Un’utopia disciplinata. Domenico Mario Nuti e la costruzione istituzionale di un socialismo democratico
Un’utopia disciplinata. Domenico Mario Nuti e la costruzione istituzionale di un socialismo democratico
di Renzo Daviddi
Renzo Daviddi ricostruisce la proposta di Economia di Mercato Socialista avanzata negli scorsi anni da Domenico Mario Nuti. Muovendo dalla critica al capitalismo deregolato e alla pianificazione rigida e non democratica, Nuti delinea un assetto “ibrido” in cui i mercati funzionano come meccanismi di coordinamento decentrato vincolati e orientati ex ante da obiettivi pubblici espliciti. Questa è, per Nuti, una “utopia disciplinata”, un principio regolativo e realistico per costruire alternative democratiche al capitalismo contemporaneo
In un articolo apparso sul numero scorso del Menabò Emilio Carnevali osserva come lo studio comparativo di sistemi economici alternativi sia scomparso dalle aule universitarie dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine del socialismo reale e sostiene che questa rimozione sia stata affrettata e dannosa, anche perché confrontare modelli diversi aiuta a immaginare alternative credibili. L’articolo si chiude notando che lo studio comparativo dei sistemi economici può offrire strumenti non soltanto per capire meglio il passato ma anche, e soprattutto, per leggere criticamente il presente e progettare il futuro.
Sono convinto che le conclusioni di Carnevali sarebbero state ampiamente condivise da Domenico Mario Nuti, che occupa una posizione di primo piano nella storia recente dell’economia comparata, tanto per l’ampiezza degli oggetti di studio affrontati quanto per la profondità teorica e la capacità di coniugare analisi storica, istituzionale e macroeconomica e che il Menabò ha ricordato all’indomani della sua scomparsa alla fine del 2020.
Il suo lavoro attraversa più di mezzo secolo di trasformazioni, dall’evoluzione delle economie pianificate del dopoguerra al loro crollo, dalle difficili transizioni postsocialiste ai processi di globalizzazione e finanziarizzazione, fino ai problemi delle disuguaglianze, dell’instabilità economica e della crisi ambientale. Tale ampiezza cronologica e tematica permette a Nuti di elaborare un quadro concettuale di straordinaria attualità, in grado di contribuire al dibattito sulle alternative ai modelli capitalistici dominanti e sulle possibilità di un socialismo democratico per il XXI secolo. Nuti interpreta il crollo dell’Unione Sovietica e dei regimi socialisti dell’Europa centroorientale non come una conferma definitiva della superiorità storica e teorica del capitalismo, ma come la crisi di specifiche forme istituzionali autoritarie, burocratiche e rigidamente pianificate. Il socialismo, nella sua prospettiva, non coincide con le realizzazioni storiche del XX secolo; piuttosto include possibilità istituzionali che fino a oggi non sono state pienamente esplorate.
Da questa conclusione prende spunto il suo tentativo di definire un modello di socialismo per il futuro, un progetto non portato a termine, a cui Nuti stava lavorando nell’ultimo periodo della sua vita. In particolare, Nuti elabora, purtroppo solo per grandi linee, una proposta teorica e istituzionale innovativa che chiama Economia di Mercato Socialista (EMS), un tentativo pragmatico di ripensare il socialismo come un’architettura democratica, inclusiva e sostenibile, capace di affrontare le sfide globali contemporanee, dalla crisi climatica alla digitalizzazione, dalla finanziarizzazione alla crescita delle disuguaglianze. Questa architettura si fonda su tre conclusioni maturate in decenni dedicati all’analisi comparata: il capitalismo tende a produrre instabilità finanziaria, disuguaglianze e una scarsità di beni pubblici; una pianificazione rigida e non democratica frena innovazione e progresso tecnico; infine, le transizioni “a terapia d’urto” mostrano che mercati funzionanti richiedono sequenze graduali, istituzioni adeguate e legittimazione democratica, non liberalizzazioni istantanee.
La proposta, che Nuti colloca nell’ambito del “socialismo utopico”, può costituire un fondamento teorico solido per immaginare e progettare nuove forme di organizzazione economica in grado di coniugare efficienza, equità e partecipazione democratica. Cercherò di riassumerne brevemente le caratteristiche.
Il presupposto, semplice e insieme radicale, è che non esiste un solo modo di organizzare il mercato, così come non esiste un unico modo di intendere il socialismo. I sistemi economici sono costruzioni storiche fatte di regole, istituzioni, poteri e scelte collettive; se cambiano le regole, cambia anche cosa e come il mercato produce. La proposta di EMS nasce proprio dall’analisi comparata. Nuti rifiuta l’idea che il mercato sia per natura capitalistico o che la pianificazione debba coincidere con ordini amministrativi e la riduzione dei prezzi a semplici unità di misura. Il mercato è prima di tutto un meccanismo informativo e di coordinamento che attraverso i segnali di prezzo rende possibile confrontare alternative, sperimentare soluzioni diverse e adattarsi quando bisogni e tecnologie cambiano. Questi vantaggi esistono solo se il mercato è costruito e governato istituzionalmente mentre se lasciato “libero” in senso neoliberista, tende a produrre instabilità, rendite, oligopoli, disuguaglianze e subordinazione della politica economica alla finanza. Nella proposta di Nuti, quindi, il mercato non è il giudice supremo ma semplicemente uno strumento, utile soltanto all’interno di un’architettura più ampia di regole e obiettivi collettivi.
Il richiamo al termine “socialismo” deriva dal fatto che obiettivi di interesse pubblico come la piena occupazione, i diritti sociali, la sostenibilità e la riduzione della concentrazione del potere economico tornano a essere centrali nelle scelte di politica economica. I due principi fondanti sono un nucleo forte di proprietà pubblica nei settori strategici e nelle infrastrutture critiche e la democrazia economica intesa come capacità di definire indirizzi strategici controllabili pubblicamente, concertazione sociale e partecipazione dei lavoratori nella gestione della cosa pubblica. In questa prospettiva, il socialismo non significa nazionalizzazione generalizzata ma è piuttosto un’architettura istituzionale pluralista che limita la concentrazione di potere e orienta le scelte di politica economica.
L’EMS è un sistema ibrido, una sintesi in cui mercati regolati e pianificazione indicativa si rafforzano a vicenda. La proprietà è mista, ma con un baricentro pubblico e strategico nei nodi che più incidono sul potere di mercato e sulle decisioni di lungo periodo, in settori come energia, trasporti, telecomunicazioni e finanza. Accanto a questo nucleo convivono cooperative, imprese miste e imprese private, che tuttavia operano entro regole che subordinano l’attività economica a criteri di efficienza sociale complessiva.
Una proposta innovativa di Nuti è la separazione tra proprietà e gestione degli asset pubblici secondo la quale la proprietà resta pubblica per garantire controllo democratico e tutela dell’interesse collettivo, mentre la gestione viene affidata con criteri competitivi e professionali, per ridurre inerzie burocratiche e migliorare competenze e incentivi. La pianificazione non è coercitiva, non ordina cosa e quanto produrre, ma definisce priorità, vincoli e strumenti coerenti attraverso politiche industriali, investimenti pubblici, coordinamento macro e regole sui capitali, orientando aspettative e decisioni soprattutto dove i mercati hanno storicamente dimostrato di fallire (beni pubblici, definizione di strategie a lungo termine, transizioni tecnologiche, settori ad alto rischio).
Anche la finanza assume un ruolo pubblico dove banche pubbliche, autonome operativamente, funzionano da cerniera tra risparmio e investimenti socialmente desiderabili, con orizzonti temporali lunghi e criteri non ridotti al rendimento immediato. Infine, Nuti insiste sulla disciplina degli incentivi: i vincoli di bilancio duri restano la regola per evitare inefficienze permanenti, ma sono ammissibili vincoli “morbidi” selettivi come strumenti di politica industriale e di gestione delle transizioni (riconversioni, innovazione, shock occupazionali), sotto forma di interventi mirati e condizionati, non di salvataggi generalizzati.
È un socialismo orientato al futuro che non mira a riprodurre gli assetti novecenteschi rivelatisi fallimentari e riconosce che, nel capitalismo contemporaneo, le contraddizioni più rilevanti si condensano in ambiti che i mercati lasciati a sé stessi non riescono a governare. In questa prospettiva, la questione non è scegliere tra Stato e mercato, ma progettare un’architettura istituzionale che indirizzi e disciplini l’innovazione tecnologica, contenga i rischi sistemici e assicuri la produzione di beni pubblici globali, attraverso strumenti compatibili con il pluralismo e la democrazia.
Nuti richiama anzitutto la digitalizzazione e le piattaforme, ed è tra i primi a intuire che il problema non è solo produttivo ma di potere, specificamente in termini di dati, accesso ai mercati, algoritmi opachi e nuove rendite. Un socialismo di mercato orientato al futuro deve quindi impedire che infrastrutture digitali essenziali si trasformino in sovranità privata.
C’è poi il tema del rapporto tra automazione e lavoro, per cui l’innovazione va governata per evitare polarizzazione e precarizzazione, collegando produttività e benessere sociale anche attraverso partecipazione, redistribuzione e politiche macro per la piena occupazione. Anche per la transizione ecologica, pianificazione indicativa e investimento pubblico non sono opzionali, perché i mercati scontano troppo il futuro, premiano il breve periodo e non internalizzano rischi sistemici. Inoltre, occorre affrontare anche il tema della finanziarizzazione che accorcia gli orizzonti e alimenta instabilità. Propensione al futuro significa riallineare la finanza allo sviluppo, riducendo volatilità e capacità di ricatto della mobilità dei capitali. Infine, Nuti sottolinea che la globalizzazione è “incompleta” e che molte politiche fiscali, industriali, climatiche richiedono coordinamento sovranazionale per essere stabili e non reversibili.
Mario definisce questo modello “utopico” dove il termine non si riferisce a mancanza di realismo, ma rimanda a questioni metodologiche e politiche. Chiamare utopica l’EMS significa innanzitutto stigmatizzare l’idea che “non ci sia una alternativa” al capitalismo, che l’assetto capitalistico attuale sia un esito naturale e le sue istituzioni – proprietà, mercati, regole finanziarie, governance delle imprese – non siano scelte storiche modificabili. In secondo luogo, l’utopia funziona come principio regolativo che orienta la progettazione istituzionale verso criteri espliciti come democrazia economica, piena occupazione, equità, sostenibilità e controllo di rendite e oligopoli. Certamente non offre il “piano perfetto”, ma definisce standard con cui valutare riforme e compromessi (trade offs). Al tempo stesso, è un’utopia disciplinata dall’analisi comparata in cui l’orizzonte normativo è vincolato dalle lezioni empiriche dei sistemi reali. Proprio per questo, evita la pianificazione totalizzante e l’autoritarismo, l’autogestione priva di coordinamento macro e l’idea che in mercati globali deregolati basti la “socialdemocrazia in un paese solo”. Inoltre essa rifiuta l’illusione del “capitalismo istantaneo” delle terapie d’urto. Utopico significa anche che il programma resta aperto, sperimentale e incrementale poiché istituzioni e contesti cambiano. L’EMS è pensata come architettura adattiva, fatta di pluralità di soluzioni, sperimentazioni, apprendimento istituzionale e costruzione di capacità amministrative. In questo senso, l’utopia non chiude il discorso ma lo apre, e invita a pensare il socialismo non come uno stato finale, bensì come un processo di democratizzazione e progettazione continua.
In termini politici, l’EMS è una promessa esigente, non consolatoria ed è “utopica” anche perché richiede presupposti complessi – capacità pubbliche solide, istituzioni democratiche effettive, regolazione credibile e un considerevole grado di cooperazione internazionale. Ma la tesi di fondo è che anche la semplice conservazione del capitalismo contemporaneo presuppone condizioni sempre più implausibili che vanno dalla stabilità finanziaria senza riforme, alla transizione ecologica senza pianificazione, alla concorrenza con oligopoli digitali, passando per mancanza di coesione sociale e disuguaglianze crescenti. In questo confronto, l’utopia di Nuti non è una fuga in avanti, bensì il tentativo di rendere pensabile e progettuale un’alternativa coerente.
In conclusione, Mario Nuti ci lascia in eredità un progetto di rinnovamento socialista che nasce e si giustifica, prima di tutto, sul terreno dell’analisi comparata dei sistemi economici. È l’osservazione delle diverse combinazioni storiche di istituzioni, regole e rapporti di potere a mostrare che mercati, proprietà e pianificazione non sono “blocchi” incompatibili, ma dispositivi che cambiano significato e risultati a seconda di come vengono concepiti e costruiti. Da qui discendono la coerenza analitica della sua proposta e, insieme, il suo pragmatismo di fronte alle trasformazioni del capitalismo contemporaneo. Ne risulta un contributo di indubbia rilevanza scientifica che, proprio perché radicato nel confronto tra modelli reali e nelle lezioni delle transizioni del secolo scorso, resta un riferimento essenziale per riaprire un dibattito critico su assetti economici e politici alternativi al tecno-capitalismo in fieri.
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PROMPT
Ecco la struttura richiesta:
Occhiello:
Mercati, Stato e democrazia economica: Domenico Mario Nuti e la sua proposta di Economia di Mercato Socialista come "utopia disciplinata" per il XXI secolo.
Analisi per punti:---
Concetti chiave:
| Concetto | Definizione sintetica |
|---|---|
| Economia di Mercato Socialista (EMS) | Sistema ibrido che combina mercati regolati, proprietà pubblica strategica e pianificazione indicativa |
| Utopia disciplinata | Principio regolativo realistico, vincolato dalle lezioni comparative, che orienta la progettazione istituzionale senza pretendere il piano perfetto |
| Pianificazione indicativa | Definizione di priorità e vincoli ex ante senza ordini amministrativi: orienta aspettative e decisioni senza comandare la produzione |
| Separazione proprietà/gestione | La proprietà pubblica garantisce controllo democratico; la gestione è affidata con criteri competitivi per ridurre inerzie burocratiche |
| Democrazia economica | Capacità collettiva di definire indirizzi strategici, concertazione sociale, partecipazione dei lavoratori |
| Vincolo di bilancio selettivo | Regola dura come norma generale, con eccezioni mirate e condizionate per politica industriale e gestione delle transizioni |
| Socialismo come processo | Il socialismo non è uno stato finale da raggiungere, ma un percorso continuo di riforma, sperimentazione e apprendimento istituzionale |
| Globalizzazione incompleta | Le politiche nazionali (fiscali, climatiche, industriali) richiedono coordinamento sovranazionale per essere efficaci e stabili |
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Ciao, potresti sviluppare un articolo "critico" in cui si espongono le tesi dell'autore evidenziando in confronto con 2le economia miste" del dopoguerra europee e l'attuale modello cinese
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L'utopia e i suoi specchi
L'Economia di Mercato Socialista di Nuti tra storia europea e sfida cinese
Analisi critica comparata
Premessa
Domenico Mario Nuti elabora la sua proposta di Economia di Mercato Socialista (EMS) come risposta teorica a due fallimenti storici speculari: il collasso del socialismo reale e le contraddizioni sempre più evidenti del capitalismo finanziario globale. La proposta è ambiziosa, intellettualmente onesta e metodologicamente solida, perché nasce dall'analisi comparata dei sistemi economici reali, non da un'ideologia precostituita. Eppure, proprio quella stessa analisi comparata che ne costituisce il fondamento solleva domande che Nuti non ha fatto in tempo a rispondere compiutamente. Questo articolo intende sviluppare quelle domande, mettendo la proposta dell'EMS in tensione con due esperienze storiche che ne rappresentano, in modi molto diversi, anticipazioni parziali e deformazioni significative: le economie miste dell'Europa occidentale del dopoguerra e il capitalismo di Stato cinese contemporaneo.
L'obiettivo non è smentire Nuti — la cui analisi dei fallimenti del capitalismo deregolato e della pianificazione autoritaria resta di prima qualità — ma verificare dove l'utopia disciplinata si espone a critiche fondate e dove, invece, regge all'esame del confronto storico.
I. L'EMS e le economie miste europee del dopoguerra: un'eredità rimossa
Il modello che già esisteva
Tra il 1945 e la fine degli anni Settanta, l'Europa occidentale aveva realizzato qualcosa che assomigliava, per molti tratti strutturali, a ciò che Nuti chiama EMS. In Francia, il piano Monnet costruì un sistema di pianificazione indicativa (la "planification") in cui lo Stato definiva priorità di lungo periodo attraverso la concertazione con le parti sociali e orientava gli investimenti privati senza ordini coercitivi. In Gran Bretagna e in Italia, nazionalizzazioni estese colpirono i settori strategici — energia, trasporti, acciaio, credito — mantenendo la gestione separata dalla proprietà pubblica attraverso enti come l'IRI o la Régie Renault. In Germania, il modello renano costruiva la Mitbestimmung, ovvero la partecipazione dei lavoratori alla governance delle imprese. La piena occupazione era un obiettivo esplicito di politica economica e il welfare state garantiva diritti sociali universali.
Nuti, paradossalmente, tratta questo periodo con una certa parsimonia critica, come se il suo obiettivo fosse proiettarsi verso un futuro ideale piuttosto che misurarsi con un passato molto prossimo. Eppure il confronto è indispensabile. Quelle esperienze mostrano che il modello ibrido che egli propugna è storicamente praticabile, ma mostrano anche i vettori della sua crisi.
Perché il modello del dopoguerra non ha retto
L'economia mista europea postbellica non è crollata per un colpo di fortuna o per la malafede neoliberista di Thatcher e Reagan. È entrata in crisi per ragioni strutturali che Nuti non analizza con sufficiente profondità.
Il primo vettore di crisi fu la stagflazione degli anni Settanta, provocata dagli shock petroliferi del 1973 e del 1979. Il modello keynesiano di gestione della domanda si rivelò inadeguato di fronte a un'inflazione da offerta. Le politiche di piena occupazione producevano inflazione galoppante senza risolvere la disoccupazione strutturale. La contraddizione tra obiettivi sociali e stabilità macroeconomica non era gestibile con gli strumenti allora disponibili — e Nuti non spiega esattamente come l'EMS la gestirebbe in modo diverso.
Il secondo vettore fu la rendita burocratica. Le imprese pubbliche europee, proprio perché protette da vincoli di bilancio "morbidi" e da obiettivi politici multipli, accumularono inefficienze enormi. L'IRI italiana divenne, negli anni Ottanta, un sistema di patronaggio politico mascherato da politica industriale. La separazione tra proprietà e gestione che Nuti propugna, con affidamento competitivo e professionale, è esattamente la risposta a questo problema — ma è una risposta che presuppone istituzioni regolatorie di alta qualità e autonomia dalla politica, che in quei contesti non esistevano e che Nuti postula senza spiegare come si costruiscono.
Il terzo vettore fu la mobilità del capitale. La liberalizzazione dei movimenti di capitali, che si consolida in Europa tra gli anni Ottanta e Novanta, cambiò radicalmente i termini del gioco. La pianificazione indicativa nazionale perde efficacia quando il capitale può muoversi liberamente verso giurisdizioni con costi del lavoro e tassazione inferiori. Nuti lo riconosce — parla di "globalizzazione incompleta" e invoca il coordinamento sovranazionale — ma questa rimane la parte più debole dell'EMS. Il coordinamento sovranazionale richiede cessione di sovranità, istituzioni globali con legittimazione democratica e potere coercitivo, condizioni che oggi non esistono e che sono, forse, più "utopiche" del modello economico in sé.
Una valutazione critica
Le economie miste europee del dopoguerra dimostrano che un'architettura simile a quella dell'EMS è storicamente realizzabile e può produrre risultati straordinari — i Trente Glorieuses francesi, il miracolo economico tedesco, la ricostruzione italiana — per un trentennio. Ma dimostrano anche che il modello contiene contraddizioni interne che Nuti non scioglie: la gestione degli shock di offerta, la costruzione istituzionale delle capacità regolatorie, la tenuta rispetto alla mobilità internazionale del capitale. L'EMS è una proposta più sofisticata delle economie miste del dopoguerra — incorpora le lezioni di quelle crisi — ma la sofisticazione teorica non garantisce la praticabilità politica e istituzionale.
II. Il modello cinese: un'EMS senza democrazia?
Le affinità strutturali
Il confronto più scomodo per l'EMS di Nuti è quello con la Cina contemporanea. Non perché la Cina sia un esempio da seguire — non lo è — ma perché le affinità strutturali tra i due modelli sono abbastanza forti da porre domande imbarazzanti.
Il capitalismo di Stato cinese, nella versione consolidatasi dopo la crisi del 2008 e soprattutto sotto la guida di Xi Jinping, presenta elementi che Nuti ritrova nella sua proposta. La proprietà pubblica nei settori strategici è massiccia: le grandi banche sono statali e fungono da cerniera tra risparmio e investimenti di lungo periodo secondo criteri non riducibili al rendimento immediato. La pianificazione indicativa — nei Piani quinquennali, nella politica industriale per i semiconduttori, nelle energie rinnovabili, nell'intelligenza artificiale — è esplicitamente orientata a correggere i fallimenti del mercato in settori ad alto rischio e a lungo orizzonte temporale. Le imprese miste pubblico-private operano in un ecosistema regolato da criteri di efficienza sociale complessiva, almeno nelle intenzioni. Le piattaforme digitali vengono effettivamente ricondotte sotto il controllo pubblico, con la "giro di vite" del 2021 su Alibaba e le Big Tech cinesi: esattamente ciò che Nuti auspica per impedire che le infrastrutture digitali diventino sovranità privata.
E tuttavia la Cina cresce — o cresceva, fino alla crisi del settore immobiliare e al rallentamento recente — a tassi che nessuna economia mista europea del dopoguerra ha mai eguagliato per così lungo periodo.
Le differenze decisive
Le affinità strutturali non devono far dimenticare le differenze, che sono enormi e decisive.
La differenza fondamentale è quella che Nuti pone al cuore della sua proposta: la democrazia economica. L'EMS è pensata come architettura istituzionale pluralista e democratica; la Cina di Xi Jinping è una autocrazia partitocratica in cui i meccanismi di controllo democratico sulle decisioni economiche non esistono. La pianificazione indicativa cinese non è prodotta dalla concertazione tra parti sociali autonome ma dall'apparato del Partito Comunista. La separazione tra proprietà e gestione è reale in alcuni casi, ma i manager delle imprese pubbliche sono selezionati secondo criteri di fedeltà politica oltre che di competenza professionale.
La seconda differenza riguarda i diritti del lavoro. Nuti collega esplicitamente produttività e benessere sociale, e vede nella partecipazione dei lavoratori alla governance delle imprese un elemento fondante dell'EMS. In Cina i sindacati indipendenti non esistono, i movimenti operai vengono repressi e i meccanismi di partecipazione lavorativa sono finzionali.
La terza differenza riguarda la reversibilità. L'EMS di Nuti è un'architettura adattiva, sperimentale, aperta alla correzione democratica degli errori. Il modello cinese non prevede meccanismi di autocorrezione democratica; quando la politica sbaglia — come nella crisi immobiliare di Evergrande o nella gestione della pandemia — la correzione avviene per decreto politico, non per deliberazione pubblica.
Il problema della "sequenza"
Il confronto con la Cina solleva però un problema più sottile, che riguarda la sequenza istituzionale. Nuti sostiene che i mercati funzionanti richiedono gradualità, istituzioni adeguate e legittimazione democratica — la lezione delle terapie d'urto postsocialiste. Ma la Cina suggerisce un'altra possibilità: che le capacità statali di pianificazione e regolazione si costruiscano più facilmente in assenza di vincoli democratici. La democrazia, in questa lettura, non è solo un valore aggiunto all'efficienza economica ma una variabile che può rallentare la costruzione delle istituzioni. Questa è una tesi che Nuti non affronta esplicitamente, e che costituisce forse la sfida teorica più seria alla sua proposta.
La risposta implicita nell'EMS è che le capacità statali costruite autoritariamente sono fragili, non autocorrettive e tendenzialmente catturate da interessi particolari — la nomenclatura del Partito, le fazioni interne, i campioni nazionali protetti. L'esperienza cinese degli ultimi anni — con la deriva nazionalista, la repressione del settore privato, la crisi del debito locale — dà argomenti a questa tesi. Ma la storia non ha ancora emesso un giudizio definitivo.
III. Le tensioni irrisolte dell'EMS
Il problema della costruzione istituzionale
La critica più fondata all'EMS non riguarda i suoi obiettivi — che sono condivisibili — ma la sua teoria della costruzione istituzionale. Nuti descrive con precisione l'architettura che vorrebbe costruire: regolatori autonomi e competenti, banche pubbliche con orizzonti lunghi, pianificatori capaci di distinguere fallimenti di mercato correggibili da distorsioni permanenti, sistemi di incentivi che premino la performance senza produrre cattura burocratica. Ma non spiega come si costruiscono queste istituzioni in contesti in cui non esistono, dove la politica è permeabile al clientelismo, dove la competenza tecnica è scarsa e mal remunerata nel settore pubblico. L'EMS presuppone uno Stato di alta qualità che è essa stessa il prodotto di un lungo processo storico — non una condizione iniziale facilmente riproducibile.
Il confronto con le economie miste europee del dopoguerra è illuminante anche qui: quelle istituzioni — i commissariati al piano francesi, i corpi tecnici dell'IRI, la Bundesbank — erano il prodotto di secoli di costruzione amministrativa statale, non di una riforma varata in un decennio.
La questione del coordinamento internazionale
Nuti riconosce che molte delle politiche dell'EMS — fiscali, industriali, climatiche — richiedono coordinamento sovranazionale. Ma questo coordinamento è al tempo stesso il presupposto e il prodotto del modello: senza di esso le politiche nazionali vengono erose dalla concorrenza fiscale e dalla mobilità del capitale; con esso si costruisce un'architettura globale che nessun singolo paese può edificare unilateralmente. È il classico problema dell'azione collettiva internazionale, e l'EMS non ha una teoria su come risolverlo.
L'Europa dell'Unione, con le sue istituzioni sovranazionali, è forse il laboratorio più prossimo a questo problema. Ma l'esperienza europea mostra che il coordinamento sovranazionale tende a convergere sul minimo comune denominatore — le regole del mercato interno, la stabilità finanziaria — piuttosto che su obiettivi redistributivi e di piena occupazione. Perché l'EMS dovrebbe riuscire dove l'Europa socialdemocratica ha parzialmente fallito?
L'utopia come standard normativo: un'arma a doppio taglio
Nuti rivendica il termine "utopia" come principio regolativo, non come ingenuità. L'EMS definisce standard — democrazia economica, piena occupazione, equità, sostenibilità — con cui valutare riforme e compromessi reali. Questa è una posizione intellettualmente difendibile: le utopie metodologiche — da Rawls a Habermas — hanno una lunga tradizione nella teoria politica.
Ma c'è un rischio. Quando un'utopia diventa standard di valutazione universale, qualsiasi realizzazione concreta risulterà inadeguata. Le economie miste europee del dopoguerra, misurate con il metro dell'EMS, appaiono come capitalismo riformato con velleità socialiste. Il modello cinese, con lo stesso metro, appare come pianificazione senza democrazia. La socialdemocrazia nordica contemporanea appare come un compromesso fragile esposto alla globalizzazione finanziaria. Rischia di restare sempre, e solo, una "promessa esigente" — come Nuti stesso la chiama — incapace di trovare una forma storica adeguata.
Conclusione: perché l'utopia vale comunque la pena
Le critiche sin qui sviluppate non tolgono valore alla proposta di Nuti, ma ne ridefiniscono la funzione. L'EMS è un contributo essenziale non perché offra un piano operativo dettagliato e immediatamente applicabile — non lo è — ma perché riorganizza concettualmente il campo delle possibilità.
Il confronto con le economie miste del dopoguerra mostra che sistemi analoghi sono stati storicamente realizzati e hanno prodotto risultati straordinari, anche se non duraturi. Il confronto con il modello cinese mostra che alcune delle istituzioni chiave dell'EMS — pianificazione indicativa, banche pubbliche di sviluppo, politica industriale attiva, regolazione delle piattaforme digitali — funzionano anche in contesti molto diversi, ma che la democrazia non è un ornamento del modello: è la condizione della sua correggibilità e dunque della sua sostenibilità nel lungo periodo.
Le tensioni irrisolte dell'EMS — la costruzione istituzionale, il coordinamento internazionale, la praticabilità politica — non sono argomenti contro il modello ma agenda di ricerca. Nuti non ha fatto in tempo a completare il lavoro. Spetta ad altri raccogliere l'eredità e rispondere alle domande che ha saputo porre con straordinaria lucidità.
In un'epoca in cui il dibattito pubblico oscilla tra la difesa acritica dello status quo capitalistico e la nostalgia per modelli novecenteschi dimostratisi fallimentari, una "utopia disciplinata" che pone domande precise e misurabili è esattamente il tipo di contributo intellettuale di cui abbiamo bisogno. Non per seguirla ciecamente, ma per usarla come bussola.
Renzo Daviddi, con elaborazione critica comparata
Riferimenti: D.M. Nuti, scritti sull'Economia di Mercato Socialista (2010–2020); A. Shonfield, "Modern Capitalism" (1965); B. Naughton, "The Chinese Economy" (2007); W. Streeck, "Buying Time" (2014); T. Piketty, "Capital and Ideology" (2019)
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