aggressive.

 

Dalla Silicon valley alla Casa Bianca: l’alleanza organica

Per comprendere il manifesto di Palantir al di fuori del suo contesto isolato, dobbiamo evocare l’immagine dell’alleanza che si è formata negli ultimi anni tra un segmento dell’élite tecnologica e il progetto della destra nazionalista estrema. Peter Thiel, co-fondatore di Palantir e il più significativo finanziatore della carriera politica di Trump, non è semplicemente un uomo d’affari che sostiene un candidato politico.

È la mente ideologica che fornisce a questo progetto la sua logica politica, qualcuno che vede la democrazia liberale rappresentativa esistente come un ostacolo al progetto dell’élite tecnocratica, e che ha dichiarato apertamente che capitalismo e democrazia liberale tradizionale sono incompatibili. Questa alleanza non è un caso fortuito, né una congiunzione passeggera. È una convergenza oggettiva tra due progetti che condividono un unico obiettivo: concentrare il potere nelle mani di un’oligarchia finanziaria e politica che crede di possedere un «diritto naturale» a governare le proprie società e quelle altrui.

Questa alleanza trova la sua espressione istituzionale oggi in quello che è noto come il movimento dell’accelerazionismo tecnologico, che include Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e altri, i quali hanno iniziato a muoversi in modo coordinato con la seconda amministrazione Trump. Ciò che li unisce non è un allineamento ideologico completo. Ciò che li unisce è la posizione di classe e l’interesse condiviso: l’eliminazione di qualsiasi vincolo regolatorio o democratico che limiti la loro capacità di accumulazione, dominio ed espansione del controllo.

 

Il Manifesto in 22 punti: una lettura del suo contenuto di classe

Palantir ha pubblicato quello che ha descritto come un riassunto del libro del suo CEO Alexander Karp, «The Technological Republic», in mezzo a un ampio coinvolgimento globale e a una crescente indignazione politica che ha superato i milioni di visualizzazioni in pochi giorni. L’indignazione non deve però limitarsi alla sola reazione emotiva, perché il manifesto è nella sua essenza una mappa di classe che merita una lettura di sinistra precisa, che vada più in profondità dell’indignazione.

Il manifesto contiene 22 punti, costruiti con una precisione architettonica deliberata, non in modo casuale. Alcuni punti appaiono moderati o umani in superficie, come gli appelli alla tolleranza nei confronti dei politici nella loro vita privata, o contro il gioire della sconfitta di un avversario.

Questi punti non sono né innocenti né accidentali. Sono la facciata calcolata utilizzata per conquistare il lettore esitante e conferire al manifesto un’immagine «equilibrata» prima che esso riveli il suo vero volto. Questo è ciò che gli studi ideologici chiamano la struttura del consenso fabbricato: ti viene somministrata una dose di linguaggio che suona ragionevole per aiutarti a inghiottire la dose tossica insieme a essa. Ciò che appare logico nel manifesto non è quindi prova del suo equilibrio, ma ulteriore prova della sua astuzia.

Tutti questi punti vengono impiegati come copertura per portare avanti un’agenda ideologica complessiva che lega tutte queste preoccupazioni a un progetto di militarizzazione, dominio e gerarchia civilizzazionale. Mi concentrerò pertanto sui punti più rivelatori del vero contenuto di classe e ideologico di questo progetto, affrontando gli altri concetti nel corpo del testo.

Il Punto Uno afferma che «l’élite ingegneristica della Silicon Valley ha l’obbligo morale di partecipare alla difesa della nazione». Questa struttura morale non è innocente. Quando la contrattazione militare e di sicurezza viene presentata come un «dovere morale», la pressione sociale diventa un meccanismo per costringere ingegneri e programmatori a servire la macchina della guerra e della repressione, e ogni voce dissenziente all’interno delle aziende tecnologiche viene messa a tacere in nome del «patriottismo». Questa è la conversione della coscienza individuale in merce al servizio dello Stato militare e di sicurezza e delle sue istituzioni repressive e di sorveglianza.

Il Punto Due chiede la «ribellione contro la tirannia delle app», intendendo il rifiuto della tecnologia di consumo a favore di sistemi di sicurezza e militari più profondi. Non si tratta di una critica al capitalismo dei consumi come potrebbe apparire. È un appello a reindirizzare le capacità tecnologiche verso la macchina della guerra e della sorveglianza anziché verso il mercato dell’intrattenimento.

Il Punto Cinque dichiara che «la domanda non è se verranno costruite armi di intelligenza artificiale; la domanda è chi le costruirà». Questa logica deterministica chiusa mira a eliminare qualsiasi dibattito sul rifiuto della militarizzazione tecnologica alle sue radici. Quando la scelta viene formulata come «noi o il nemico», la possibilità di dire «no alle armi in toto» viene cancellata. È la stessa logica usata dalle amministrazioni della Guerra Fredda per mettere a tacere i movimenti per la pace e restringere le organizzazioni di sinistra, e qui ritorna in veste digitale.

Il Punto Sei richiede che «il servizio nazionale sia un dovere universale», chiedendo una riconsiderazione dell’esercito tutto-volontario a favore della coscrizione obbligatoria. Questa richiesta rivela il volto classicamente fascista del manifesto: quando lo Stato non riesce a produrre la disponibilità volontaria a partecipare alle sue guerre, ricorre alla coercizione istituzionale e la chiama «responsabilità condivisa». Significativamente, l’azienda che chiede ai giovani di offrire le proprie vite in difesa dell’«Occidente» guadagna simultaneamente miliardi di dollari dai contratti di guerra in cui quei giovani muoiono. Il dovere per tutti, i profitti per pochi.

Il Punto Diciassette afferma che «la Silicon Valley deve svolgere un ruolo nell’affrontare la criminalità violenta». Questa proposta appare pragmatica in superficie, ma nella sua essenza è un’espansione dei poteri delle aziende di sicurezza private per aggirare il ruolo dello Stato e trasformarsi in una forza autonoma di controllo sociale, operante secondo la logica del profitto piuttosto che secondo la logica della legge, del potere giudiziario indipendente e della responsabilità democratica.

Il Punto Venti richiede la «resistenza alla pervadente intolleranza verso la credenza religiosa». Questo punto non nasce da una genuina difesa della libertà di credo. È un impiego opportunistico del discorso religioso per costruire un’alleanza ideologica con le correnti conservatrici e religiose che sono le più suscettibili di essere mobilitate dietro i progetti di guerra. La storia ci insegna che ogni progetto fascista ha avuto bisogno di un’alleanza con le istituzioni religiose per conferire alla violenza un carattere sacro, ed è questo ciò che questo punto cerca di fare sotto la copertura della «libertà di fede».

Il Punto Ventunesimo è il più rivelatorio della profonda dimensione ideologica, quando dichiara che «alcune culture hanno prodotto avanzamenti vitali mentre altre rimangono disfunzionali e regressive». Questa frase non è un’opinione culturale di passaggio. È il fondamento teorico del razzismo coloniale civilizzazionale che giustifica il dominio, l’occupazione e l’uccisione dei popoli sotto la copertura della «gestione razionale della civiltà».

Questa logica non differisce fondamentalmente dal «fardello dell’uomo bianco» che giustificò il colonialismo nei secoli precedenti, e viene riprodotta oggi nel linguaggio degli algoritmi e dei big data. Ciò che la rende più pericolosa del suo predecessore è che non richiede forze coloniali visibili. Bastano un database e un algoritmo di targeting.

 

Il Trumpismo come sistema, non come persona

L’errore comune è ridurre il trumpismo alla persona di Donald Trump. Il trumpismo è un progetto di classe complessivo che combina il capitale finanziario nazionale con il nazionalismo sciovinista e l’ostilità verso gli immigrati e le minoranze. Nella sua essenza, è un’espressione della crisi del capitalismo quando esso non può più riprodurre l’illusione liberale per il suo pubblico, così ricorre al discorso nazionalista aggressivo per distogliere l’attenzione dalle reali contraddizioni di classe. Ciò che fa il manifesto di Palantir è collegare il capitale monopolistico digitale a questo progetto e fornirgli gli strumenti tecnologici necessari per trasformarlo dal discorso politico elettorale a un sistema di controllo effettivo.

La cooperazione documentata tra Palantir e le autorità dell’immigrazione e le agenzie di sicurezza nel tracciamento e nella deportazione dei migranti è un modello pratico di questa alleanza. La tecnologia qui non è utilizzata per servire la «sicurezza» in alcun senso neutrale. È utilizzata per attuare politiche repressive e razziste con alta efficienza operativa. Lo strumento digitale rende la repressione più rapida, più precisa e meno bisognosa di giustificazione pubblica.

 

Il feudalesimo digitale e la sua fase fascista

Come ho sostenuto in precedenza nelle mie analisi del capitalismo digitale, stiamo vivendo la fase avanzata del feudalesimo digitale, in cui le grandi aziende monopolizzano l’infrastruttura digitale e impongono le proprie condizioni agli utenti, proprio come un tempo i signori feudali monopolizzavano la terra e controllavano i contadini. Ciò che il manifesto di Palantir rivela è che questo feudalesimo digitale sta ora entrando nella sua fase fascista, la fase in cui il capitale non si accontenta più del silenzioso sfruttamento economico ma si muove verso la mobilitazione politica e ideologica esplicita e il controllo per proteggere il proprio sistema da qualsiasi minaccia.

Sotto il capitalismo digitale, non sono più solo i lavoratori manuali e intellettuali tradizionali ad essere vittime dello sfruttamento. Ogni utente produce quotidianamente dati che vengono convertiti in materia prima per la produzione di plusvalore senza compensazione.

I servi digitali lavorano all’interno di sistemi che non possiedono e sono soggetti a regole sulle quali non hanno alcuna reale influenza. Ciò che il manifesto aggiunge a questo quadro è la militarizzazione: questi stessi sistemi di sfruttamento vengono ora diretti verso l’inquadramento della mente umana, il condurre guerre, la soppressione del dissenso, le deportazioni forzate e la gestione dei sistemi di controllo della sicurezza.

 

Algoritmi di morte

Il manifesto non può essere letto in isolamento da ciò che accade nelle guerre contemporanee. Rapporti documentati hanno rivelato che Palantir ha stabilito partnership strategiche con eserciti e istituzioni di sicurezza per costruire database di targeting che vengono effettivamente utilizzati in operazioni militari. Non si tratta di una possibilità teorica. È una pratica quotidiana documentata: algoritmi che convertono vite umane in punti dati, e punti dati in obiettivi militari.

In Palestina, rapporti giornalistici e investigativi hanno documentato l’uso di sistemi di intelligenza artificiale per costruire liste di obiettivi che hanno portato a massacri contro i civili a Gaza. In Venezuela, Iran e altri paesi che Washington classifica come «minacce», i sistemi di sorveglianza e dati vengono utilizzati per sostenere il militarismo, l’aggressione e le guerre che violano il diritto internazionale.

Quello che l’azienda chiama «sistema di targeting intelligente» è in pratica una macchina per gestire l’uccisione con efficienza industriale. L’uccisione non richiede più una decisione umana responsabile. Richiede un algoritmo, dati sufficienti e il via libera da un apparato che non è soggetto ad alcuna responsabilità democratica. Questa è l’applicazione sul campo di quello che il manifesto chiama «capacità decisionale in tempo reale», dove le decisioni di uccidere vengono prese istantaneamente all’interno di sistemi tecnici chiusi.

La cosa più importante in questo contesto è che l’uso di questi sistemi non può essere separato dal discorso che giustifica la classificazione di intere comunità come arretrate o minacciose. Il crimine non inizia con la bomba. Inizia con la classificazione. Quando intere comunità vengono definite come una minaccia, l’uccisione e il targeting dei civili diventano «gestione della sicurezza» piuttosto che un crimine i cui autori devono essere chiamati a rispondere.

 

L’illusione della neutralità tecnologica, l’autosorveglianza e la repressione digitale

Il pericolo del modello che Palantir sta costruendo non risiede unicamente nelle sue applicazioni militari dirette. Più pericoloso ancora è quello che può essere descritto come la «società della sorveglianza», quando il controllo diventa interno piuttosto che esterno. Quando un individuo sa di essere sorvegliato in ogni momento e sente che ogni interazione digitale viene registrata e analizzata, inizia a imporsi la sorveglianza da solo.

Modifica il proprio discorso, evita gli argomenti sensibili, si allontana dalle idee radicali di dissenso. Questa autosorveglianza volontaria limita e indebolisce i movimenti di sinistra e progressisti e le organizzazioni dei lavoratori dall’interno, senza la necessità di arresti o restrizioni dirette.

L’appello del manifesto alla «comprensione profonda del comportamento umano» come condizione per la sicurezza è in realtà un appello a costruire un sistema complessivo per smantellare l’azione politica collettiva prima che emerga. Prevedere il comportamento delle proteste e smantellarlo prima che diventi un movimento organizzato è il sogno che i servizi di sicurezza hanno a lungo inseguito, e la tecnologia di Palantir si sta avvicinando alla sua realizzazione.

Tra i meccanismi ideologici più prominenti del manifesto vi è il ricorso alla logica deterministica chiusa. «Non ci sarà neutralità tecnologica», «la domanda non è se le armi di intelligenza artificiale verranno costruite», «le democrazie non possono fare affidamento sul solo discorso morale». Questo approccio mira a convertire le scelte politiche in fatti naturali ineluttabili e a eliminare qualsiasi messa in discussione della natura del sistema esistente dalla sfera del dibattito legittimo. È lo stesso approccio usato dai neoliberali quando negli anni ’90 dichiararono che «il capitalismo è la fine della storia». Ora la stessa logica ritorna in una formulazione securitaria: non c’è scelta al di fuori della militarizzazione digitale.

Questo determinismo non è una descrizione neutrale della realtà. È una tattica per svuotare la politica del suo contenuto. Quando sei convinto che non esista alternativa, smetti di cercarne una. Ed è questo il principale obiettivo dietro questo linguaggio.

 

L’alternativa di sinistra: la questione della proprietà e del controllo collettivo

Il manifesto di Palantir non è semplicemente un documento di un’azienda tecnologica che annuncia le proprie posizioni. È un campanello d’allarme assordante che le forze progressiste devono ascoltare con chiarezza: la battaglia per il futuro della tecnologia non si nasconde più dietro le quinte. È scesa in campo, annunciandosi senza vergogna. Chi ritarda nel cogliere questo cambiamento ritarda il proprio ingresso nell’arena di lotta più decisiva di questo secolo.

La domanda fondamentale non riguarda come viene usata la tecnologia. Riguarda chi la possiede e chi ne determina gli obiettivi. La tecnologia non diventerà uno strumento di liberazione finché rimarrà nelle mani dei monopoli digitali alleati ai progetti della destra, della guerra e della repressione. Qualsiasi discussione seria deve partire dalla necessità di una proprietà collettiva e societaria dell’infrastruttura digitale, e dal sottoporre gli algoritmi e l’intelligenza artificiale a una genuina supervisione democratica che rappresenti gli interessi delle masse lavoratrici piuttosto che delle élite monopolistiche.

Ciò richiede che le forze di sinistra, progressiste e dei diritti umani si impegnino con l’arena della tecnologia con piena serietà come importante campo della lotta di classe. Produrre critica intellettuale, per quanto importante, non è sufficiente senza costruire alternative tecnologiche effettive attraverso il coordinamento e il lavoro congiunto tramite internazionali digitali: piattaforme sociali libere da monopolio, restrizioni e repressione; strumenti di ricerca che rispettino la privacy di tutti gli utenti; sistemi di intelligenza artificiale gestiti in modo democratico e trasparente; e altre applicazioni digitali. Questi non sono progetti ricreativi per il futuro. Sono una necessità strategica urgente per qualsiasi progetto liberatorio serio.

 

Aggiunta necessaria: il disarmo tecnologico come prerequisito

Costruire alternative da sole non è sufficiente a meno che non sia abbinato a una campagna organizzata per privare questi monopoli delle loro armi tecnologiche. Va notato qui che Palantir non è un caso eccezionale né un’anomalia nel panorama tecnologico. È l’espressione più esplicita e audace di ciò che molte altre aziende praticano con maggiore silenzio e un discorso più morbido. Ciò che la rende un punto focale di questa analisi è che ha rivelato ciò che gli altri sono soliti nascondere, non che differisca da loro nella sostanza. Il sistema è uno; l’unica eccezione è il grado di franchezza.

Proprio come i movimenti operai storici lottarono per disarmare il capitale nelle fabbriche e nelle fattorie, oggi è necessaria una lotta equivalente per strappare dalle mani di queste aziende collettivamente gli algoritmi letali, i sistemi di targeting e la sorveglianza di massa.

Questa lotta assume molteplici forme: il boicottaggio dei loro servizi, l’esposizione dei loro contratti segreti con i governi, il perseguimento dei loro dirigenti davanti ai tribunali internazionali con l’accusa di complicità in crimini di guerra, e la pressione sulle istituzioni pubbliche affinché recidano i loro rapporti con queste aziende. Ogni contratto governativo con questo sistema è un finanziamento diretto della macchina di uccisione e deportazione. Fermare questo flusso finanziario è la prima linea di confronto.

Questo percorso non può essere completato senza lavorare simultaneamente a livello legislativo interno e internazionale. A livello interno, occorre fare pressione per promulgare leggi severe che richiedano alle aziende tecnologiche di sicurezza di mantenere piena trasparenza nei loro contratti con i governi, criminalizzare l’uso di sistemi di intelligenza artificiale nel targeting militare al di fuori di qualsiasi supervisione giudiziaria indipendente, e obbligare queste aziende a sottoporsi agli stessi standard di responsabilità ai quali sono soggette le istituzioni pubbliche.

A livello internazionale, occorre lavorare per sottoporre queste aziende alle convenzioni internazionali sui diritti umani, in particolare alle Convenzioni di Ginevra che proibiscono il targeting indiscriminato dei civili, alla carta delle Nazioni Unite sulla protezione dei dati personali, e ai Principi Guida delle Nazioni Unite su Imprese e Diritti Umani.

A un’azienda che costruisce database di targeting nelle zone di guerra non può essere consentito di operare al di fuori di questo quadro giuridico, e se lo fa, i governi che contraggono con essa portano una responsabilità criminale condivisa. Questa non è una richiesta riformista di lusso. È il minimo richiesto dall’umanità del diritto nel confronto con la disumanità dell’algoritmo.

 

Seconda aggiunta: smascherare il silenzio del lavoro al cuore del Manifesto

Ciò che è sorprendente nel manifesto di Palantir, anzi ciò che è profondamente sospetto, è che non menziona una sola parola sui lavoratori, sui sindacati, sul diritto all’organizzazione, sullo sciopero. In un documento che parla dell’«élite ingegneristica», del «dovere morale» e delle «culture arretrate», non c’è posto per i lavoratori manuali e intellettuali che costruiscono questi algoritmi, li fanno funzionare e vivono sotto il peso della stessa sorveglianza.

Questo silenzio non è accidentale. È un’ammissione implicita che il progetto tecnologico fascista non può affrontare la questione dei lavoratori, perché i lavoratori da soli, se si organizzano, sono capaci di fermare interamente le linee di produzione della morte. Uno sciopero generale nella Silicon Valley, o anche solo negli uffici di Palantir stessa, è l’incubo di questo progetto. Sostenere i sindacati dei lavoratori tecnologici e collegare la loro lotta a una lotta globale è pertanto un atto di resistenza di prim’ordine.

Questa lotta tecnologica non può essere separata dalla lotta popolare sul campo. La tecnologia è uno strumento di supporto alla lotta, non un suo sostituto. Il potere reale rimane nell’organizzazione politica, sindacale e popolare, nei movimenti sociali, nella solidarietà internazionale tra le masse laboriose di questo sistema, che si trovino nelle guerre, alle frontiere, o nei quartieri operai sorvegliati da algoritmi che non chiedono il permesso a nessuno.

 

Conclusione: il fascismo digitale col suo vero nome

Il manifesto di Palantir rivela chiaramente che ci troviamo di fronte a una nuova forma di fascismo, non solo nel senso storico ristretto, ma nel suo significato essenziale: l’alleanza del capitale monopolistico con il potere politico nazionale aggressivo e il dispiegamento della violenza, della repressione e della gerarchia civilizzazionale per proteggere questa alleanza da qualsiasi minaccia popolare. L’unica differenza è che gli strumenti di questo fascismo oggi sono gli algoritmi, i big data e l’intelligenza artificiale, ed è questo ciò che lo rende più ermetico e più difficile da resistere rispetto a quanto lo ha preceduto.

Quando Alexander Karp finisce di scrivere il suo manifesto filosofico nel suo elegante ufficio, gli algoritmi costruiti dalla sua azienda continuano il loro lavoro di identificazione degli obiettivi, tracciamento dei migranti alle frontiere, costruzione di database di dissidenti in tutto il mondo, e sostegno alla macchina del militarismo e della repressione su tutto il globo. La filosofia e il crimine sono due facce della stessa moneta.

La lotta per la giustizia sociale e la liberazione oggi passa inevitabilmente e sostanzialmente attraverso la lotta per liberare la tecnologia da questa alleanza aggressiva di classe. Non è una questione tecnica né una questione etica astratta. È una questione politica da cima a fondo, e parte di una lotta storica su chi detiene il controllo sul futuro e sulla coscienza umana: la minoranza monopolistica alleata ai progetti di morte e repressione, o le masse lavoratrici che devono imporre la propria autorità sugli strumenti che plasmano le loro vite e il loro destino.


Fonti e riferimenti
Prima: fonte primaria — Il Manifesto Palantir
1. Palantir Technologies — The Technological Republic, in breve (Post ufficiale su X, aprile 2026)
2. Karp, Alexander C. e Zamiska, Nicholas W. — The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West. Crown Currency, New York, 2025.
Seconda: reportage giornalistici e analisi sul Manifesto
3. Al Jazeera English — «Technofascism? Why Palantir’s pro-West ‘manifesto’ has critics alarmed,» aprile 21, 2026.
4. TechCrunch — «Palantir posts mini-manifesto denouncing inclusivity and ‘regressive’ cultures,» aprile 19, 2026.
5. Engadget — «Palantir posted a manifesto that reads like the ramblings of a comic book villain,» aprile 2026.
6. TRT World — «Internet explodes in outrage over Palantir’s dystopian tech manifesto,» aprile 2026.
7. Reason — «Palantir’s new manifesto wants the military draft reinstated,» aprile 20, 2026.
Terza: rapporti sui diritti umani su Palantir e la complicità delle grandi aziende tecnologiche a Gaza
8. Amnesty International — Rapporto sull’economia politica globale che abilita il genocidio israeliano, che nomina Palantir tra i principali contributori, settembre 2025.
9. Truthout — «Amnesty Calls for States to Pull the Plug on Economy Backing Israel’s Genocide,» settembre 2025.
10. Business and Human Rights Resource Centre — «Palantir allegedly enables Israel’s AI targeting in Gaza, raising concerns over war crimes.»
11. Business and Human Rights Resource Centre — «Amazon, Google and Microsoft fuel Israeli military aggression in Gaza, investigation reveals,» febbraio 2025.
12. Business and Human Rights Resource Centre — «Google, Amazon and Microsoft allegedly complicit in war crimes amid Israel’s war in Gaza.»
13. Business and Human Rights Resource Centre — «Google did not respond to allegations over its complicity in war crimes amid Israel’s war in Gaza,» aprile 2025.
14. Business and Human Rights Resource Centre — «Amazon did not respond to allegations over its complicity in war crimes amid Israel’s war in Gaza,» aprile 2025.
15. Business and Human Rights Resource Centre — «Microsoft did not respond to allegations over its complicity in war crimes amid Israel’s war in Gaza,» aprile 2025.

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FONTE

https://www.sinistrainrete.info/societa/32885-giuseppe-gagliano-palantir-foucault-e-la-nuova-disciplina-digitale.html

Palantir, Foucault e la nuova disciplina digitale

di Giuseppe Gagliano

PALANTIRDal Grande Fratello alla società degli algoritmi

Il manifesto di Alex Karp e Palantir non è soltanto una dichiarazione ideologica sulla tecnologia, l’Occidente e la guerra futura. È qualcosa di più profondo e più inquietante: è il segnale di un passaggio storico nel rapporto tra potere, sorveglianza e società. Non siamo più davanti alla vecchia immagine autoritaria dello Stato che controlla dall’alto i cittadini con la forza visibile della polizia, dell’esercito o della censura. Siamo davanti a una forma più raffinata, più silenziosa, più accettabile e proprio per questo più pericolosa: il potere che osserva, raccoglie, connette, interpreta, prevede e orienta.

L’immagine immediata è quella di George Orwell: il Grande Fratello, la sorveglianza permanente, la guerra continua, il linguaggio trasformato in strumento di dominio, la libertà svuotata mentre viene proclamata. Ma fermarsi a Orwell rischia di essere insufficiente. Per capire davvero la dimensione distopica del manifesto di Palantir bisogna chiamare in causa anche Michel Foucault, perché il cuore del problema non è soltanto lo Stato che guarda il cittadino. È il cittadino che finisce per vivere dentro una rete di classificazioni, valutazioni, profili, rischi, previsioni e controlli che non hanno più bisogno di mostrarsi come repressione.

Orwell ci aiuta a vedere il volto autoritario del potere. Foucault ci aiuta a vedere qualcosa di più sottile: il potere che produce comportamenti, normalizza condotte, disciplina corpi, organizza spazi, definisce ciò che è deviante e ciò che è accettabile. Il manifesto di Palantir si colloca esattamente in questo punto: là dove la sicurezza diventa sapere, il sapere diventa potere, e il potere diventa infrastruttura tecnologica.

 

La sorveglianza non come eccezione, ma come ambiente

Nel mondo immaginato da Karp, la tecnologia non è più uno strumento neutrale. Non serve semplicemente a comunicare meglio, curare meglio, amministrare meglio o combattere meglio. Diventa l’architettura stessa della vita collettiva. Dati sanitari, dati fiscali, dati militari, dati finanziari, dati migratori, dati giudiziari, dati sociali: tutto può essere raccolto, incrociato, reso leggibile.

Questa è la trasformazione decisiva. La sorveglianza non è più un atto straordinario compiuto in situazioni eccezionali. Diventa un ambiente. Non è più soltanto la telecamera puntata su un individuo sospetto. È la costruzione di un mondo nel quale ogni individuo può essere potenzialmente analizzato prima ancora di aver fatto qualcosa. Non si controlla più solo il reato. Si controlla il rischio. Non si interviene più solo sul fatto avvenuto. Si interviene sulla possibilità che qualcosa accada.

Qui il salto è enorme. Lo Stato moderno tradizionale puniva dopo la violazione della legge. Lo Stato algoritmico tende a classificare prima. Anticipa, calcola, ordina, segnala. Il cittadino non è più soltanto un soggetto di diritti e doveri. Diventa un insieme di dati da elaborare, una probabilità da misurare, una condotta da prevedere.

Foucault aveva studiato il passaggio dalle società della punizione spettacolare alle società disciplinari. Il potere moderno, secondo la sua analisi, non ha più bisogno soltanto di colpire il corpo con la violenza visibile del supplizio. Preferisce organizzare la vita, regolare i comportamenti, sorvegliare gli spazi, addestrare gli individui, renderli utili, docili, produttivi. La prigione, la scuola, la caserma, l’ospedale, la fabbrica: tutte queste istituzioni producono soggetti disciplinati.

Oggi quella logica non scompare. Si digitalizza.

 

Il Panopticon nell’epoca dell’intelligenza artificiale

Il concetto foucaultiano più utile per leggere Palantir è quello di Panopticon. Foucault riprendeva il modello carcerario immaginato da Jeremy Bentham: una struttura nella quale un sorvegliante collocato al centro può osservare tutti i detenuti, mentre i detenuti non sanno mai se in quel momento siano osservati oppure no. La conseguenza è decisiva: il prigioniero interiorizza la sorveglianza. Finisce per comportarsi come se fosse sempre guardato.

Il potere perfetto non è quello che deve intervenire continuamente. È quello che induce l’individuo ad autocontrollarsi.

Nel mondo digitale, il Panopticon non ha più bisogno della torre centrale. La torre è diventata rete. Non c’è un unico occhio visibile, ma una molteplicità di sistemi: piattaforme, banche dati, sensori, algoritmi, sistemi predittivi, interfacce di comando, archivi pubblici e privati. Il cittadino non vede il sorvegliante. Spesso non sa nemmeno quando, come e da chi viene osservato. Ma sa, o intuisce, che molte sue tracce restano da qualche parte.

La differenza rispetto al Panopticon classico è ancora più radicale. Bentham immaginava un carcere. Foucault mostrava che quel modello si era esteso alla società disciplinare. Oggi il Panopticon digitale non riguarda solo i detenuti, gli studenti, i soldati, i malati o gli operai. Riguarda tutti. Il suo spazio non è più chiuso. È diffuso. Non ha mura. È incorporato nelle infrastrutture della vita quotidiana.

È qui che Palantir diventa un simbolo potente. Non perché sia l’unica società a muoversi in questa direzione, ma perché rappresenta in modo quasi perfetto l’unione tra tecnologia, apparati pubblici, difesa, intelligence, amministrazione e controllo. Il manifesto di Karp non chiede alla tecnologia di restare al servizio del cittadino. Chiede alla tecnologia di diventare parte integrante della potenza statale e occidentale.

 

Dalla disciplina alla previsione

La sorveglianza classica voleva vedere. La sorveglianza algoritmica vuole prevedere. Questa è la grande mutazione.

Nel modello disciplinare descritto da Foucault, il potere osserva per correggere. Misura per normalizzare. Classifica per intervenire. Nel modello algoritmico contemporaneo, il potere osserva anche per anticipare. Non gli basta più sapere chi sei stato. Vuole sapere chi potresti diventare. Non gli basta ricostruire ciò che hai fatto. Vuole stimare ciò che potresti fare.

Applicata alla sicurezza, questa logica produce un universo inquietante. Il sospetto non nasce più necessariamente da un atto concreto, ma da un profilo di rischio. Un movimento, una relazione, una transazione, una ricerca, un viaggio, una comunicazione, una frequentazione possono diventare frammenti di un quadro interpretativo. L’individuo viene inserito in una griglia di probabilità.

Il problema è che la probabilità, quando entra negli apparati di sicurezza, tende a trasformarsi in pregiudizio operativo. Un sistema segnala. Un funzionario controlla. Un algoritmo associa. Un archivio conferma. Una decisione viene presa. E il cittadino, spesso, non sa nemmeno quale catena di ragionamenti automatici abbia prodotto quella conseguenza.

Questa è una delle forme più insidiose del potere contemporaneo: non il divieto esplicito, ma la classificazione invisibile. Non la repressione gridata, ma il punteggio silenzioso. Non la censura diretta, ma l’accesso negato, il controllo rafforzato, la pratica bloccata, la posizione segnalata, la persona trasformata in caso.

 

La guerra come laboratorio della società

Il manifesto di Palantir insiste molto sulla guerra, sulla difesa dell’Occidente, sulla necessità di costruire tecnologie militari avanzate, sull’intelligenza artificiale come strumento decisivo della competizione strategica. Ma il punto più delicato è che le tecnologie nate per la guerra raramente restano confinate alla guerra.

La storia moderna lo dimostra. Strumenti sviluppati per esigenze militari, di intelligence o di emergenza passano poi nella gestione civile. Ciò che nasce per il campo di battaglia può arrivare alla frontiera, alla polizia, alla sanità, al fisco, alla scuola, alla pubblica amministrazione, alla gestione urbana. Il confine tra sicurezza esterna e sicurezza interna si assottiglia. Il cittadino viene amministrato con logiche sempre più vicine a quelle dell’operazione militare: identificare, mappare, prevedere, neutralizzare, ottimizzare.

È una trasformazione culturale prima ancora che tecnica. La società viene pensata come un teatro operativo. Ogni problema diventa minaccia. Ogni anomalia diventa rischio. Ogni crisi diventa giustificazione per rafforzare l’infrastruttura di controllo. Una pandemia, una guerra, un attentato, una crisi migratoria, un’emergenza energetica, una rivolta urbana: ogni evento eccezionale può lasciare dietro di sé un pezzo di sorveglianza permanente.

Qui la riflessione di Foucault sulla sicurezza diventa fondamentale. Nelle sue lezioni sulla governamentalità, Foucault mostrava come il potere moderno non si limiti a imporre leggi o disciplinare corpi, ma governi popolazioni. Non controlla solo individui isolati. Gestisce flussi, rischi, statistiche, epidemie, circolazioni, ricchezze, territori. La sicurezza diventa una razionalità di governo.

Palantir porta questa razionalità dentro l’epoca dell’intelligenza artificiale.

 

Il sapere come dominio

Per Foucault, potere e sapere non sono separati. Il potere produce sapere, e il sapere rafforza il potere. Chi classifica, nomina, misura e archivia non descrive semplicemente la realtà: la organizza. Stabilisce categorie, definisce normalità, costruisce deviazioni, rende alcune condotte visibili e altre invisibili.

È esattamente ciò che accade nell’universo dei dati. I dati non sono mai pura materia innocente. Sembrano oggettivi, ma sono raccolti secondo criteri, ordinati secondo priorità, interpretati secondo modelli, usati per finalità politiche, economiche o militari. L’algoritmo non cancella il potere. Lo nasconde dietro la tecnica.

Quando una piattaforma decide quali dati contano, quali correlazioni sono rilevanti, quali profili meritano attenzione, quali anomalie generano un allarme, sta esercitando una forma di potere. Non ha bisogno di fare discorsi ideologici. Le basta organizzare il campo del visibile. Dire che cosa può essere visto, da chi, con quale conseguenza.

La distopia algoritmica non consiste soltanto nel fatto che qualcuno sappia molto di noi. Consiste nel fatto che quel sapere possa essere trasformato in decisione senza un vero controllo democratico. Il cittadino viene osservato, ma non può osservare il sistema che lo osserva. Viene classificato, ma non conosce fino in fondo i criteri della classificazione. Viene giudicato, ma non sempre può interrogare il giudice invisibile che ha preparato il giudizio.

 

Il cittadino come corpo amministrato

In Foucault, il corpo è uno dei luoghi privilegiati del potere. Il potere disciplina i corpi, li addestra, li corregge, li rende produttivi. Nel mondo contemporaneo, il corpo non scompare: viene raddoppiato dal suo profilo digitale.

Ognuno di noi possiede ormai una specie di corpo informatico: dati sanitari, dati bancari, dati telefonici, dati biometrici, spostamenti, consumi, relazioni, immagini, abitudini. Questo doppio digitale può circolare più del corpo reale. Può essere interrogato, venduto, analizzato, archiviato, incrociato. Può produrre conseguenze concrete: accesso a un servizio, sospetto investigativo, esclusione da una procedura, selezione automatica, controllo rafforzato.

Il corpo fisico vive nel mondo. Il corpo digitale vive nei sistemi. Ma il secondo può condizionare pesantemente il primo.

Questa è una forma nuova di vulnerabilità. L’individuo non è più colpito solo perché ha compiuto un atto, ma perché il suo doppio digitale è stato letto in un certo modo. E spesso non sa nemmeno dove correggerlo, come contestarlo, a chi rivolgersi. La vecchia burocrazia almeno aveva uno sportello. La nuova burocrazia algoritmica può non avere volto.

 

Orwell e Foucault: due distopie che si incontrano

Orwell immaginava un potere che imponeva la verità dall’alto. Foucault studiava un potere che produceva normalità dal basso, attraverso istituzioni, pratiche, saperi e discipline. La nostra epoca sembra fondere entrambe le dimensioni.

Da Orwell prendiamo la guerra permanente, il linguaggio rovesciato, la sorveglianza generalizzata, la riduzione del dissenso a minaccia. Da Foucault prendiamo la normalizzazione, la classificazione, la disciplina, la gestione dei corpi e delle popolazioni. Palantir, in questa prospettiva, rappresenta una sintesi contemporanea: non il Grande Fratello unico e rozzo, ma una costellazione di strumenti capaci di rendere il potere più intelligente, più rapido, più predittivo, più penetrante.

Il manifesto di Karp non dice: vogliamo controllare la società. Dice: dobbiamo difendere la civiltà occidentale. Non dice: vogliamo sorvegliare i cittadini. Dice: dobbiamo usare i dati per proteggerli. Non dice: vogliamo militarizzare il futuro. Dice: dobbiamo prepararci alla competizione con potenze ostili. Non dice: vogliamo ridurre la politica. Dice: dobbiamo superare esitazioni e inefficienze.

È proprio questo il punto. La distopia contemporanea non parla il linguaggio della tirannide. Parla il linguaggio della necessità.

 

Il patriottismo tecnologico come nuova ideologia

Uno degli aspetti più rilevanti del manifesto è la costruzione di un patriottismo tecnologico. Secondo questa visione, le imprese della Silicon Valley avrebbero smarrito la propria missione storica, dedicandosi troppo al consumo, all’intrattenimento, alla pubblicità, ai servizi commerciali, e troppo poco alla potenza nazionale. Karp chiede una riconversione morale dell’ingegneria: meno applicazioni futili, più strumenti per la difesa, l’intelligence, la guerra e la sicurezza.

Il problema non è l’idea che uno Stato debba dotarsi di strumenti tecnologici avanzati. Sarebbe ingenuo negarlo. Ogni potenza, in ogni epoca, ha cercato di usare la tecnologia disponibile per difendersi e competere. Il problema è un altro: quando un’impresa privata trasforma questa necessità in una dottrina totale, il rischio è che ogni limite venga presentato come tradimento, ogni dubbio come debolezza, ogni controllo democratico come intralcio.

Il patriottismo tecnologico tende così a creare una nuova gerarchia morale. Chi costruisce strumenti per la sicurezza nazionale diventa custode della civiltà. Chi chiede limiti diventa sospetto di ingenuità. Chi domanda trasparenza viene accusato di non capire il pericolo. Chi teme l’abuso viene invitato a guardare i nemici esterni.

È una retorica potente, perché si nutre di minacce reali. La competizione con Cina, Russia, Iran, terrorismo, criminalità organizzata, guerra ibrida e attacchi informatici esiste davvero. Ma proprio perché le minacce sono reali, il pericolo è maggiore: la paura concreta rende accettabile ciò che in tempi normali sarebbe respinto.

 

La sicurezza come religione civile

Nelle società contemporanee, la sicurezza è diventata una sorta di religione civile. Tutto può essere sacrificato in suo nome: privacy, libertà, procedure, garanzie, trasparenza. Ogni richiesta di controllo viene presentata come tutela. Ogni accumulo di dati viene giustificato come prevenzione. Ogni estensione dei poteri viene descritta come risposta a un pericolo.

Ma una democrazia liberale non si misura soltanto dalla sua capacità di difendersi. Si misura anche dalla sua capacità di porre limiti agli strumenti con cui si difende. Il potere senza limiti, anche quando nasce per proteggere, finisce per trasformare la protezione in dominio.

Foucault ci insegnerebbe a non chiederci soltanto chi comanda, ma come funziona il comando. Dove passa? Attraverso quali istituzioni? Quali archivi? Quali pratiche? Quali linguaggi? Quali categorie? Quali corpi rende visibili? Quali condotte rende normali? Quali vite considera rischiose?

Applicata a Palantir, la domanda diventa: quale tipo di società produce una tecnologia costruita per vedere tutto, connettere tutto, prevedere tutto e mettere questo sapere al servizio della sicurezza statale?

 

Il rischio della democrazia amministrata

Il pericolo non è necessariamente il colpo di Stato digitale. È qualcosa di più lento: la democrazia amministrata. Formalmente restano elezioni, partiti, Parlamenti, media, tribunali. Ma una parte crescente delle decisioni viene preparata, orientata o condizionata da infrastrutture tecniche opache. Il politico decide, ma decide dentro un ambiente informativo costruito da piattaforme private. Il funzionario valuta, ma valuta sulla base di sistemi che non controlla fino in fondo. Il cittadino ricorre, ma spesso non conosce la catena che ha prodotto il danno.

La sovranità non scompare. Si sposta.

Non è più soltanto nelle leggi, nei confini, nelle monete, negli eserciti. È nei dati, nei codici, negli standard, nei sistemi di analisi, nei contratti pubblici, nelle architetture informatiche. Chi controlla queste infrastrutture partecipa alla sovranità, anche se non è stato eletto.

Ecco perché il manifesto di Palantir è politicamente così importante. Non parla solo di un’azienda. Parla di una trasformazione del potere occidentale. La società privata non si limita più a fornire strumenti allo Stato. Ambisce a definire il modo in cui lo Stato vede il mondo. E chi definisce il modo in cui il potere vede il mondo, contribuisce a definire anche il modo in cui il potere agisce sul mondo.

 

La normalizzazione dell’eccezione

Ogni apparato di sorveglianza nasce quasi sempre da un’emergenza. Il terrorismo, la guerra, la pandemia, il crimine, l’immigrazione, la frode fiscale, la sicurezza urbana. Il problema è che l’emergenza passa, ma l’infrastruttura resta. Anzi, tende a espandersi. Una volta costruito un sistema capace di raccogliere e incrociare dati, è molto difficile limitarne l’uso originario.

La funzione si allarga. Il perimetro cambia. Nuovi soggetti chiedono accesso. Nuove agenzie scoprono l’utilità dello strumento. Nuove crisi giustificano nuove estensioni. Il potere tecnico produce dipendenza istituzionale. Una volta che l’amministrazione si abitua a vedere attraverso una piattaforma, fatica a farne a meno.

Questa è la vera forza della sorveglianza contemporanea: la sua irreversibilità pratica. Non serve imporla con brutalità. Basta renderla utile. Basta farla diventare comoda. Basta far coincidere sicurezza, efficienza e risparmio. A quel punto, chi chiede di tornare indietro appare irrazionale.

Foucault avrebbe probabilmente riconosciuto in questa dinamica una forma avanzata di governamentalità: il potere non ordina soltanto, ma struttura il campo delle possibilità. Non dice sempre “devi”. Più spesso costruisce ambienti nei quali alcune condotte diventano naturali, altre improbabili, altre penalizzate.

 

La libertà come residuo

Nel manifesto di Karp la libertà occidentale viene evocata come valore da difendere. Ma la domanda è: quale libertà resta, se tutto viene subordinato alla logica della sicurezza permanente?

Una libertà sorvegliata non è necessariamente abolita. Può continuare a esistere, ma come spazio residuo. Puoi parlare, ma sai che le parole lasciano tracce. Puoi muoverti, ma sai che gli spostamenti sono registrabili. Puoi dissentire, ma sai che il dissenso può essere classificato. Puoi scegliere, ma dentro un ambiente sempre più profilato. Puoi vivere normalmente, a condizione di non diventare anomalia.

La libertà non muore sempre con un divieto. A volte si riduce perché l’individuo interiorizza lo sguardo del sistema. Evita certe parole, certe relazioni, certe ricerche, certi comportamenti. Non perché siano illegali, ma perché potrebbero essere fraintesi. Questa è la vittoria più profonda della sorveglianza: non impedire l’azione, ma trasformare l’immaginazione del possibile.

Il cittadino disciplinato non ha bisogno di essere continuamente represso. Si corregge da solo.

 

Il rovesciamento morale

La dimensione più inquietante del manifesto è il suo rovesciamento morale. L’intelligenza artificiale militare non viene presentata come un male necessario, ma come un dovere. La collaborazione tra imprese tecnologiche e apparati di sicurezza non viene presentata come un campo delicato da regolare, ma come una missione patriottica.


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CLAUDE 4-5-26

Ecco il lavoro integrato sui due testi.


OCCHIELLO (349 caratteri)

Il manifesto di Palantir non è un documento tecnico: è una dichiarazione politica di classe. Tra algoritmi di targeting, sorveglianza predittiva e patriottismo tecnologico, il capitalismo digitale monopolistico rivela la sua fase fascista. Akrawi e Gagliano lo analizzano da due angolazioni complementari: la critica marxista e quella foucaultiana.


TESTO RIASSUNTIVO PER PUNTI

1. Il manifesto Palantir come documento politico Il testo pubblicato da Palantir Technologies — sintesi del libro del CEO Alexander Karp The Technological Republic — non è una visione economica né un programma tecnico. È una dichiarazione ideologica esplicita che segna il passaggio del capitalismo digitale dalla pretesa di neutralità all'esibizione aperta del proprio progetto di potere. Entrambi gli autori concordano: il manifesto va letto come mappa di classe, non come filosofia aziendale.

2. L'alleanza organica tra capitale monopolistico ed estrema destra Akrawi ricostruisce la rete di relazioni che unisce Palantir al trumpismo: Peter Thiel, co-fondatore e principale finanziatore di Trump, considera la democrazia liberale un ostacolo all'élite tecnocratica. Elon Musk, Jeff Bezos, Zuckerberg si muovono in modo coordinato con la seconda amministrazione Trump non per affinità ideologica totale, ma per convergenza di interessi di classe: eliminare qualsiasi vincolo regolatorio o democratico all'accumulazione. Il DOGE di Musk e la trasformazione di X in strumento di campagna politica ne sono l'espressione istituzionale.

3. I 22 punti del manifesto: struttura del consenso fabbricato Akrawi analizza l'architettura retorica del manifesto: alcuni punti appaiono moderati o umanistici — tolleranza nella vita privata dei politici, no al gioire della sconfitta altrui — e fungono da facciata per far inghiottire i punti tossici. È la struttura classica del consenso fabbricato: una dose di ragionevolezza per rendere accettabile l'agenda complessiva. I punti più rivelatori sono: il "dovere morale" dell'élite ingegneristica verso la difesa nazionale (punto 1); la retorica del servizio militare obbligatorio (punto 6); l'espansione delle aziende private nel controllo sociale (punto 17); la gerarchia civilizzazionale tra culture avanzate e "disfunzionali e regressive" (punto 21) — che Akrawi identifica come il fondamento teorico del razzismo coloniale contemporaneo.

4. Il feudalesimo digitale nella sua fase fascista Akrawi introduce la categoria di "feudalesimo digitale": le grandi piattaforme monopolizzano l'infrastruttura digitale e impongono condizioni agli utenti come i signori feudali controllavano la terra. Il manifesto Palantir segnala l'ingresso in una fase nuova: il capitale non si accontenta più dello sfruttamento silenzioso ma si muove verso la mobilitazione politica e ideologica esplicita. Ogni utente produce dati — plusvalore non compensato — e quegli stessi sistemi di estrazione vengono ora orientati verso la militarizzazione, la soppressione del dissenso, le deportazioni forzate.

5. Dalla sorveglianza disciplinare alla sorveglianza predittiva Gagliano sviluppa la lettura foucaultiana: non siamo più nella società della punizione spettacolare né solo nella società disciplinare descritta da Foucault. Siamo nella società algoritmicamente predittiva. Il potere non vuole più sapere chi sei stato: vuole sapere chi potresti diventare. Il sospetto non nasce da un atto concreto ma da un profilo di rischio. La sorveglianza cessa di essere un atto straordinario e diventa ambiente — incorporata nelle infrastrutture della vita quotidiana, invisibile proprio perché ubiqua.

6. Il Panopticon digitale senza torre centrale Il Panopticon di Bentham-Foucault si è dissolto nella rete. Non c'è più un unico occhio centrale: ci sono piattaforme, banche dati, sensori, algoritmi predittivi, archivi pubblici e privati. Il cittadino non vede il sorvegliante, spesso non sa quando e come viene osservato, ma interiorizza comunque la sorveglianza — modificando il proprio linguaggio, evitando argomenti sensibili, autocensurandosi. L'autosorveglianza volontaria, nota Akrawi, è lo strumento più efficace per smantellare i movimenti progressisti dall'interno, senza arresti né repressione visibile.

7. Gli algoritmi di morte: dalla teoria alla pratica bellica Entrambi gli autori documentano che il manifesto non è filosofia astratta. Rapporti di Amnesty International, Human Rights Watch e Business and Human Rights Resource Centre attestano partnership dirette tra Palantir, Google, Amazon, Microsoft e l'esercito israeliano, con sistemi di targeting impiegati a Gaza. Quello che Karp chiama "capacità decisionale in tempo reale" è in pratica una macchina per gestire l'uccisione con efficienza industriale: l'uccisione non richiede più una decisione umana responsabile, ma un algoritmo e un via libera da un apparato senza responsabilità democratica. Il crimine, nota Akrawi, non inizia con la bomba: inizia con la classificazione.

8. La guerra come laboratorio della società civile Gagliano sviluppa un punto strutturale: le tecnologie nate per la guerra raramente restano confinate ad essa. Strumenti pensati per il campo di battaglia migrano verso la frontiera, la polizia, la sanità, il fisco, la gestione urbana. Ogni emergenza — pandemia, attentato, crisi migratoria — lascia dietro di sé un pezzo di sorveglianza permanente. La società viene pensata come teatro operativo: ogni problema diventa minaccia, ogni anomalia diventa rischio, ogni crisi giustifica un rafforzamento dell'infrastruttura di controllo.

9. Sapere-potere e corpo digitale Riprendendo la coppia foucaultiana sapere-potere, Gagliano mostra che i dati non sono mai materia innocente: vengono raccolti secondo criteri, interpretati secondo modelli, usati per finalità politiche e militari. L'algoritmo non cancella il potere, lo nasconde dietro la tecnica. Ogni individuo possiede ormai un "corpo digitale" — dati sanitari, bancari, biometrici, relazionali — che può circolare, essere venduto, incrociato, e produrre conseguenze concrete sulla vita reale. La vecchia burocrazia aveva uno sportello; la nuova burocrazia algoritmica può non avere volto.

10. Il patriottismo tecnologico come nuova ideologia Gagliano identifica nel manifesto la costruzione di una nuova gerarchia morale: chi costruisce strumenti per la sicurezza nazionale è custode della civiltà; chi chiede limiti è ingenuo; chi domanda trasparenza non capisce il pericolo. Questo "patriottismo tecnologico" si nutre di minacce reali — competizione con Cina e Russia, guerra ibrida, terrorismo — il che lo rende tanto più pericoloso: la paura concreta rende accettabile ciò che in tempi normali verrebbe respinto. La sicurezza diventa una religione civile a cui tutto può essere sacrificato.

11. La democrazia amministrata e la sovranità che si sposta Il rischio non è il colpo di Stato digitale ma qualcosa di più lento: la democrazia amministrata. Restano formalmente elezioni, parlamenti, tribunali. Ma una parte crescente delle decisioni viene preparata e condizionata da infrastrutture tecniche opache. La sovranità si sposta: non è più solo nelle leggi e negli eserciti, ma nei dati, nei codici, negli standard, nelle architetture informatiche. Chi controlla queste infrastrutture partecipa alla sovranità anche senza essere stato eletto.

12. Il silenzio sul lavoro come ammissione Akrawi segnala un'assenza rivelatrice: nel manifesto non compare una sola parola sui lavoratori, i sindacati, il diritto di sciopero. In un documento che parla di "élite ingegneristica" e "dovere morale", i lavoratori che costruiscono quegli algoritmi sono invisibili. Questo silenzio è politicamente eloquente: i lavoratori organizzati sono l'unico soggetto capace di fermare le linee di produzione della morte. Uno sciopero generale nella Silicon Valley è l'incubo del progetto. Sostenere i sindacati dei lavoratori tecnologici è pertanto un atto di resistenza prioritario.

13. L'alternativa: proprietà collettiva e disarmo tecnologico Entrambi gli autori convergono sulla necessità di un'alternativa strutturale. Akrawi indica tre assi: proprietà collettiva dell'infrastruttura digitale; supervisione democratica degli algoritmi; campagna organizzata di disarmo tecnologico — boicottaggio, esposizione dei contratti segreti, perseguimento dei dirigenti davanti ai tribunali internazionali per complicità in crimini di guerra, pressione legislativa interna e internazionale. Gagliano aggiunge la dimensione epistemica: occorre recuperare strumenti critici — Foucault, Orwell, ma anche la tradizione europea dei diritti — per vedere il potere dove si nasconde, ovvero nelle infrastrutture, non solo nei discorsi.


CONCETTI CHIAVE

  • Manifesto Palantir / The Technological Republic (Karp)
  • Capitalismo digitale monopolistico
  • Feudalesimo digitale
  • Fascismo digitale / fase fascista del capitalismo
  • Alleanza organica Silicon Valley–estrema destra
  • Accelerazionismo tecnologico
  • Struttura del consenso fabbricato
  • Gerarchia civilizzazionale / razzismo coloniale algoritmico
  • Algoritmi di targeting / sistemi predittivi militari
  • Capitalismo della sorveglianza (Zuboff)
  • Sorveglianza come ambiente (non come eccezione)
  • Panopticon digitale senza torre centrale
  • Autosorveglianza / disciplina interiorizzata
  • Corpo digitale / doppio informatico
  • Sapere-potere (Foucault)
  • Società disciplinare → società predittiva
  • Governamentalità (Foucault)
  • Normalizzazione dell'eccezione
  • Guerra come laboratorio della società civile
  • Patriottismo tecnologico
  • Sicurezza come religione civile
  • Democrazia amministrata
  • Sovranità che si sposta (dai corpi istituzionali alle infrastrutture digitali)
  • Libertà come spazio residuo
  • Rovesciamento morale / linguaggio della necessità
  • Grande Fratello (Orwell) + disciplina (Foucault): sintesi contemporanea
  • Silenzio sul lavoro / sindacati tecnologici
  • Disarmo tecnologico
  • Proprietà collettiva dell'infrastruttura digitale
  • Supervisione democratica degli algoritmi
  • Diritto internazionale umanitario e responsabilità delle imprese (Convenzioni di Ginevra, Principi ONU su Imprese e Diritti Umani)

CONCLUSIONE CRITICA

I due testi di Akrawi e Gagliano si completano con una precisione quasi architettonica: dove l'uno fornisce l'anatomia politico-economica del fenomeno, l'altro ne disegna la morfologia del potere. Insieme compongono un quadro analitico che supera i limiti di ciascun approccio preso singolarmente, e che merita di essere valutato sia per ciò che coglie sia per ciò che lascia in ombra.

Ciò che i due testi vedono bene

Il merito principale di entrambi è nominare il fenomeno senza eufemismi. In un dibattito pubblico dominato dal tecno-ottimismo da un lato e dalla generica "preoccupazione per la privacy" dall'altro, chiamare il manifesto Palantir con il suo nome — dichiarazione di classe, progetto fascista digitale, alleanza organica tra monopolio e destra nazionalista — è già un atto analitico non banale. La lettura di Akrawi è particolarmente efficace nel mostrare che Cambridge Analytica, Palantir e i contratti militari di Google e Amazon non sono incidenti o abusi eccezionali: sono il funzionamento ordinario di un sistema. La distopia non è un'eventualità futura; è una pratica quotidiana documentata, con corpi palestinesi e migranti deportati come prove materiali.

Altrettanto solida è la lettura foucaultiana di Gagliano, che riesce nell'operazione difficile di rendere produttivo un apparato teorico complesso senza banalizzarlo. Il passaggio dalla sorveglianza disciplinare alla sorveglianza predittiva — non più "correggere" ma "anticipare" — è una distinzione analitica che illumina qualcosa di essenziale nella mutazione in corso. E la categoria di "democrazia amministrata" cattura meglio di molte altre il modo in cui il potere si sposta oggi: non abolendo le istituzioni democratiche, ma svuotandole dall'interno attraverso infrastrutture opache che condizionano le decisioni prima che vengano formalmente prese.

I limiti e le tensioni

Il primo limite riguarda la categoria di "fascismo digitale" usata da Akrawi. Il termine ha una forza retorica indiscutibile e una funzione politica legittima: spezzare la normalizzazione, alzare il livello di allarme. Ma rischia anche di produrre un cortocircuito analitico. Il fascismo storico — italiano, tedesco, spagnolo — aveva una base di massa, un partito di movimento, una milizia, una gestione diretta della violenza di Stato. Il "fascismo digitale" descritto da Akrawi è invece un'oligarchia tecno-finanziaria che opera attraverso il mercato, i contratti pubblici e l'infrastruttura invisibile. Le differenze non sono irrilevanti: incidono sulle forme di resistenza possibili, sui soggetti che possono esercitarla, sui tempi e i luoghi dello scontro. Usare la stessa parola per fenomeni strutturalmente diversi può orientare correttamente l'indignazione ma disorientare l'analisi strategica.

Il secondo limite, speculare, riguarda Gagliano. La lettura foucaultiana è potente nel descrivere le tecnologie del potere, ma Foucault è notoriamente refrattario alle soluzioni. Il suo metodo genealogico eccelle nello smontare le narrative di legittimazione del potere, ma fatica a indicare soggetti di trasformazione, alleanze, programmi. Nel testo di Gagliano la questione dell'"alternativa" è quasi assente: si chiude su domande aperte — "quale tipo di società produce questa tecnologia?" — senza rispondervi. È una scelta intellettualmente onesta, ma politicamente insufficiente nel momento in cui il fenomeno analizzato non aspetta la risposta.

Il terzo limite è comune a entrambi: la sottovalutazione delle contraddizioni interne al blocco dominante. L'alleanza Silicon Valley–trumpismo è reale, ma non è monolitica. Le tensioni tra Musk e altri settori del capitale digitale, le resistenze interne alle stesse aziende tecnologiche — i lavoratori di Google che si sono opposti al Progetto Maven, i dipendenti di Amazon che hanno protestato contro i contratti con ICE, i ricercatori di OpenAI che hanno lasciato per ragioni etiche — indicano che il blocco non è compatto. Ignorare queste fratture significa perdere potenziali leve di intervento.

Ciò che manca

Entrambi i testi trattano l'Europa come soggetto passivo, colonizzato o semplicemente assente. Ma l'Europa non è solo vittima: è anche complice attiva. Il Digital Services Act e l'AI Act vengono menzionati da Sommella nel primo testo come strumenti regolativi insufficienti — e lo sono — ma andrebbero analizzati anche come terreno di scontro in cui soggetti diversi si confrontano con esiti non scontati. L'assenza di una prospettiva europea autonoma nei due testi riflette probabilmente una resa analitica che rischia di diventare resa politica.

Manca inoltre una riflessione seria sui movimenti sociali concreti che già oggi operano in questo campo: dal movimento No Tech for Apartheid negli Stati Uniti, alle battaglie legali di organizzazioni come EFF ed EDRi, alle esperienze di piattaforme cooperative e software libero come strumenti non solo tecnici ma politici. L'alternativa non è solo un progetto da costruire: ha già embrioni reali che andrebbero studiati e connessi.

Una valutazione complessiva

I due testi funzionano meglio come strumenti di diagnosi che come mappe per l'azione. La diagnosi è lucida, documentata e necessaria: il manifesto Palantir è effettivamente ciò che entrambi gli autori dicono che sia. Il salto dalla diagnosi alla prassi rimane però il nodo irrisolto. Akrawi lo avverte e indica alcune direzioni — disarmo tecnologico, sindacalismo nei settori hi-tech, legislazione internazionale — ma senza approfondirle. Gagliano lo lascia deliberatamente aperto, fedele alla lezione foucaultiana che diffida delle soluzioni preconfezionate.

Ciò che entrambi i testi suggeriscono, tra le righe, è che la battaglia per il controllo dell'infrastruttura digitale è oggi la battaglia per la forma stessa della democrazia. Non una battaglia tra "buone tecnologie" e "cattive tecnologie", né tra Occidente e i suoi nemici, né tra libertà e controllo come valori astratti: ma una battaglia concreta su chi possiede i sistemi che producono la realtà sociale, chi ne definisce le categorie, chi ne determina i confini del visibile. Su questo punto i due autori hanno ragione. E su questo punto, la sinistra europea e globale è in drammatico ritardo.

(4.998 caratteri)

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Ciao, nessun problema!


CONCLUSIONE CRITICA

I due testi di Akrawi e Gagliano si completano con precisione quasi architettonica: dove l'uno fornisce l'anatomia politico-economica del fenomeno, l'altro ne disegna la morfologia del potere. Insieme compongono un quadro analitico che merita di essere valutato sia per ciò che coglie sia per ciò che lascia in ombra.

Ciò che i due testi vedono bene

Il merito principale di entrambi è nominare il fenomeno senza eufemismi. Chiamare il manifesto Palantir con il suo nome — dichiarazione di classe, progetto fascista digitale, alleanza organica tra monopolio e destra nazionalista — è già un atto analitico non banale. Akrawi mostra efficacemente che Cambridge Analytica, Palantir e i contratti militari di Google e Amazon non sono abusi eccezionali: sono il funzionamento ordinario di un sistema. La distopia non è un'eventualità futura; è una pratica quotidiana documentata, con corpi palestinesi e migranti deportati come prove materiali. Altrettanto solida è la lettura foucaultiana di Gagliano: il passaggio dalla sorveglianza disciplinare a quella predittiva — non più "correggere" ma "anticipare" — illumina qualcosa di essenziale nella mutazione in corso. E la categoria di "democrazia amministrata" cattura meglio di molte altre il modo in cui il potere si sposta oggi, svuotando le istituzioni dall'interno attraverso infrastrutture opache.

I limiti

Il primo limite riguarda la categoria di "fascismo digitale". Ha una forza retorica legittima, ma rischia un cortocircuito analitico: il fascismo storico aveva una base di massa, un partito di movimento, una gestione diretta della violenza di Stato. Il "fascismo digitale" è invece un'oligarchia tecno-finanziaria che opera attraverso il mercato e i contratti pubblici. Le differenze incidono sulle forme di resistenza possibili e sui soggetti che possono esercitarla. Il secondo limite, speculare, riguarda Gagliano: la lettura foucaultiana eccelle nello smontare le narrative di legittimazione del potere, ma fatica a indicare soggetti di trasformazione e programmi. La questione dell'alternativa resta quasi assente. Il terzo limite è comune a entrambi: la sottovalutazione delle contraddizioni interne al blocco dominante. Le resistenze dei lavoratori di Google contro il Progetto Maven, di quelli di Amazon contro i contratti con ICE, indicano fratture che ignorare significa perdere potenziali leve di intervento.

Ciò che manca

Entrambi i testi trattano l'Europa come soggetto passivo. Ma l'Europa non è solo vittima: è anche complice attiva, e il DSA e l'AI Act andrebbero letti anche come terreni di scontro con esiti non scontati. Manca inoltre una riflessione sui movimenti già operativi: dal No Tech for Apartheid negli Stati Uniti, alle battaglie di EFF ed EDRi, alle esperienze di piattaforme cooperative e software libero. L'alternativa non è solo un progetto da costruire: ha già embrioni reali che andrebbero connessi.

Valutazione complessiva

I due testi funzionano meglio come strumenti di diagnosi che come mappe per l'azione. La diagnosi è lucida e necessaria. Il salto dalla diagnosi alla prassi rimane però il nodo irrisolto. Ciò che entrambi suggeriscono, tra le righe, è che la battaglia per il controllo dell'infrastruttura digitale è oggi la battaglia per la forma stessa della democrazia: non tra "buone" e "cattive" tecnologie, ma su chi possiede i sistemi che producono la realtà sociale, chi ne definisce le categorie, chi determina i confini del visibile. Su questo punto i due autori hanno ragione. E su questo punto, la sinistra europea e globale è in drammatico ritardo.


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